Compagni

Ho osservato

(col privilegio del sale negli occhi)

i vostri/miei mesi

composti dai malanni

sbucati da tempi urlati in faccia al mondo,

laddove l’arma della tenerezza

combattè il potere.

Rimangono sorrisi incuranti

dei capelli radi,

ansiosi ancora del bisogno di futuro.

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Di oro e di silenzio.

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Fra tutte, rimaneva sola, in piedi,

trafitta all’altezza del cuore, secco come il colore d’autunno

eppure, resisteva, in qualche maniera contorta e ostinata.

Non per essere speciale, né per difetto di forma, almeno esteriore,

probabile che non potesse rinunciare a quel vezzo

che rimandava a tempi più versi, fioriture e improvvisi sbocciare

di linfa.

Fra tutto, attendeva il vento sordo al suo stare,

quel turbinio che l’avrebbe spazzata,

eppure

ancora non decideva di piegarsi .

Immagino che avrà gli occhi aperti,

un sorriso, un tentativo di parola,

quella che passa tra i fili di un prato

senza più fiori.

La luce del giorno indesiderato.

Adesso le parentesi si chiudono

in un tempo circolare che si contamina di fiaba e follia,

al riparo di una precaria stagione, calda e ricca di ghiaccioli

che irridono ad una inadeguata visione di se stessi.

Grammatica e algebra richiedono precisione, rime di undici sillabe

troppo difficili da ricordare, da imparare, da progettare.

Meglio fingere scioltezza, preservando una uscita di scena

da attore consumato, nel fisico e nella fantasia.

Di giorni perduti a rincorrere il vento

ha narrato chi tra due mari ha ricamato fiori,

a noi

resta solo il compito di fermarsi, spegnere l’udito,

privilegio di colui che smette di guardare,

di afferrare odori, di bruciare papille e immagini

che non si ripresenteranno se non

nella cruda consapevolezza dei ricordi.

Parentesi destra, e tutto si compie come nel mattino

che scaccia i soffi della notte, del riposo.

Della costruzione di castelli, di carta, sia chiaro.

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Susanna

Passando con la moto, ho guardato bene, senza trovare quello che la memoria mi suggeriva, container e tank al posto di un Baretto, un juke box, dei tavolini.

Eppure non era ieri che tremando detti il mio primo bacio?

Lei era di Firenze, la mia stessa età, cioè quella in cui le ragazze sono sempre molto più grandi, e quella distanza tra noi c’era tutta, io al quarto liceo ero così pieno di paure e inibizioni, di finte sicurezze, ma non sapevo nemmeno da che parte iniziare.
Susanna era stata in Francia dal ragazzo, e da qualche giorno era passata dai suoi, in vacanza a Bocca di Magra.
Nemmeno ricordo come, ma facemmo amicizia, e durante quei pochi giorni andammo al mare assieme, camminate sulla spiaggia, una sequenza di parole e di risate; l’idea che mi sfiorava lo stomaco, la sua sfacciata gioia.
I miei amici ridevano, si erano accorti della cosa, e mi sfottevano, non sapevo fare un passo avanti, arrivarono a dirle di saltarmi addosso, Susanna un pò rideva un pò si incazzava, non aveva bisogno della loro spinta, disse, non c’era nulla che non andasse.

Prendemmo il pattino, remai per lei, che mi guardava maliziosa, sorridendo alla mia timida erezione nell’osservarla mentre si levava il pezzo di sopra del bikini,  poi, chiusi gli occhi, sdraiata a prendere il sole, mentre con una mano mi sfiorava una gamba.

La volevo baciare, con tutto il mio desiderio, ma quella porta non ero capace di attraversarla, che figura avrei fatto se si fosse opposta alle mie labbra, in fondo dopodomani va via, mi raccontavo per trovare una scusa a me stesso, in fondo ha un ragazzo, e si fida di me.

Tornati a riva divenne silenziosa, mi salutò e tornò al suo lido, io rimasi sul bagnasciuga ad aspettare che venisse sera, senza il coraggio di sopportare le battute, le prese per il culo, nessuna altra parola.

