Follia

È un ricciolo di vento che si infratta nel collo 

e scende sulla schiena

asfissiante dicono, scirocco nelle isole, 

sudore ghiacciato tra le scapole e il ventre, 

senza fiato nè pietà.

Arriva quando non lo inviti, 

ospite parassita, rode piano, fino all’urlo.

Via! implori.

Vieni! ordini, 

schiavo del tuo cerchio di fuoco, e scivoli, 

nei pozzi artesiani del Es,

decimato dai tuoi istinti primordiali.

E i colori diventano grigi fino a domani, 

fino alla prossima puntata

L’esigenza.

La Vita ti accade.

Quando fai una domanda di cui non vorresti sapere la risposta, nessuna, nemmeno quella che di nascosto desideri.

Ti accade in un profumo di rovi, in una foresta di cardi selvatici nel pieno del grano, o accanto ad un camino vicino al lago.

Ti investe col tremore del terremoto, nelle gambe che ballano senza forza, su un pavimento che diventa cuccia, nel balcone che si chiude, nelle parole di ieri, nelle curve che non sai affrontare con lo stesso gusto.

La Vita ti insegue, vivimi, ti sussurra, abbi coraggio, sii sfrontato, attraversa la specchio, allunga la mano, urla nel petto. E poi ti lascia sfinito in attesa del prossimo giro di giostra, la testa ti abbandona al termine dei sogni.

La Vita è passato che azzanna il presente, futuro che ride di te, l’oggi melmoso, la paura di non essere.

Ti accade con rabbia, con disprezzo, se avverte il timore, ti prende in giro, ti scaglia nel dedalo senza un filo rosso, ti raccoglie nella pozzanghera, ti asciuga, si riveste di miraggio.

Narra di fatiche e risate, sconfitte consecutive, miracoli inaspettati.

Poi sfugge, e non hai artigli tenaci, nel limbo di confusione decidi di non decidere altre esigenze. Di te.

C’è da decidere

Ci sarebbe da decidere: la voglia di scrivere in piena notte è esplosa perché domani potrebbe essere una giornata di incazzature, e quindi come ogni buon scribacchino a tempo perso mi porto avanti nel trasmutare i logorii in arte
( che fa tanto maudit), oppure che sono ancora gasato da oggi e devo sfogare?

Insomma manco per scherzo mi riaddormento, io che ultimamente crollo alle 21.30/39 Max. Però rispetto al bilione dì insonnie che ho vissuto, questa non mi logora : cioè non cerco di aggirarla con pecorelle o respirazioni zen, che poi so che dopo un po’ vedo le pecore che suonano la campana tibetana e i monaci che hanno scoperto che l’uomo calvo e depilato va di moda e stanno tutti a trombare con chi gli capita sotto , altro che meditazione.

No più che altro ho paura di sparar qualche cazzata immane, tipo quelle di Giannini a Radio Capital stamani, che complimentava la Meloni per i suoi toni ragionati e mai razzisti, o fascisti ( ciò il podcast, Giannì, statte, non fa altre figure di merda).

Ora, io lo so che se sto con un occhio mezzo chiuso e un altro che vede solo il futuro, cioè il panino con la mortadella che mi vado a mangiare appena apre una cazzo di bottega, dicevo, lo so che mi capita. Una mattina una amica mi incrociò per strada e scoppiò a ridere, io non sapevo se essere contento o incazzato, ho pure controllato i capelli se erano così tanto spettinati…… ecco non so perché ma in quell’attimo esatto sono sbottato : aoh ma che cazzo ciai da ride????

Poi quando ho letto quello che le avevo scritto alle 4 di notte, la ho ringraziata in ginocchio perché rideva e basta senza sputi e mazzate da fabbro, mi sono inginocchiato sui ceci, ho cosparso i capelli di cenere……. aridaje!!!! Va beh son arrivato solo con l’uso dei menischi in ufficio e, dopo averli riposto in una cassa come ricordo di gioventù, gli ho detto addio ed ho tentato il suicidio con il Cercavert di Excel.

Mi ha salvato il magazziniere, ma solo perché essendo venerdì, il lunedì mattina sarei stato puzzolente come un piatto di Carlo Cracco.

La Sindone

Ma l’erba confonde, nasconde, travalica.

L’erba induce le piante a svettare per conquistare un po’ di sole, nella sua finta lezione di democrazia l’erba invade, possiede, soffoca, e se ti affacci su un campo dai guard rail di una autostrada ti costringe a metterti in punta di piedi per osservare il girasole, che ostinatamente sfida lo sguardo del sole, per poi la sera chinare il capo e piegarsi alla strafottenza dell’erba.

L’erba soffoca i nascituri germogli, se non la strappi li rende tozzi e monchi, ne fa abortire i sogni.

L’erba si calpesta, e come se fosse una droga ha eretto il divieto del farlo, l’erba è complemento del fuoco del bimbo, non acceleratore del sogno.

Solo in un momento, quando accoglie le schiene sudate degli amanti, quando il suo pizzicore sulle pelli dedicate alla passione, al vortice delle mani e delle lingue, viene vinta.

E come in una sindone, tiene le tracce dei corpi, finalmente benedetta dall’urgenza del delirio.

Scivolare tra gli anni

Il giorno prima della fine dell’estate accade improvvisamente,
mentre il bambino sulla bicicletta sfoggia sulla schiena una canna di bambù, o meglio d’India, e la sfila dalla maglietta, guardando quasi imbarazzato, seppur sfrontatamente, chi passando lo osserva.

Non c’è resa al temporale che borbotta il suo arrivo, scavallando le Apuane, diretto verso il mare che lo attende mimetizzando il colore, camaleonte asserragliato sulla costa,
pronto alla difesa con onde irridenti.

Il bambino deve scegliere,
o forse sono i miei occhi che lo chiedono,
è un fucile, una lancia o una protesi, quel pezzo di legno fine,
che sfida le ore dirette alla fine delle luci di agosto?

Sarai moschettiere o pescatore,
forse difensore di trincee di giochi,
magari cercherai dentro di te un Hemingway che canta di Marlin inafferrabili,
correrai come Felice e il suo naso triste,
o cavalcherai Bucefalo
irrompendo tra olivi e dei dal piglio solenne?

Non mi è dato di sapere,
della saga osservo il passaggio, non posso cucirla sulla mia
dì così tanto tempo fa,
da farmi persino dubitare dei miei dieci anni,
della mia pistola e del cappello di cartone nero,
io Ranger della via Regina Bianca, solo sul balcone ad affrenare le ore che mi impartivano esilii.

Estate collosa che scivola tra le dita, sapore di anguria e profumo di pioggia nuova, pizzicore del mare e rughe accanto alle palpebre, e poi, domani, a scuola.

Signor Maestro, non ho avuto tempo di fare i compiti.

E lpIl mese numero sette

È uno stile di vita scorretto

ciò che posso offrire di me stesso,

orari senza lancette e piegature che non sono curve,

bensì viaggi nelle crepe del tempo

o direzioni senza meta,

quadri astratti immaginati da un seguace di Bacon,

e in più il silenzio delle forze

quando per sollevare un sipario si ricorre alle menti.

Trovai un gettone telefonico nell’istante

in cui abolirono le cabine,

salii su un rimorchio che era rimasto sul binario troncato,

inventai note perché fu stracciato il pentagramma

e cucii parole di senso incompiuto,

come ora che sosto in quella che il navigatore definisce

strada senza nome.

Ed è qui che sgrano il mio nome,

strappato a vecchie beghine superstiziose

e proclamo il mio stato libero

al sole di una serata di luglio, crudele e tenace.

Morsi accecanti

imageHanno già chinato il capo

senza il conforto della primavera

e la leggerezza richiesta, i girasoli.

Rinuncia obbligata, sopportata.

Imposta. Arresa. Chiusa. Muta.

Il clamore della estate si riversa

nella bocca che incide le braccia,

in un fegato abbandonato e abusato.

In un pacchetto accartocciato.

Guarda, figlio deriso, tutto questo

è tuo.

 

Ieri sera

C’è il buio della notte di prima estate,
i lampeggianti della polizia a caccia del peccato;
ci sono i catarifrangenti dei senegalesi in bici, il luccichio dei loro occhi spalancati.
C’è il rumore di onde maldestre, arricciate poco prima degli scogli, e, dalla parte opposta del viale,
due ragazze in vendita,
una alta, una meno,
per il resto uguali, entrambe ricamate nella loro missione dal clacson urlato da una golf nera lucente.
C’è la gola arida di desiderio e stanchezza, confusa di bollicine a 48 mesi, lieviti e fermentazione, vetri svuotati, leggere oscillazioni del corpo nel cammino.

Poi c’è una musica che ti esplode
esattamente tra lo sterno e il bacino, impietosa e gentile.

Si pensa a scollature della mente, si sceglie il bosco, si attraversa l’ennesimo incrocio, e si va.
Senza confini, si va.