La ritrovai al parcheggio, mentre stavo per prendere la mia misera 98 Gilera, in tempi di Vespa Primavera, immaginando di correre a perdifiato sullo stradone.
La guardai, guardai le sue labbra che mi ordinavano, stasera, al bar, alle 9, capito?

Si voltò, mentre stavo ancora annuendo, senza dire una parola, e se ne andò.

Misi i jeans chiari, larghi, quella sera dei primi anni 70, una maglietta, le scarpe da tennis, Superga blu, e corsi verso casa, verso le ora che sarebbero arrivate, verso quel juke box.

Arrivò con qualche minuto di ritardo, quelli bastanti a farmi impazzire di paura, poi di gioia, mi prese per mano, stringendola, mi portò verso il Baretto, e mi chiese cento lire per mettere un disco.
Ascoltammo prima Suzy 4, poi Baglioni, poi ci fu spazio solo per scappare verso il buio e baciarsi, senza freno, senza pensare, senza guardarmi da fuori, sentendo solo la sua mano che mi carezzava sopra i pantaloni, mentre la mia si affondava nella sua fica, scoprendo che era bagnata, e divorando i suoi ansimi.

Non lo so, quanto durò, non molto, doveva tornare dai suoi, e non ci fu altro che quel toccarsi e baciarsi con frenesia, e poi, il giorno dopo, quello dei saluti, mano nella mano,
baci senza fine, carezze e sorrisi, e quello stare in un attimo preciso, dove lei non sarebbe mai andata via, con l’assurda sensazione che non ci saremmo più visti.

E fu così, non seppi più nulla di lei, in un tempo nel quale esistevano solo le lettere e i telefoni a gettoni, non ci sentimmo mai più.

Sono sicuro che non si ricorderà più di quel ragazzo rosso, di quelle canzoni e di quei giorni.

Ma come in un film, li ho visti scorrere, dalla moto, in un giorno di settembre, tra un canneto e un deposito di gas, che, son sicuro, mi chiamavano ad un me stesso lontano.

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Fiore sfrontato

Sono alti e svettanti i girasoli,

persino nel loro inchino al Re che va al riposo

e contemporaneamente porgono il benvenuto

a Signora Luna (che possano vederne due non è dato di sapere).

Fragorosamente interrompono la compostezza

verde delle vigne,

ocra delle erbe riarse di luglio,

con una risata gialla ed un ammiccamento marrone,

siamo pronti alla esistenza così breve, sembrano dire,

per cui sghignazziamo alle ore.

Ne trae conforto il cuore,

improvvisamente messo di fronte

ad una bellezza che si ripeterà tra dodici mesi,

senza appello, senza scuse, senza clamore.

 

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Holy Children

 

Venti anni, e ti risuona nelle orecchie, accordi inconfondibili, attorno a te i capelli si allungano e il fremito del mondo si insinua nelle ossa, anche se sei in mezzo ad una strada sconosciuta hai la sensazione che quel percorso è tuo, dovevi esserci per forza, ora, nell’istante esatto nel quale la musica ti attraversa.

There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun

Venti anni, e hai in pugno la ribellione, mani che conoscono aste di legno e fazzoletti da usare per mascherare i connotati, brucia la voglia di parlare più forte, il desiderio di ottenere la tua parte di cielo, necessità e bisogni si mescolano con voglie e sorrisi, mio il pezzo di terra, nostra la pianta che assicura risa, vostre le facce buie e ringhiose, le mani disegnano segni di pace, le dita di vittoria, i pugni, chiusi, in alto, in tutto il mondo.

Well, I got one foot on the platform
The other foot on the train

Venti anche io, alla fine del muro, seduto tra cartacce e plastica, l’irreale nelle vene, la pace del limbo, e tutto scorre senza dolore, senza pensieri, sogni che avvelenano il cuore, attimi che rubano spazio alle ore, ripetizioni di spartiti scritti con unghia sporche, amaro masticabile, urla senza decibel, carne che si spenge, cuore rubato.
Oh mother tell your children
Not to do what I have done
Spend your lives in sin and misery
In the House of the Rising Sun

Venti e venti e venti, scirocco pazzo di sensi sfuggiti, e alle spalle il meglio della meglio gioventù, viaggi mai fatti, parole perdute, sogni divenuti quotidianità, il mondo su una barca che sfida le maree e l’odio, dove sei, siamo, fino a quando.