 

Tradimenti necessari- Beppe

La Mauser luccicava, nera e pericolosa come uno scorpione, nelle mani del Buratti.
Pareva facesse pendant con il baffo sottile che sovrastava il ghigno feroce e canzonatorio del capo manipolo fascista, che lo stava osservando stravaccato con i piedi sulla scrivania.
Beppe era legato alla sedia, la camicia strappata, e gli occhi gonfi dalle botte dei suoi torturatori.
Le unghie dei pollici giacevano sul pavimento, strappati dalle tenaglie, il sangue colava dalle dita, e si mescolava con quello dei tagli che le lame gli avevano provocato sul torace.
– Menconi, non hai capito che se non parli ti ammazziamo ? –
Beppe non aveva né la forza, né il coraggio di rispondere, nemmeno con un cenno della testa.
Cercava di estraniarsi dal dolore, dalla puzza di piscio che proveniva dai suoi calzoni, dalle risate servili dei tre camerati che sottolineavano le parole di Buratti.
Pensava alla Vilma, che a quest’ora doveva per forza aver saputo della sua cattura, pensava alla paura che aveva di non ritornare a veder mattina, di non respirare più l’aria fresca delle cinque, alla sensazione di libertà che gli dava la bicicletta mentre correva verso il fondo del paese la sera dopo il lavoro.
Pensava ai suoi compagni sulla collina del Masèro, a Salvatore che lo aveva convinto a unirsi a loro, all’azione di qualche giorno prima, quando avevano ucciso due tedeschi che tornavano al comando di Sarzana.
Alla frenesia, all’eccitazione, all’amaro in bocca che gli aveva dato mettere il dito sul grilletto e sparare, vedere il sidecar lasciato a se stesso, virare verso il bordo della strada, con i corpi inerti e spezzati a fare da contorno.
Andava fatto, si era fatto, e la reazione dei nazisti era stata feroce, case bruciate, uomini arrestati e portati in caserma, donne picchiate e violentate.
Si mormorava dell’arrivo di un battaglione destinato ai rastrellamenti, la paura in paese era diventata spessa come il piombo.
Lui si era nascosto dove Salvatore gli aveva ordinato, una notte e un giorno nella cascina del Furia, solo dopo trentasei ore ne era venuto fuori.
Ma appena arrivato al paese, non aveva nemmeno fatto in tempo a capire, solo una botta sulla testa.
E quando si era svegliato, era già legato sulla sedia.

Il Mazzoleni gli si avvicinò, con la tenaglia in mano.
Dio, ancora le unghie, no, non ce la faccio, pensò Beppe, dio, no.
– Menconi, facciamo così. La tua puttana non vede l’ora che qualcuno la vada a consolare.
Ora Mazzoleni ti strappa i coglioni, glieli porta, e poi la consola lui, che ne pensi ? -.
Il fiotto di diarrea scese improvviso, il terrore ormai era padrone del suo corpo, un corpo che non gli rispondeva più. Mormorare, no, vi prego, fu l’impresa più difficile di tutta la sua vita.
Sentì ancora le risate attorno a sè, il capo chino a inghiottire lacrime.

Parlò.
Parlò ancora. E poi ancora.
Poi lo buttarono fuori, in mezzo alla strada, come un sacco di spazzatura.

Non capiva se fosse la vergogna o il dolore, a impedirgli di rimettersi in piedi.
Un cane randagio venne a leccargli la faccia, Beppe si strinse a sé, in preda al panico.
-Mandatelo a casa, che si sappia così che è stato lui a tradire i suoi amici banditi.- era stato l’ultimo dileggio.
Cominciò a trascinarsi verso il fondo del paese, poi si tirò su, iniziò a camminare, poi a correre.
La Vilma era fuori dalla porta, piena di lividi, la gonna strappata. Ma viva.

Il paese viveva nell’attesa del rastrellamento, gli uomini erano scappati in montagna, le donne avevano portato i bambini dal prete, solo i vecchi si tenevano seduti in casa, lo sguardo fisso verso i ricordi, la testa fiera nel presidio.
Erano trascorsi tre giorni.
Il Buratti e i suoi camerati avevano radunato il manipolo intero, ed erano saliti in collina, il Masèro viveva di presenze nascoste.
Ma nessuno aveva sentito nulla, né erano ancora tornati.
Beppe non ce la faceva più.
Il rimorso gli triturava lo stomaco, le ferite della carne erano quasi un palliativo contro di quelle dell’anima.
Lasciò la Vilma nel letto, e inforcò la bicicletta.

Alla curva del Cucco la buttò per terra e cominciò la salita, verso il nascondiglio dei suoi compagni.
Si vedevano le tracce del passaggio dei fascisti, s’intuivano le loro facce bavose del sangue, si respirava l’odio.
Lui masticava l’odore del piscio che non l’aveva abbandonato.
Nulla, non c’era null’altro.
Non una traccia di sangue, non un proiettile conficcato in un albero.

Salvatore era seduto sul masso bianco, una cicca spenta nella mano, l’altra appoggiata sulla roccia a tener qualcosa.
Beppe si fermò, indeciso tra la gioia e la vergogna.
Osservò la mano del partigiano alzarsi, la Mauser stretta tra le dita.
Salvatore sorrise, e disse:
– Scusa, Beppe, ma eri l’unico che poteva cedere, l’unico di noi che aveva qualcosa per non morire.
L’unico che poteva crollare, e farceli arrivare qua, dove li aspettavamo.-
Beppe stentò a capire, poi, seguendo lo sguardo di Salvatore vide il gruppo dei fascisti ammassato sul crinale, finiti a colpi di coltello.

La rabbia gli offuscò il cuore, fece per scagliarsi contro il suo amico.
Poi, si fermò, capendo, quanto il suo tradimento, e l’essere a propria volta tradito, fosse stato necessario.

L’allieva.

Pausa riprendi pausa più piano
v   a  i   p  i  ù   p  i  a  n  o
non temere di annoiare
ricorda il tempo del cuore
seguilo per non inciampare
dona la tua voce al sordo,
presunto tale.

Il balcone del lago prevedeva
il battito del tuo sorriso furbo,
e gli occhi ridenti,
nel rimbalzo dell’apprendimento;
ed io mescolavo orgoglio al tempo
non sottratto all’amore
e consegnato al per sempre.

Vai piano p i ù  p i a n o
la mia unica arma per sconfiggere
la presenza in fondo alla sala
il fine spettacolo che io chiamo
arroganza e tu futuro
che sia, dicono le mie mani,
nello scandire il ritmo.

Ci sono stazioni nelle quali
il binario di scambio si chiama
pensiero,
diramazioni per ricordi
che affronteranno il Sud
tra un sapore perduto
ed un altro impertinente,

e allora vai piano respira
riprendi pausa riprendi
e detta tu ora il giorno
scansando il buio del
t/imore.
V a i p i ù p i a n o
canta meglio del vecchio maestro.

Mai più. https://word-social-forum.com/2019/04/16/giovani-prospettive-omaggio-di-parole-a-nynewe/

Aspetta, non è ancora
il momento, ti voglio
osservare mentre
implori
il dio a cui non credi,
pentito solo di essere
tra le mie mani
assassine,
ma non di averle rese
tali a furia di umiliare il
mio corpo.
Eri raggiante di potere
quando mi facevi male
e mi sputavi negli
occhi,
quando il tuo sperma
era il solo cibo a me
concesso, e l’urina la
solo bevanda,
ridevi di me, ferma
immobile sotto i tuoi
occhi ferini.
Mai più

Berrò il tuo sangue,
invece, mi ciberò del
tuo cuore per vomitarlo
in un cesso,
e domani, già domani,
non sarai mai esistito,
mai più.

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Aprile.

Siamo vittime della stessa sostanza,
quel veleno che ci inocularono dagli occhi
e che pervase le nostre lingue aride.
Oscillando tra veglie e fughe
ci chiediamo, e tu, come stai,
quasi fossimo sotto una lampada Osram,
mentre la luce che ci coglie a sprazzi
ha lo stesso colore di una parrucca gialla.
Irrompe il fiume e straripa nella
immaginazione al contrario,
quella che cerca di ricostruire il viaggio
dai quartieri Spagnoli fino ad Isola.
Aprile verrà, ripeti, sarà primo vero.

Bang Bang

In questa atmosfera di
legittima difesa
si spara senza tregua
col sorriso sulle labbra
un po’ a casaccio, se vogliamo,
colpendo dritto al cuore.
Tura il naso o tira fuori le palle
è il consiglio prediletto,
come se bastasse rispondere
o praticare l’indifferenza.

Confesso,
sono malandrino senza aurea,
me lo insegnò la strada,
e per anni lo ho dimenticato.
Grazie per l’opportunità di riparare
al bene che ho versato,
mi curerò di tramutarlo in un
fuoco al petto.

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Senza colori

 

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Vorrei strappare con i denti quei fili
che narrano di una mancanza All In,
destinato all’oblio da tempi inutili,
gesta inutili,
parole inutili.

Vorrei essere quel mare d’agosto che non ha confini,
liberare le gambe da questa pozzanghera,
scappare nel porto di Monopoli,
dove le lingue si intrecciavano e le ombre erano
a ridosso della mia mano.

Vorrei un sonno così agitato da non poter dormire,
strappare questo fegato che divora bile,
vorrei essere capace di saltare su un treno,
vorrei non essere me stesso, da sempre.

Vorrei tornare a quella notte
e implorare il dio minore che mi fu assegnato
di avere ali, e becco, e rostri.

Mani senza forze, occhi che inciampano,
ecco che rimane di colui che
un giorno scalò Minerva, sicuro di una rossa
stagione a venire.

Mi siedo sull’argine,
non ho altro da fare,
non ho altro da guardare.

Te lo ho promesso, ritroverò la fatica,
senza colori.

Tenere la notte

Non si dorme perché è un buon libro;
o forse è fame.
Magari, si magari il giorno che non si arrende alla notte, o piuttosto c’è (probabilmente)
l’ultimo camino dell’anno da accendere.
Pensieri, figure, sapori, parole,
ricordi e rimorsi, speranze e sparizioni,pruriti e pudori, minuziosi minuti scovati e sconfortanti,
e, sopra tutto questo,
la crudeltà della ragione.Al fuoco 🔥!

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La nausea

Si resta nella luce bianca dell’inverno che freme di primavera, lenta e sorda delle prossime tornate di milanesi che faranno a gara a pisciare sulle sabbie, come gatti che affermano la proprietà del territorio, mentre il fruscio delle banconote acceca gli stanziali, ingordi di stagioni che ricorderanno tra Mina e Agnelli, maglioni di cachemire che scivolano sulla battigia.