La musica è la stessa, però, la casa del sole nascente riecheggia, mai vuota sempre soffice da scoprire.
Well, there is a house in New Orleans
They call the Rising Sun
And it’s been the ruin of many a poor boy
And God I know I’m one

 

Viaggiatore

Acclarato che il passato abbia deciso di avere colori tono pastello,

e che il futuro abbia instaurato una viratura, grigia, che il seppia è abusato

si stabilisca, qui ed ora, che i presenti si dividano al bivio della metropoli.

Non voglio che la strada sia dritta,

datemi
la curva
la fiamma rossa
ha parole ridenti,
voglio sapere
se brucia o no.

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Chi è di scena

È finto questo sole che non riesce a illuminare,

molto più concrete le nubi che gli fanno da corona di spine:

ghignano nell’angolo attendendo il momento giusto

nel quale riversare il loro feroce contenuto,

perfettamente coscienti del potere di cui dispongono

[alcuni dicono sia di vita o morte, altri di parvenza di sogno]

entrano in scena ascendendo dal golfo mistico.

La rappresentazione prevede diversi atti, dei quali è ignota la durata,

non rimane altro che chinare il capo, e astrarsi nell’incoscienza,

contando i giorni che separano i minuti , quindici alla volta (del cielo).

Passa Tempo.

Mi sono riaddormentato sul divano, una mezz’ora fa, e ho sognato che eravamo al mare; tu venivi dalla tua spiaggia a trovarmi e ridevamo ci abbracciavamo scherzavamo piangevamo e ci baciavamo e camminavamo e ti facevo mille fotografie e mi raccontavi del tuo amore per Vit(torio) e poi c’erano i miei e i tuoi ed eravamo giovani e pure carini e io pure e mentre camminavamo sopra la spiaggia per un sentiero tapì roulant vedevamo passare uno squalo e poi in una casa diroccata a giocare a nascondino E tu tornavi alla tua spiaggia ed io cercavo un costume buono da indossare e ti venivo a trovare e dicevo a mia mamma è la ……. lei diceva è bella e l’Italia somigliava a quella dei miei diciassette anni ed eravamo tanto amici ed è un sogno durato trenta minuti e non so perché ma cazzo se era bello e se ridevi.

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Agosto.

Renato volse lo sguardo verso le nuvole che prepotentemente invadevano il confine tra mare e cielo, se ne sentiva la voglia di esplodere in acqua fredda fino dal tavolino che occupavano sulla terrazza ricavata sulla spiaggia, come se il pranzo che avevano consumato tra risate e pensieri, improvvisamente diventasse un pretesto per tenere il tempo a loro stessi, e il momento di sparecchiare fosse arrivato, ineluttabilmente.
I colori della fine di agosto spesso confondono le idee, a cavallo come sono tra il bisogno di fresco e un rimpianto delle sere in cui la dolcezza del clima invitava ad un ennesimo bicchiere, a inventare nuove parole che allontanassero il momento delle lenzuola sulle quali maledire l’insonnia.

Si guardarono senza dire nulla, le bocche camuffarono l’imbarazzo con un sorriso che aveva significati opposti, rimani, vado, ancora, basta, ricorda, dimentico, bisogno, liberazione.

Elena allungò le dita sul tavolo, in un gesto a metà tra presa e rilascio, poi tremò , le spalle danzanti in un ritmo breve e preciso, e si alzò, levandosi una inesistente briciola dal grembo, mentre i capelli ne nascondevano la bocca, di modo che Renato non potesse decifrare l’attimo che stava per fare ingresso su quella scena da riviera in disarmo.
Lasciata qualche decina d’euro sul piatto del conto, chiusero le porte del tempo, e pur se le mani si erano intrecciate, in una ricerca di fiati condivisi, fu come se una trincea dividesse le loro figure, nessuno sparo, nessuna resa, nessun vincitore era previsto in questo arrivederci, amore, ciao.

Quando giunsero all’auto, ci fu un momento di confusione e le braccia divennero artigli nei quali fissare le loro paure, ma agosto lo prevede, se per qualcuno è addio al sole, per un altro festeggia il benvenuto ai nuovi colori, e in quel preciso istante, tra mani che si trattenevano e labbra che fremevano, le grida dei bimbi che inseguivano un pallone fornirono una colonna sonora alla parola che non si dissero.

Più tardi, le fantasie di come avrebbe potuto cancellare quel giorno, si ruppero in un pianto muto, e Renato schiacciò l’acceleratore, spostando spazi che non si sarebbero riempiti di lei, mentre le gocce presero a investire il parabrezza.

Elena, in un vagone popolato esclusivamente dai suoi incubi, aprì un libro, restando in una frase che non riusciva a decifrare.

Agosto, d’improvviso si sente, e non ti lascia in pace.

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Da un Sudamerica cittadino

Nella recinzione dei tempi,

scanditi da un orologio sempre meno ricco di minuti,

si cerca di trasferire una parte di cuore

o, di quel che ne rimane necessariamente,

scevro dalle imprese quotidiane e da gesta notturne.

Dimmi della meccanica che consentiva sogni

e progetti accantonati in riva ad un lago,

approva, con un leggero chinare della chioma,

il ricordo della bambola di Cornell, di una misura

in un angolo pieno di luce, mentre,

il campo d’oro danzava dalla finestra.

Tenderemo le dita, tra un irreale pensiero e un banale percorso,

affinché le lancette non divengano spade

incaricate di ferirci, e, le ore si fermino, placide.

Gesta.

Ho imparato a tagliare il melone

nella maniera ordinata

in cui lo facevi tu

(fa parte del quadro di cui ho serbato

i colori pastello).

Dispongo con cura le fette

in un contenitore che mi inghiotte

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Istruzioni per l’uso

Si scelga se sottostare al composto, assoluto silenzio, dell’arma di distruzione di massa,

o immergersi nel fragore abbagliante di una granata, giusto per affinare il modo di evocare gli dei,

imbastendo un Olimpo nel quale la mela venga consegnata secondo canoni differenti da una bellezza feroce,

e attenersi scrupolosamente al bignami di vite sdrucite, ma con stile, sia chiaro.

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Si faccia giorno, se così deve essere.

Ora che l’equazione si è definita in un quaderno differente  ( del resto mai ho saputo risolvere l’operazione x+y/2, se non per la fortuna del principiante) mi scopro a frazionare il tempo, incidente di percorso compreso.

Vi sia chiaro, sessanta non sono i secondi, ma il battito di un cuore a riposo, o, più raramente dell’atleta sotto sforzo, ma che campione deve essere per superare di scatto le montagne, oppure affrontarle col piglio del passista basco.

Nel cercare il fondo del sole, inserisco mare e ricordi, deprivo il prossimo futuro della storia del ragazzo senza radici, senza luoghi costanti, senza dialetti nel sangue.

Domani, domani, domani.

Il dopo non è affar mio, lasciatemi la via di fuga ridente, e tornate al bicchiere, alla salute, compagni miei, alla prossima curva su questa strada che non conosco ancora.

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Le ventiquattro ore.

È vero, fisso sempre lo stesso sole, ogni mattina

come la stessa luna quando le luci vanno a dormire,

confesso, ne rimango incantato, mi catturano

in una dimensione  talmente dolce da farmi dimenticare

quanto di selvaggio sia in me.

Brucia, talvolta, la stella del giorno, ma è nulla, infinitamente

nulla rispetto al calore di ogni istante.

La Luna si sdoppia, in qualche momento, e se pur bianca

non mi riesce mai algida.

Osservo, catturo con scatti che stanno tra il felino e la carezza

e non ascolto quel fruscio indistinto che mi insinua la fuga

per il semplice motivo che Sole e Luna

incoronano il mondo, come dovrebbe, come è.092BF960-08DD-45F0-9624-84215E9C8AAD