Al suono di un twist, appare la spider, rossa, di grazia.

Il destino delle genti evade dai nomi delle frazioni, Poveromo via! Vittoria Apuana ingresso del paradiso, e poi chiasso, di più, mentre la mia nausea si spegne solo con una birra, e ancora, e poi.

Andiamo, figli delle cave, il disagio ci attende, vestiamocene, che Lenny Bruce racconterà di nuovi schiavi di cui abusare.6C583150-7EF9-433F-9998-4241490D7E26.jpeg

Limbo

WhatsApp Image 2018-11-14 at 20.09.40Bisogna superare le paure di essere ridicolo per ammettere le fragilità, probabilmente, ma non me ne frega nulla, sapete, ci sono abituato.
Le maschere indossate non rimangono dentro, ti aiutano solo a sopportare gli sguardi.
E le assenze degli stessi.

Mi trovo a piangere spesso, nell’ultimo periodo, ma non per accadimenti dolorosi, a quelli reagisco in altri modi, o mi rifugio in un angolo senza finestre, nel vizio dell’ozio, nella stasi del nulla.
Piango se vedo i ragazzi esplodere in atti di bellezza, che siano voci che ricamano musica, o mani che carezzano i visi , o ancora e soprattutto se acchiappano il futuro, e la gioia che mi donano queste cose si scioglie nel pensiero che non ho più quegli anni, le improbabili equazioni di ore che si svolgono per cercarne altre.

Mi sono arreso ai giorni, gli anni, le stanche ritualità delle ripetizioni, unico uscio le pagine di libri, per il resto pareti bianche.

Se ne parlo, qualcuno crede che sia un urlo, un lamento, una richiesta di aiuto, una mano sulla spalla; no, non ne chiedo e ne voglio, lasciare andare me stesso, è quello che chiedo, lasciarmi andare senza idee e programmi, responsabilità e debiti di cure, anche quando non riesco a farlo.

Io ho visto me stesso più di quanto lo abbiate fatto voi tutti, e so di avere vissuto, camminato, amato, osservato, inseguendo vita, cammini, amori e immagini.

Cado nel passato, mi distruggo con le comparazioni, mi ferisco cercando di tornare a chi e a cosa.

Chiedo tregua, silenzio.

E se la nebbia si diradasse, allora vedremo.
Per ora non ho luci da accendere.

Percorsi

Fu immaginando una ricorrenza

priva di data di approdo

che il passato incise le arterie

scacciando battiti di presente

e allenando il futuro ad una corsa

affamata di sogni.

Come in un visionario dipinto

nel quale i pastelli confondono

i colori e le figure,

ecco il domani, ecco le strade piene

di curve e tornanti, salite ripide

discese vorticose,

a spiegare la vita senza badare

a cuori nel limbo.

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Forte dei Marmi

E’ un urlo muto la Versilia d’autunno

nei mercoledì piovosi, equidistanti perfettamente

dalle carovane fintamente allegre della domenica

e dalla speranza del sabato a venire,

quando gli apprendisti lasciano il camice

per indossare la maschera dell’allegria,

girando, bevendo, ansimando

appresso alle regine del cubo.

Si attende la nuova vertigine

tra vecchi immaturi appoggiati ai cofani di macchine smaltate

e voraci predatori di tempo, acquattati nei loro occhiali a specchio.

Presto ricomincerà la ruota, nel frattempo

si muore di solitudine.

 

Di oro e di silenzio.

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Fra tutte, rimaneva sola, in piedi,

trafitta all’altezza del cuore, secco come il colore d’autunno

eppure, resisteva, in qualche maniera contorta e ostinata.

Non per essere speciale, né per difetto di forma, almeno esteriore,

probabile che non potesse rinunciare a quel vezzo

che rimandava a tempi più versi, fioriture e improvvisi sbocciare

di linfa.

Fra tutto, attendeva il vento sordo al suo stare,

quel turbinio che l’avrebbe spazzata,

eppure

ancora non decideva di piegarsi .

Immagino che avrà gli occhi aperti,

un sorriso, un tentativo di parola,

quella che passa tra i fili di un prato

senza più fiori.

La luce del giorno indesiderato.

Adesso le parentesi si chiudono

in un tempo circolare che si contamina di fiaba e follia,

al riparo di una precaria stagione, calda e ricca di ghiaccioli

che irridono ad una inadeguata visione di se stessi.

Grammatica e algebra richiedono precisione, rime di undici sillabe

troppo difficili da ricordare, da imparare, da progettare.

Meglio fingere scioltezza, preservando una uscita di scena

da attore consumato, nel fisico e nella fantasia.

Di giorni perduti a rincorrere il vento

ha narrato chi tra due mari ha ricamato fiori,

a noi

resta solo il compito di fermarsi, spegnere l’udito,

privilegio di colui che smette di guardare,

di afferrare odori, di bruciare papille e immagini

che non si ripresenteranno se non

nella cruda consapevolezza dei ricordi.

Parentesi destra, e tutto si compie come nel mattino

che scaccia i soffi della notte, del riposo.

Della costruzione di castelli, di carta, sia chiaro.

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Susanna

Passando con la moto, ho guardato bene, senza trovare quello che la memoria mi suggeriva, container e tank al posto di un Baretto, un juke box, dei tavolini.

Eppure non era ieri che tremando detti il mio primo bacio?

Lei era di Firenze, la mia stessa età, cioè quella in cui le ragazze sono sempre molto più grandi, e quella distanza tra noi c’era tutta, io al quarto liceo ero così pieno di paure e inibizioni, di finte sicurezze, ma non sapevo nemmeno da che parte iniziare.
Susanna era stata in Francia dal ragazzo, e da qualche giorno era passata dai suoi, in vacanza a Bocca di Magra.
Nemmeno ricordo come, ma facemmo amicizia, e durante quei pochi giorni andammo al mare assieme, camminate sulla spiaggia, una sequenza di parole e di risate; l’idea che mi sfiorava lo stomaco, la sua sfacciata gioia.
I miei amici ridevano, si erano accorti della cosa, e mi sfottevano, non sapevo fare un passo avanti, arrivarono a dirle di saltarmi addosso, Susanna un pò rideva un pò si incazzava, non aveva bisogno della loro spinta, disse, non c’era nulla che non andasse.

Prendemmo il pattino, remai per lei, che mi guardava maliziosa, sorridendo alla mia timida erezione nell’osservarla mentre si levava il pezzo di sopra del bikini,  poi, chiusi gli occhi, sdraiata a prendere il sole, mentre con una mano mi sfiorava una gamba.

La volevo baciare, con tutto il mio desiderio, ma quella porta non ero capace di attraversarla, che figura avrei fatto se si fosse opposta alle mie labbra, in fondo dopodomani va via, mi raccontavo per trovare una scusa a me stesso, in fondo ha un ragazzo, e si fida di me.

Tornati a riva divenne silenziosa, mi salutò e tornò al suo lido, io rimasi sul bagnasciuga ad aspettare che venisse sera, senza il coraggio di sopportare le battute, le prese per il culo, nessuna altra parola.

La ritrovai al parcheggio, mentre stavo per prendere la mia misera 98 Gilera, in tempi di Vespa Primavera, immaginando di correre a perdifiato sullo stradone.
La guardai, guardai le sue labbra che mi ordinavano, stasera, al bar, alle 9, capito?

Si voltò, mentre stavo ancora annuendo, senza dire una parola, e se ne andò.

Misi i jeans chiari, larghi, quella sera dei primi anni 70, una maglietta, le scarpe da tennis, Superga blu, e corsi verso casa, verso le ora che sarebbero arrivate, verso quel juke box.

Arrivò con qualche minuto di ritardo, quelli bastanti a farmi impazzire di paura, poi di gioia, mi prese per mano, stringendola, mi portò verso il Baretto, e mi chiese cento lire per mettere un disco.
Ascoltammo prima Suzy 4, poi Baglioni, poi ci fu spazio solo per scappare verso il buio e baciarsi, senza freno, senza pensare, senza guardarmi da fuori, sentendo solo la sua mano che mi carezzava sopra i pantaloni, mentre la mia si affondava nella sua fica, scoprendo che era bagnata, e divorando i suoi ansimi.

Non lo so, quanto durò, non molto, doveva tornare dai suoi, e non ci fu altro che quel toccarsi e baciarsi con frenesia, e poi, il giorno dopo, quello dei saluti, mano nella mano,
baci senza fine, carezze e sorrisi, e quello stare in un attimo preciso, dove lei non sarebbe mai andata via, con l’assurda sensazione che non ci saremmo più visti.

E fu così, non seppi più nulla di lei, in un tempo nel quale esistevano solo le lettere e i telefoni a gettoni, non ci sentimmo mai più.

Sono sicuro che non si ricorderà più di quel ragazzo rosso, di quelle canzoni e di quei giorni.

Ma come in un film, li ho visti scorrere, dalla moto, in un giorno di settembre, tra un canneto e un deposito di gas, che, son sicuro, mi chiamavano ad un me stesso lontano.

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Fiore sfrontato

Sono alti e svettanti i girasoli,

persino nel loro inchino al Re che va al riposo

e contemporaneamente porgono il benvenuto

a Signora Luna (che possano vederne due non è dato di sapere).

Fragorosamente interrompono la compostezza

verde delle vigne,

ocra delle erbe riarse di luglio,

con una risata gialla ed un ammiccamento marrone,

siamo pronti alla esistenza così breve, sembrano dire,

per cui sghignazziamo alle ore.

Ne trae conforto il cuore,

improvvisamente messo di fronte

ad una bellezza che si ripeterà tra dodici mesi,

senza appello, senza scuse, senza clamore.

 

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Holy Children

 

Venti anni, e ti risuona nelle orecchie, accordi inconfondibili, attorno a te i capelli si allungano e il fremito del mondo si insinua nelle ossa, anche se sei in mezzo ad una strada sconosciuta hai la sensazione che quel percorso è tuo, dovevi esserci per forza, ora, nell’istante esatto nel quale la musica ti attraversa.

There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun

Venti anni, e hai in pugno la ribellione, mani che conoscono aste di legno e fazzoletti da usare per mascherare i connotati, brucia la voglia di parlare più forte, il desiderio di ottenere la tua parte di cielo, necessità e bisogni si mescolano con voglie e sorrisi, mio il pezzo di terra, nostra la pianta che assicura risa, vostre le facce buie e ringhiose, le mani disegnano segni di pace, le dita di vittoria, i pugni, chiusi, in alto, in tutto il mondo.

Well, I got one foot on the platform
The other foot on the train

Venti anche io, alla fine del muro, seduto tra cartacce e plastica, l’irreale nelle vene, la pace del limbo, e tutto scorre senza dolore, senza pensieri, sogni che avvelenano il cuore, attimi che rubano spazio alle ore, ripetizioni di spartiti scritti con unghia sporche, amaro masticabile, urla senza decibel, carne che si spenge, cuore rubato.
Oh mother tell your children
Not to do what I have done
Spend your lives in sin and misery
In the House of the Rising Sun

Venti e venti e venti, scirocco pazzo di sensi sfuggiti, e alle spalle il meglio della meglio gioventù, viaggi mai fatti, parole perdute, sogni divenuti quotidianità, il mondo su una barca che sfida le maree e l’odio, dove sei, siamo, fino a quando.

La musica è la stessa, però, la casa del sole nascente riecheggia, mai vuota sempre soffice da scoprire.
Well, there is a house in New Orleans
They call the Rising Sun
And it’s been the ruin of many a poor boy
And God I know I’m one

 

Viaggiatore

Acclarato che il passato abbia deciso di avere colori tono pastello,

e che il futuro abbia instaurato una viratura, grigia, che il seppia è abusato

si stabilisca, qui ed ora, che i presenti si dividano al bivio della metropoli.

Non voglio che la strada sia dritta,

datemi
la curva
la fiamma rossa
ha parole ridenti,
voglio sapere
se brucia o no.

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Chi è di scena

È finto questo sole che non riesce a illuminare,

molto più concrete le nubi che gli fanno da corona di spine:

ghignano nell’angolo attendendo il momento giusto

nel quale riversare il loro feroce contenuto,

perfettamente coscienti del potere di cui dispongono

[alcuni dicono sia di vita o morte, altri di parvenza di sogno]

entrano in scena ascendendo dal golfo mistico.

La rappresentazione prevede diversi atti, dei quali è ignota la durata,

non rimane altro che chinare il capo, e astrarsi nell’incoscienza,

contando i giorni che separano i minuti , quindici alla volta (del cielo).

Passa Tempo.

Mi sono riaddormentato sul divano, una mezz’ora fa, e ho sognato che eravamo al mare; tu venivi dalla tua spiaggia a trovarmi e ridevamo ci abbracciavamo scherzavamo piangevamo e ci baciavamo e camminavamo e ti facevo mille fotografie e mi raccontavi del tuo amore per Vit(torio) e poi c’erano i miei e i tuoi ed eravamo giovani e pure carini e io pure e mentre camminavamo sopra la spiaggia per un sentiero tapì roulant vedevamo passare uno squalo e poi in una casa diroccata a giocare a nascondino E tu tornavi alla tua spiaggia ed io cercavo un costume buono da indossare e ti venivo a trovare e dicevo a mia mamma è la ……. lei diceva è bella e l’Italia somigliava a quella dei miei diciassette anni ed eravamo tanto amici ed è un sogno durato trenta minuti e non so perché ma cazzo se era bello e se ridevi.

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Agosto.

Renato volse lo sguardo verso le nuvole che prepotentemente invadevano il confine tra mare e cielo, se ne sentiva la voglia di esplodere in acqua fredda fino dal tavolino che occupavano sulla terrazza ricavata sulla spiaggia, come se il pranzo che avevano consumato tra risate e pensieri, improvvisamente diventasse un pretesto per tenere il tempo a loro stessi, e il momento di sparecchiare fosse arrivato, ineluttabilmente.
I colori della fine di agosto spesso confondono le idee, a cavallo come sono tra il bisogno di fresco e un rimpianto delle sere in cui la dolcezza del clima invitava ad un ennesimo bicchiere, a inventare nuove parole che allontanassero il momento delle lenzuola sulle quali maledire l’insonnia.

Si guardarono senza dire nulla, le bocche camuffarono l’imbarazzo con un sorriso che aveva significati opposti, rimani, vado, ancora, basta, ricorda, dimentico, bisogno, liberazione.

Elena allungò le dita sul tavolo, in un gesto a metà tra presa e rilascio, poi tremò , le spalle danzanti in un ritmo breve e preciso, e si alzò, levandosi una inesistente briciola dal grembo, mentre i capelli ne nascondevano la bocca, di modo che Renato non potesse decifrare l’attimo che stava per fare ingresso su quella scena da riviera in disarmo.
Lasciata qualche decina d’euro sul piatto del conto, chiusero le porte del tempo, e pur se le mani si erano intrecciate, in una ricerca di fiati condivisi, fu come se una trincea dividesse le loro figure, nessuno sparo, nessuna resa, nessun vincitore era previsto in questo arrivederci, amore, ciao.

Quando giunsero all’auto, ci fu un momento di confusione e le braccia divennero artigli nei quali fissare le loro paure, ma agosto lo prevede, se per qualcuno è addio al sole, per un altro festeggia il benvenuto ai nuovi colori, e in quel preciso istante, tra mani che si trattenevano e labbra che fremevano, le grida dei bimbi che inseguivano un pallone fornirono una colonna sonora alla parola che non si dissero.

Più tardi, le fantasie di come avrebbe potuto cancellare quel giorno, si ruppero in un pianto muto, e Renato schiacciò l’acceleratore, spostando spazi che non si sarebbero riempiti di lei, mentre le gocce presero a investire il parabrezza.

Elena, in un vagone popolato esclusivamente dai suoi incubi, aprì un libro, restando in una frase che non riusciva a decifrare.

Agosto, d’improvviso si sente, e non ti lascia in pace.

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Da un Sudamerica cittadino

Nella recinzione dei tempi,

scanditi da un orologio sempre meno ricco di minuti,

si cerca di trasferire una parte di cuore

o, di quel che ne rimane necessariamente,

scevro dalle imprese quotidiane e da gesta notturne.

Dimmi della meccanica che consentiva sogni

e progetti accantonati in riva ad un lago,

approva, con un leggero chinare della chioma,

il ricordo della bambola di Cornell, di una misura

in un angolo pieno di luce, mentre,

il campo d’oro danzava dalla finestra.

Tenderemo le dita, tra un irreale pensiero e un banale percorso,

affinché le lancette non divengano spade

incaricate di ferirci, e, le ore si fermino, placide.

Istruzioni per l’uso

Si scelga se sottostare al composto, assoluto silenzio, dell’arma di distruzione di massa,

o immergersi nel fragore abbagliante di una granata, giusto per affinare il modo di evocare gli dei,

imbastendo un Olimpo nel quale la mela venga consegnata secondo canoni differenti da una bellezza feroce,

e attenersi scrupolosamente al bignami di vite sdrucite, ma con stile, sia chiaro.

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Si faccia giorno, se così deve essere.

Ora che l’equazione si è definita in un quaderno differente  ( del resto mai ho saputo risolvere l’operazione x+y/2, se non per la fortuna del principiante) mi scopro a frazionare il tempo, incidente di percorso compreso.

Vi sia chiaro, sessanta non sono i secondi, ma il battito di un cuore a riposo, o, più raramente dell’atleta sotto sforzo, ma che campione deve essere per superare di scatto le montagne, oppure affrontarle col piglio del passista basco.

Nel cercare il fondo del sole, inserisco mare e ricordi, deprivo il prossimo futuro della storia del ragazzo senza radici, senza luoghi costanti, senza dialetti nel sangue.

Domani, domani, domani.

Il dopo non è affar mio, lasciatemi la via di fuga ridente, e tornate al bicchiere, alla salute, compagni miei, alla prossima curva su questa strada che non conosco ancora.

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Le ventiquattro ore.

È vero, fisso sempre lo stesso sole, ogni mattina

come la stessa luna quando le luci vanno a dormire,

confesso, ne rimango incantato, mi catturano

in una dimensione  talmente dolce da farmi dimenticare

quanto di selvaggio sia in me.

Brucia, talvolta, la stella del giorno, ma è nulla, infinitamente

nulla rispetto al calore di ogni istante.

La Luna si sdoppia, in qualche momento, e se pur bianca

non mi riesce mai algida.

Osservo, catturo con scatti che stanno tra il felino e la carezza

e non ascolto quel fruscio indistinto che mi insinua la fuga

per il semplice motivo che Sole e Luna

incoronano il mondo, come dovrebbe, come è.092BF960-08DD-45F0-9624-84215E9C8AAD

Cambio

È un modo preciso, quello con cui si presenta Dicembre:

la neve bassa sui colli, un biancore accecante,

cumuli di nubi che sembrano avvisarti di un incerto presente,

e stracci di azzurro in fondo alla strada, più ti avvicini meno ti avvolgono, come

promesse di un nitore a venire, rigide regole con le quali la vita si difende

dalle follie della mente.

Posso, di grazia, attendere nel mio angolo preferito?

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Autostrada

Ha un assurda esortazione di puntualità

questa mezzeria intervallata come secondi

scanditi dal orologio lunare.

Destra stasi, sinistra sorpasso:

il nastro nero si srotola di fronte alle mie mani

che giocano sul volante, ai miei occhi

schermati Zeiss, per afferrare il barlume di luce,

al mio cuore, in attesa del passato.

Respiro catrami di differenti provenienza

necessaria medicina del pensiero,

e conto, cartelli verdi, luci rosse, fari abbaglianti,

le mie perdite di velocità, il divenire della sera,

ed infine mi fermo ad assaporare il nero delle stelle.E6ADD0C4-3CE8-48E5-9BFD-53E030E4A134

Autoritratto

Preferisco il dio del marciapiede a quello esclamato da rintocchi di campane, intendimi bene, il tremore delle labbra commosse dalla visione della mano immobile sporca, fredda, che non chiede, né si pone, ma rimane solamente semiaperta, nella attesa di un miracolo composto da pane e pane.

Ho ricamato le mie sette vite nel insegnamento di Genet, abusato della notte senza indulto fatta dalla sostanza stessa del sogno psichedelico, respirato il freddo di una mattina a Stintino, ascoltato lingue come fossero canzoni, osservato visi di donne i cui occhi frugavano nel buio, e detto, parlato, esclamato, urlato, contrapposto, ragioni di cui non ricordo il motivo, io, incoerente scimmia evoluta nel opponibilità del pollice, la mia coda mutata in paglia, la mia paura di uno specchio in cui non voglio riflettermi, impossibile da attraversare, e sputato sentenze, e consigliato rimedi mal conosciuti, per sentire queste ossa, questa carne , questo senso.

Se dovessi, potessi, estrarrei il mio cuore dal petto, io so che mi guarderebbe attonito senza riconoscermi, e chiederei a quello che volevo divenire, cosa ne faccio di te, oggi che gli anni si sono talmente accumulati nel fegato, cosa sarà di me le prossime ore, se volessi finalmente cedere il controllo di ciò di cui non dispongo.

Sogna, mi dissero, e lo feci, dio se sognai forte, se sorrisi alla visione di un me stesso sicuro di sé, privo della paura di non essere visto dal mondo, io, senza sangue blu da proporre, io, ancora in piedi quando tutto giace, io che mi lascio a bui così oscuri che  desidero la tenebra per rischiararmi, e vorrei essere meno, o più, o altro, o qualche, o quello e questo, ma torno a me, mi trovo, e voglio levare quel cartello che mi dichiara: strada senza uscita, ragazzo.

Io che ancora sogno capelli e forze che non ho in dotazione, e salti e danze di cui non sono capace, io che mi dico è tutto qui, senza punto di domanda.

Fuoco, fumo, cenere, mi accompagno sul asfalto, vendetta della solitudine sulla libertà, alzo lo sguardo, ti vedo cielo, vi vedo lune, ti rido in faccia sole, terra, aspetta,  non è ancora il tuo turno di mettermi in catena, io sono il mille e non più mille, io tendo la mano.

Dio del marciapiede, cammino al tuo fianco, ancora, ancora un po’  un altro po’.

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metro/poli

Keep on right

dice la voce metallica che chiude lo spazio temporale

di un viaggio modulato dal microfono

e le immagini di piedi affrettati e

odori di ruggine e

pensieri rumorosi e

impermeabili cuori e

soldi fretta preoccupazione e

ferraglia che si scatena come tuono e

chiuse le porte attaccati ad uno sguardo perduto di una solita mattina

fine.

Il pugile.

Il jab era prevedibile, ma non aveva avuto la forza di scansarsi per tempo.

Da qualche minuto le gambe non rispondevano all’ordine di saltellare, la danza si era trasformata in un trascinarsi, sicuramente il sangue che offuscava l’occhio destro non aiutava a  riprendere il filo della situazione, il naso era gonfio, le mani solo dolore, il costato gli urlava ad ogni colpo ricevuto.

Lo vide partire, lo accettò sul suo mento come una giornata di pioggia, ne sentì il fragore sulle mandibola, ebbe la netta e liberatoria sensazione di poter scivolare a tappeto per rifugiarsi tra le braccia di 10 secondi contati dall’arbitro.

Mentre cadeva lo vide, sorriso beffardo e sguardo cupo.

Odio negli occhi, rabbia nel cuore.

1/

Dio quanto è morbida questa terra, questo pavimento quadrato unico rifugio dal turbinio di colpi inferti e ricevuti, unico muro senza mattoni dove si può restare immobili senza temere le urla e gli insulti del pubblico, le sue mani che sembra ti scavino  dentro, il suono assordante di tutti gli istanti in cui ho corso per chiedere fiato ai miei polmoni svuotati, al mio fegato incapace di filtrare le tossine.

2/

Tu aspettavi che arrivassi per regalarmi il sorriso di chi ha pazienza e buon odore, ti guardavo scendere le scale, aprire il portone e dedicare ancora una parola ai colleghi, poi mi cercavi con gli occhi leggermente socchiusi, il dono che la natura ti ha fatto per renderti più bella ancora, io ridevo dentro di me, nascosto da un albero, aspettando che ti cogliesse la prima irritazione della mancanza di precisione, qui, ora, sempre, con me.

3/

Conta maledetto, sei arrivato alla mia curva senza sbocco, ridi tra il boato di chi attende la resa e la delusione che fa di me uno straccio, la mano si muove a pregare più tempo, le gambe implorano tregua, la lingua carezza i denti, io dalla mia trincea di polvere, ti spio, a metà tra orgoglio sconfitta.

4/

Mi toccavi il volto gonfio ed arrivavi a quell’angolo di cuore che non sapevo di avere, ti guardavo mentre guidavo, tu fissavi la strada, poi ti impadronivi della mia mano per farne il necessario seguito della tua, io restavo nel mezzo di un tempo sempre troppo veloce, perennemente tiranno, ha sempre vinto lui, per quanto corrressimo immobili nel silenzio che componeva la musica perfetta delle ore.

5/

Non voglio, non posso, lasciate che la mia conta divenga eternità, che volete da me, ho donato il mio ieri per riscattare il futuro, cosa pretendete, io non sono campione, non voglio trofei, non chiedo nulla, che la pace e il buio divengano il mio spazio, omnia secula seculorum.

6/

La prima volta fu sonno e canto di allodole, terra ocra e vino rosso, neroli e binari, banchi di libri e carne, misuravo il mio stupore nella tua malinconia, le mie forze nel profondo dei tuoi occhi, corri, ragazzo, corri, non consentire che gli anni ti raggiungano, corri veloce, ti aspetta il combattimento, l’avversario ti farà a fettine,se non corri, ragazzo, corri, fuggi in avanti, tocca la cima Altissima, arriva dove mai avresti immaginato.

7/

Ho alzato un ginocchio, premo la pianta del piede sul tappeto del ring, fisso il mio avversario e sorrido, ha un espressione stupita, che sia fastidio o timore non mi è dato di saperlo, ma la sorpresa che prova vale tutto il mio sforzo, arbitro rallenta, almeno tu non rubarmi tempo, magari tu sii clemente con il mio destino, lascia che questi attimi rimanenti cibino il Cielo da conquistare, lei mi guarda, lei soffre il mio dolore, sia ricompensa questo atto di volontà, sia la porta che rimane aperta, la pozza che offre acqua, non quella che mi inghiotte, spingi giù, piede dannato, forza il corpo, dai midollo alla mia schiena.

8/

Vita ci hai preso, siamo tuoi servi, terra ci hai accolto, prendi i nostri doni, lune ci illuminate, rendici chiaro il cammino, bocche cantate, colli sporgetevi, orecchie apritevi, noi festeggiamo la bellezza di essere puntini, il rigore di non vendere i sogni, la fatica di restare accanto alla sofferenza, il bisogno di vivere a scapito delle scommesse di biscazzieri in palandrana e cocchio di cavalli neri, noi chiediamo a te, Vita, che oggi ieri e domani si fondano assieme.

9/

In piedi, le urla, i gesti di gioia, il momento in cui tutto il dolore provato si trasforma in consapevolezza di essere uomo. Combatti, la fine è ancora da scrivere.

Vie di fuga

Sbrigate le commissioni, evasi i compiti,

si torna al salvifico dovere,

isola attutita nella quale numeri e chilometri annullano i bisogni.

Meglio respirare l’aria del non detto

che assistere al taglio delle strade;

lascia perdere il bruciore,

è un semplice effetto collaterale 

e come tale si cura con il gelo,

quello delle ossa e delle pupille.

Rapid eyes movement 

La strada era di sassi, da un crinale si immetteva direttamente sul balcone in pietra di una bar, da dove potevo osservare la costa del monte di fronte.

Ero con tre ragazze, giovani, mi conoscevano e mi prendevano scherzosamente in giro, per conto mio ascoltavo e piangevo di nascosto, ma se mi interrogavano del motivo, assumevo la faccia di un clown, riso forzato senza espressione.

Improvvisamente il vento ha iniziato a scuotere rami ed alberi, noi accovacciati sul balcone di pietra, io pensavo che se mi fossi messo alla guida questa volta non l’avrei scampata, meglio dormire lì, dovunque fossi, comunque stessi.

È un sogno, lo ho sentito sotto pelle, e non so quanto dolore riesca a cacciare fuori dalla mente.

Ma stamattina le foglie degli olivi mostrano il bianco, forma istintiva di avviso della pioggia imminente, il vento scuote le fronde, gli alberi ballano, le anime pogano come ad un riff dei Talking Heads, psycokiller, dentro lo stomaco.

Smetterò prima o poi di cercare tra le pieghe del domani, assestandomi sul guanciale del quotidiano, sentirò cessare il vento.

Viaggio

Poi ce ne andammo, lasciammo le impronte del vento

sulla peluria delle braccia, tra i capelli,

invisibili testimoni del nostro passaggio, bocche e naso spalancati,

poco in comune con il fiato di un pubblico ghignante,

un’impressione di mani sul muro bianco, cieco

con l’indifferenza di un fiume che seguita nel suo itinerario,

e

e sessanta non furono più sessanta,

semplice addizione di minuti voraci o immoti

ma la storia di due lune senza tempo

che tracciano un moto perpetuo d’altalene

 

 

Anni

Vi rimpiango passi sui sentieri in cui la fatica era appagata, braccia prive di paura del sudore, miei anni di notti esplorate e mattine dipinte solo di alba.

Vi ricordo farmi compagnia nella punizione dei pensieri assordanti, attorno ai miei occhi impotenti e alle grida di affermazione, confuso in folle cantanti e negli abitacoli di utilitarie colme di fumo e parole.

Vi attendo al varco del quadro in cui i colpi di pennello svaniscono, senza  divenire croste, valore senza prezzi e finzioni finali.

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Vitellozzi.

Mi sveglio presto in queste mattine. La caffettiera la preparo la sera prima, e, sfamato le bestie, mangio un paio di cose, di solito una fiesta, frutta, un paio di biscotti, che la mattina dice che bisogna nutrirsi, ma poi a mezzogiorno non è che salto sempre, ed insomma, la sera uno si deve pur rilassare e cenare per bene, una birra, qualcosa di freddo, ma se non c’è nulla in frigo due spaghi si fanno alla svelta, mentre guardo qualche cuoco sfigato sulla 8.

Perché racconti ste cose, qualcuno potrebbe dire.

Giusto. 

Sennonché stamattina mi trovo su Instagram l’avviso:

MARIKA VITELLOZZI HA INIZIATO A SEGUIRTI !

Frugo nella memoria fortemente corrosa dagli anni e dalle cinque della mattina, e cerco di ricordare se ho una conoscenza con questo nome.

Una che si chiama MARIKA con la K e VITELLOZZI di cognome me la dovrei ricordare, ma di Ceprano o della Ciociaria, da dove suppongo venga un accostamento del genere, conosco solo un tale che voleva portarmi nel suo bar alle 11 di sera e farmi sballare di brutto, nessuna donna.

Mi accorgo del pensiero un po’ razzista in fatto di genealogie ed eleganza stilistica anagrafica, e ripenso alle mie generalità, che manco il figliolo di Giovanardi e Ratzinger se le merita, mi metto in buon ordine mentale da uomo progressista e di sinistra qual sono, e apro la pagina Instagram per capire chi sia la signorina in questione.
Appena leggo le parole ITALIAN INFLUENCER, FASHION BLOGGER, FUTURE TRENDER, ed altre stronzate del genere ritorno immediatamente al mood cavernicolo e bestemmiando il mio caffè decido di esplorare meglio.

Seguita da 260000 persone, ne segue 462, ed io che sono tra quei fortunati già la sputo mentalmente. C’è un sito, vado a vedere chi cazzo sia.

Viene fuori una di vent’anni, che appena ti colleghi manda una mail in automatico dicendomi strasuperwow felice che tu sia andato a conoscerla, porella manco sa che epiteti mi stanno riportando alla mente i miei anni nelle case del popolo toscane e nei circoli arci liguri.

A parte lo stile burino che Manfredi quando lo interpretava era un aristocratico alla corte del Re Sole, come lei mi ci vestivo a vent’anni, quindi tra i ’70 e gli ’80, che Dio solo sa quanto abbiano devastato i nostri guardaroba, a parte quello dicevo, entro in archivio, e mi trovo consigli che vanno dalla fetta biscottata a quale tipo di pastiglia blu scegliere, dalla gabbia per canarini fino alle scarpe di tendenza, in pratica lo scintile umano disponibile su Donna Moderna, Cosmopolitan e Cronaca Vera messi assieme.

Ora io so sue cose: la prima logicamente che parlando della VITELLOZZI le faccio pubblicità e quindi alimento il perverso meccanismo voyeuristico di ognuno di noi ( ma del resto una che si chiama come il Monni in ” Non ci resta che piangere ” va capita )

La seconda che magari questa fa i soldi e si è inventata una cosa per sfangarla, e la mia è tutta invidia.

Ma capirete bene che alle 5 della mattina uno è giustificato se urla improperi al tablet davanti a ITALIANFASHIONBLOGGERTRENDER di sto paio di coglioni.
Per cui vi ho raccontato le mie abitudini mattutine, e se volete lasciare un 5 euri vi do l’indirizzo di casa, che almeno mi pago le multe di sto mese.

Grazie.

Domani, il domani.

È un giramondo sinusoidale 

questo nascondarello, questo tenersi tra le dita come il gioco della bandiera, 

si rincorre e si fugge, si nasconde lo sguardo sotto un fazzoletto

bianco esattamente inciso in quelle nuvole.

Il soffio non si fa vento, piuttosto mormorio, 

il riso ha necessità di coltivazione selvatica, 

se pur  curata.

Passano ore e giorni eterni, inutili al dirsi tempo,

passano inascoltate eruzioni delle pagine,

tracce in cui si ritrova un mondo in trasformazione.

Passa tutto, ma non passa il segnale di arresto, 

seppur stanchi di corse e corsie non preferenziali

lanciamo avanti gli occhi,

e li facciamo sentieri sui quali 

scansiamo l’abitudine.

Liguria

Le fronde degli ulivi 

giocano col vento di sale

sotto, sopra, blu accarezzato dal bianco,

le mani delle donne appendono 

lenzuola umide alle finestre,

voci di uomini sporcate dal vino e dagli anni 

cantilenano delle glorie passate:

io sono piccolo rispetto a ciò che mi entra nelle pupille.

Alla fine

Alla fine avrò pronunciato miliardi di parole

non per questo sarò stato oratore

scritto milioni di frasi

senza essere diventato romanziere

storpiato miriadi di canzoni

senza che la musica mi fosse mai appartenuta

scattato costellazioni di fotografie

e mai diventerò obiettivo

raccolto sotto le suole oceani di passi

ma la meta si è perennemente allontanata

osservato cieli in abbondanza

toccandoli solo da lontano

raccolto frutti del peccato

scampando le umiliazioni del servilismo

sfiorato il senso delle notti

cedendo al fascino delle mattine
Resterà questo, ma io lo avrò fatto.

#Aurelia

Mi si stringe al senno ogni singola stazione
di servizio
di questa lunga arteria che scorta
Il mare
mi appartiene il gusto di tutti
i caffè
la puzza dei cessi indicati col fastidio
del necessario
le tariffe sbiadite che promettono
marce sulla schiena del tempo
la curiosità soccombe
all’ottimizzazione della
strada

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17,57

Diciassette e cinquantasette recita l’orologio,
quindi il Tempo si è fermato senza neanche avere il buongusto di suonare la campana del ring in cui i colpi proibiti non vanno per il sottile.
Osservo il livello del liquido nella bottiglia, non spero più che l’acqua si trasformi in vino, tantomeno che mi possa dissetare.
Ho masticato foglie di menta, inciampato in aghi di pino così grossi che ne avrei potuto costruire recinti, incamerato minuti e sprecato settimane, bevuto parole dimenticate in fretta, mi sono intossicato di latte scevro di scremature.
E tutto ciò non mi ha reso più uomo di quando emisi il primo vagito, piuttosto lampante come la retromarcia non eviti le curve senza paracarro.
Faccio le somme, algebricamente precise, tra iperboli e sinusoidi la X non ha portato a soluzioni accettate dai docenti annoiati, ma fu vita, in ogni modo, è vita nonostante, sarà vita, a prescindere.
Fino a che, almeno, Tempo non emetterà un brontolio troppo sordo.

 

Poster

Non ho fame.
Mi agito, cammino, guardo in giro, mi sento attratto da quel cartellone pubblicitario che promette viaggi da sogno e pancia piena, scivolando sul parquet lucidato della nave a suon di valzer, e focalizzo che non so ballare.
O forse sì, il fatto è che non ho mai voluto provare, e nessuna ha mai desiderato intrecciare note e passi con me. Quindi, come si dice, di necessità, virtù.
Accendo una Chesterfield blu, e mi siedo sul muretto, quel cazzo di cartellone mi ha incantato, osservo i particolari: la grafica, sembra divertita persino lei; i colori dello sfondo, azzurro, blu, bianco, verde, manca solo la faccia di Berlusconi.


Le foto, una grande che pare uscire dal tabellone, le altre due, messe un po’ sghembe, che le fanno da coro, e paradossalmente sono loro, anzi, una di loro, che m’incatenano lo sguardo.
Vieni, vieni in Tunisia, un mare di velluto, gliel’ha ha scritta Baglioni, forse.
In quella che m’immobilizza c’è una donna, capo coperto, velo sulla bocca e il mare smeraldo negli occhi, che mi fissa, e non sorride, non ne ha bisogno, voglio dire uno si scaraventerebbe nel deserto a cercarla pure se sotto il vestito avesse il corpo di Alien, anche se si scoprisse che è il sultano del califfato nero, o il califfo del sultanato dei mangia teste, che cazzo ti frega, fai un giro nella giostra di quelle pupille, e via, il dopo ha un non dopo.
La sigaretta si è spenta, da quando hanno fatto la carta antincendio o tiri come un ossesso oppure hai quattro accendini carichi per poterti fumare un pacchetto, la osservo mentre rivive di fiamma, aspiro, e mi do altri due punti di saldatura alla foto, che dovesse arrivare qualcuno a staccarmi da lì.
Ecco, ci mancava la musica araba dalla Punto blu e ruggine che passa, e ora servitemi il cous cous che mi cambio il nome in Amir e m’infilo un caffetano.
Piove, figurati se uno può star tranquillo, resisto alle gocce fredde e mi chiudo il piumino, qua il diluvio, nello spazio di Farah (l’ho chiamata così, nemmeno so se è un nome tunisino o la tipa di Reza Pahlavi ci ha messo il brevetto) il sole accecante e profumo di datteri. Che sento per davvero, mica per dire, ne ho il sapore in bocca, sputo il nocciolo nella mano e lo guardo senza nemmeno troppo stupore.

– Andiamo ? – Ci devono passare parecchi italiani per la Tunisia, perché la domanda è in perfetto accento dantesco, roba da far schiattare di rabbia Salvini, ma insomma non è questo il punto, piuttosto che Farah ha allungato un braccio che finisce con la mano più bella del mondo e m’invita a contaminarla con la mia.
Secondo voi mi faccio pregare?
La stringo come si farebbe con una pietra preziosa fatta di panna montata e faccio un passo avanti: uno solo, basta e avanza per sentire la sabbia sotto le scarpe e la sauna dentro il piumino.
Me lo strappo letteralmente di dosso, che mai succedesse che perdo tempo, mi faccio guidare sotto una palma mentre Farah intona a labbra chiuse quella che sembra una preghiera pur sorridendo in fondo al lago verde dei suoi occhi.
– Siediti – Mi sa che devo dirle di aggiungere almeno un’altra parola, quando mi parla, poi ricordo che io ancora non ho fiatato e sussurro grazie.
Cioè, l’intenzione era quella, ma le vocali e le consonanti si divertono a organizzarsi a modo loro, e ne viene fuori – dio come sei bella ti amo voglio restare sempre qui con te a costo di dar da mangiare ai cammelli tutto il giorno –
– Prego – è la sua risposta. Non ci capisco una beata mazza, ora ne ho la comprensione esatta.
Ero per i fatti miei che me la fumavo e non avevo fame sotto la pioggia e un attimo dopo mangio datteri e mi sudano le orecchie. Sì, ma sarà meglio che non chiedo, magari si accorge che non sono io che aspettava ma un io che non c’entra un cazzo con me, mentre sicuramente io non ci dipietrescamente azzeco nulla con lei.
A mangiare dolci e frutta, a ballare, tenendola stretta solo con i pensieri, a ridere e parlare con il cammello, a fumarmi un pezzo di libanese con il sorriso da ebete.
Passa così, il resto della giornata, fino al momento in cui m’indica una tenda che ospiterebbe l’esercito di Giulio Cesare e di Napoleone tutti assieme, un mare di cuscini che profumano di Henné e Kajal, un tappeto comodo quanto una nuvola.
E ci cado sopra, mi ci spalmo come una crepe in padella, le sorrido, mi sorride, abbassa il velo, mi lascia osservare le sue labbra, si gira e se ne va.

La mattina dopo non mi svegliai, ero morto ma non di sonno.
Ero morto davvero, la notte prima, mentre leggevo un libro e fumavo una Chesterfield Blu.
Ricordo che avevo pensato, nell’ultima espressione dei miei neuroni, che Poster, la canzone di Baglioni, era davvero bella.

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https://wordsocialforum.com/2016/09/19/contest-i-racconti-della-mezzanotte-ii-edizione-poster-di-rosario-campanile/

PUNIZIONI. I CINQUE PASSI

Quel pomeriggio di novembre il campo era più arido e sabbioso del solito, dell’erba verde nemmeno una traccia.

L’acquazzone che si era scatenato quarantotto ore prima aveva provocato delle pozzanghere mutate in fango secco dal freddo che ne era seguito, e a nulla erano valsi gli interventi di Beppino per cercare di pareggiare alla meglio il terreno.

Del resto non si poteva pretendere che dove si allenavano gli allievi fosse curato come dove giocava la prima squadra, i soldi erano pochi, e lo sponsor minacciava di ritirare anche quelli necessari al lavaggio delle magliette e al noleggio del torpedone.

Penultimi in classifica, a tre punti dalla terzultima e cinque dalla salvezza, le speranze di recuperare posizioni erano al lumicino, mancando solo poche giornate al termine del campionato.

Il che non sarebbe stato il finimondo, se proprio quell’anno anche la prima squadra non avesse fatto anch’essa un girone di ritorno disastroso che l’aveva già consegnata alla serie inferiore, e per una società che aveva fatto del vivaio il suo punto d’orgoglio, la performance degli allievi era stata una mazzata clamorosa.

Beppino si accese una sigaretta, si sedette sulla panchina vuota.Ci sarebbe voluta ancora un’ora buona prima che arrivassero i ragazzi, delle due squadre, gli arbitri e il pubblico.

Di solito quello era il momento che amava di più, l’attesa dei visi che fremevano di indossare la muta di gioco, con ancora la pastasciutta ingoiata in tutta fretta al ritorno della scuola, in quei sabati che cominciavano ad avere una vita solare breve, in cui i primi peli sulle gambe si rizzavano a solcare la pelle d’oca, in cui il pallone ancora pulito cominciava a girare impazzito sotto i colpi acerbi di piedi morbidi.

Pregustava il chiasso che veniva dagli spalti, il vocio che sfuggiva dagli spogliatoi, l’attimo dell’appello in cui si chiamava il cognome e il ragazzo si girava a far vedere il numero sulla maglia, l’aria severamente sorridente degli arbitri, il nervosismo fremente dei portieri che si misuravano l’altezza con sguardi sfuggenti.

Ma quello che amava di più era vederli palleggiare liberi, facendo finta di scartare avversari immaginari, prima di essere ripresi burberamente dall’allenatore.

Ecco, quello era l’attimo che lo faceva scivolare indietro di quarant’anni, quando ancora il ginocchio destro funzionava, a quell’attimo prima del calcione che glielo aveva ridotto a un impasto di cartilagini e muscoli doloranti, mentre prendeva la mira con l’interno del collo piede.

Strano, del dolore si era dimenticato in fretta, almeno di quello fisico.

Le notti che fu ricoverato in ospedale, sognava di continuo di arrivare a colpire la palla, sognava il tuffo d’angelo del numero uno che allungava le dita della mano di ritorno a cercare di togliere lo spazio tra la sfera e la traversa, a nascondere quel fazzoletto di rete che si sarebbe gonfiata solo una frazione di secondo dopo.

Sognava se stesso, fermo e sorridente, col dito alzato in aria, sentiva il respiro affannoso della corsa dei suoi compagni che correvano ad abbracciarlo, e, girandosi appena, la gioia di sua madre che lo applaudiva.

Un sogno, appunto, che si era avverato molte altre volte, prima. Beppino era il numero 10, quello di Corso, il numero della foglia morta, quando il pallone era tele diretto in una salita veloce e in una altrettanto repentina discesa che lasciava inerme il portiere, e mandava in visibilio il pubblico.

La sera si fermava ore e ore a provare le punizioni, ignorando sia il freddo sia il caldo, sia le urla del padre sia il lamento dell’addetto alla chiusura del campo, confortato dallo sguardo severo di Mister Bogliani, che aveva trasformato, lui, nato mediano, in un elegante trequartista.

Il campionato 1970/71 era nato sotto una buona stella, le prime quattro partite erano state vinte in scioltezza, la quinta pareggiata con lo squadrone del Canaletto, a casa loro, poi altre tre vittorie e un pareggio, a chiudere imbattuti il girone d’andata.

Beppino aveva segnato sei delle quattordici reti della sua squadra, secondo solo a Ton-Ton, come era chiamato quello scugnizzetto nero e veloce che veniva dal sud. E che da ala destra ubriacava di dribbling gli avversari, e persino se stesso, a volte. Lui era il vero idolo dei tifosi, la sua corsa infaticabile, i suoi scarti, le sue veroniche provocavano il giubilo della curva. Ma Beppino era il capitano, e le punizioni spettavano a lui. Quando sistemava la palla sulla zolla, facendola roteare un paio di volte su se stessa, prima di trovare il millimetro giusto, già ne vedeva la traiettoria, già era un minuto avanti nel futuro. Già sapeva se l’avrebbe messa dentro, o no.

Ogni volta era il cuore a fermarsi di colpo, il respiro a trattenersi da solo. Cinque passi indietro, si posizionava alla battuta. Osservava la barriera piazzarsi, il portiere con una mano appoggiata al palo, l’altra a indicare ai compagni dove sistemarsi, ne sentiva l’urlo incazzoso nel dirigerli. Lui, nella testa, aspettava solo il fischio dell’arbitro.Eccolo.

1)      Parte il piede destro, si allunga a tirarsi dietro il sinistro, lo sguardo rivolto verso il basso.

2)      Il sinistro si appoggia con forza a cercare velocità, il collo comincia a richiedere una luce differente.

3)      Ancora il destro carica forte, lo sguardo abbandona la visione del pallone.

4)      Il sinistro cerca un appoggio sicuro, consapevole che la forza scaturirà da lì, gli occhi guardano per un attimo la barriera.

5)      Destro, collo interno del piede, forte, gli occhi si chiudono.

Tutto il resto non è più in suo potere, ora la palla vola, gli sguardi di tutti si aggrappano a quell’istante preciso, non si sente volare una mosca, in barriera qualcuno salta, altri si proteggono le balle, uno chiude anch’egli gli occhi, il portiere vola.

E poi il dito alzato, il ritorno al centrocampo.

Quando incrociò lo sguardo di Vangeli, il libero della squadra avversaria, gli si gelò il sangue, ne lesse l’odio all’interno delle pupille; né lo fece star meglio sentire il sibilo delle sue parole.

“ Te la farò pagare “

Battuto il calcio di ripresa, gli avversari si scagliarono all’attacco, aggredendoli in ogni spazio.

La difesa operò con ordine, e resistette, cercando di liberare l’area, anche con palloni scagliati in ogni angolo delle tribune.

Ma quando Ton Ton prese palla al limite della loro area, e cominciò a correre sulla linea laterale, vanamente inseguito dal terzino  avversario, capì che era il momento giusto per il raddoppio, seguì con lo sguardo il compagno che fuggiva come un furetto, ne colse lo sguardo che lo cercava, e si piombò ai diciotto metri cercando di capire se il cross sarebbe arrivato puntuale sulla sua testa. Ton Ton fece un ultimo scarto, si accentrò e mise la palla a mezza altezza. Beppino capì che sarebbe stata perfetta per un’esecuzione al volo, di interno collo piede, e calciò.

I tacchetti di Vangeli arrivarono prima. Il ginocchio cedette, lui si accasciò

Sentì solo le urla del pubblico, e vide gli occhi dell’avversario  feroci  mentre gli annunciava la fine dei giochi.

Ma di tutto questo non era rimasta una traccia tragica in lui, solo amarezza.

Erano arrivati i ragazzi, li accolse come il solito, dandogli  una pacca sulle spalle, e un sorriso. A uno solo a uno, riservò una parola.“ Pronto ? “

Lo spilungone rispose di sì.

Quando al ventesimo del secondo tempo il numero dieci si avvicinò alla sfera, posizionandola con attenzione sulla zolla, facendola roteare un paio di volte su se stessa, fece cinque passi indietro, e lo cercò con  lo sguardo, Beppino chiuse gli occhi.

Sapeva già dove sarebbe finito quel tiro.

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Dello scorrere degli anni e di altre disavventure

Uno poi si crede che le cose accadano d’improvviso, cioè che ti svegli una mattina, sei diventato vecchio, fai fatica nei movimenti e la pesantezza della respirazione al risveglio si è accentuata, che lo specchio lo metti improvvisamente male a fuoco, voglio dire, per riuscire a osservare quella macchia sotto gli occhi picchi il naso sul vetro, e meno male che non puoi vedere sulla spazzola che ti sono caduti altri capelli, perché quelli è da mò che ti hanno salutato, dio ce ne scampi dall’abbassare lo sguardo per controllare se l’arnese predisposto alla minzione mattutina funziona, ti tocca piegarti in avanti per trovarlo, la doccia è troppo calda, sticazzi è troppo fredda, il caffè per quanto tu rimanga almeno un minuto e mezzo buono a studiarne il borbottio, inevitabilmente esce dal becco, e tu con la spugnetta, pensando di levarlo subito, onde non ritrovare il catrame sui fornelli la sera, riesci a procurarti un’ustione sul dorso della mano, mentre bestemmi in maniera animalesca la chiazza che diventa una pozzanghera.
Ecco, questo solo per iniziare.
Allora, pensi, vabbé, mi siedo con calma e mi bevo il caffè leggendo chi ha la testa più grossa su fb, sfogliando virtualmente la Repubblica, controllando la posta….ah, quel quarto d’ora che precede la prima sigaretta è davvero impagabile!

Quindi, dopo aver pulito le gocce che sono ormai pendant col pavimento, nonostante il tuo sguardo fisso sia sulla mano che regge la tazzina mentre fai le scale, ma non riesci a concentrarti sull’utensile di porcellana, bensì su quella maledetta bastarda che pare abbia deciso di ballare il twist autonomamente dal resto del corpo, che in ogni altro suo punto la implora di stare fermo.

Ecco: la sedia.

Ah, finalmente.
Sposti la tazza, accendi il pc.
Non fai in tempo a cliccare sulla connessione che partono gli aggiornamenti che SignoreIddioWindows ha ritenuto che siano vitali per te, proprio e solo per te, quella mattina, e quello che accade in quei minuti è un’esperienza extratemporale, rimani inebetito di fronte ai numeri che scorrono, agli avvisi di non spegnere il computer (ma se l’ho appena acceso perché dovrei spegnerlo, testadicazzodiunprogrammatore), fermo, immobile davanti al display che non prende vita, vedi la tua infanzia, il maestro Tuminello che ti picchiava le dita con la bacchetta, il tenente Papalia che ti mette in punizione, il prete che ti caccia dalla chiesa perché giocavi oscenamente col cero della processione e…. START, PASSWORD, ACCENSIONE.

Il caffè si è freddato.
Oddio, meglio così perché se lo bevi caldo subito dopo devi ingurgitare un Omeprazen e se non basta pure un Maloox Reflurapid, ah, a proposito non scordiamoci il Cedro, che per la sciatalgia ci vuole il cortisone, e la cardi aspirina invece più tardi, in serata la lovastatina, un paio di Oki e di Brufen sempre pronti alla bisogna.

Non erano gli astronauti che si sarebbero dovuti cibare di pillole?
Che, siamo su marte e nessuno mi ha avvisato?

Intanto il quarto d’ora se n’è andato quindi tocca andarsi a lavare.
Ora, a voi giovani voglio dire una cosa:
se non siate figli di Gambadilegno o di Bud Spencer, più andate avanti più l’impianto tricologico si sposta a caso sul vostro corpo, tipo sopracciglia ad aliante, nascita di foreste in un punto preciso del braccio, il tutto, logicamente condito da chiazze desertiche sulle guancie inframmezzate da esplosioni di peli di colore ignoto.
Il capitolo lametta da barba + sapone + dopobarba occupa una parte della letteratura mondiale splatter facilmente riassumibile in sangue e conta dei santi.
Già normalmente, poi per chi come me fa la barba a sfera, cioè inizia dall’attaccatura dell’orecchio destro e via senza soluzione di continuità alla nuca facendo il giro della morte stile moto nel cerchio infiammato, per poi tornare in senso contrario contro (ex) pelo, e ammirare compiaciuto che ti sei tagliato solo in tre punti stamattina, sempre per colpa di quella fottutissima bastarda che insiste a balla Twist and Shout.

Qualcuno, poi, è in grado di spiegarmi come mai i pantaloni da un giorno all’altro si restringono, ma solo e inevitabilmente in vita, e le camicie decidono di espellere i bottoni appena te le infili?
Lo vedi che hanno ragione in Africa a essere Animisti! Le cose vivono, e non solo, ti comandano.
Hai poco da pensare, ma ieri sera a parte la pasta i peperoni il vino e mezza pastiera non ho mangiato altro, no, loro ti puniscono, manco fossero i tuoi parroci personali: il purgatorio è qui, signore e signori.

Per fortuna si sale in auto, e si va, che tanto quella anche se invecchia, fa il suo.
Bisogna passare dal tabacchino a scannerizzare la carta d’identità per presentarla all’assicurazione si scende dall’auto, il pacchetto di Chesterfield morbide ti viene incontro teleguidato, ah, n, Veronica, fammi il piacere, mi scannerizzi questo documento? Certo, dammi, lo apre, lo osserva, mi scruta, lo vedi che sta per dire qualcosa, INEVITABILMENTE, sai, attendi…….

Ah, quasi 60…..
eh….

Eh, ma non li dimostri, ….

Ehhhhh

No, davvero, poi sai gli uomini a una certa età, come dire, maturano.

Eh, uhm, eh.
Grazie

Ma vaffanculo tu e non li dimostri, vado a comprare uno scanner.

Paola

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Mi chiamo Paola e ho Quattro rose.
Mi chiamo Paola, le rose mi hanno.

La Prima è quella della sera, mi accarezza la guancia, mi bacia sugli occhi, e mi racconta di quando era solo un seme, e seme pure io, e pare tenermi il capo, confondermi il sonno, cantarmi di nuvole.
E la Seconda si presenta baldanzosa, nel bel mezzo della mattinata, vieni via, mi dice, fuggi con me, e ride, e accenna a colline, urla di onde, sussurra di piedi stanchi e braccia forti, e miglia e miglia avanti c’è ancora il mondo da annusare.

Tre, quella del desiderio, scivolare in un quadro che non finirà mai di mutare cornice, la rosa parla latino e greco, bestemmia in tedesco, balla in inglese, il francese, quello, lo tiene per fare all’amore, baffi e nasi spioventi, profumo di Pastis, tacchi che battono, gambe allacciate, seni umidi e bocche ardenti.

La rosa che ha le spine è la Quarta, mi attendeva in un parcheggio, mi frusta il ventre, batte col ramo impazzito sopra il mio cuore assordato. La Quarta trova scuse e permessi, inventa tiranni, padroni e Dei, rimprovera la libertà, non ti consente di scegliere.
Alla fine la Quarta usa il fuoco, e le spine mi bruciano dentro.

Mi chiamo Paola, avevo Quattro rose.
Mi chiamavo Paola, le Quattro rose mi hanno per sempre.

https://wordsocialforum.com/2016/06/07/giovani-prospettive-omaggio-di-parole-a-mira-nedyalkova/

 

Nerone

Poi quando ero piccolo, mi chiamavano Nerone perché mi piaceva dar fuoco alle cose, e infatti allora sono cresciuto, e dato che ho otto anni, ho pensato che sia giusto bruciare la casa dei Saggi.
Mica perché mi stanno antipatici, sai, anzi.
Sono gli unici che mi fanno parlare, mi raccontano storie e manco hanno paura dei miei fiammiferi, al massimo si mettono a ridere.
Ma io lo so come funziona, cioè, se te la prendi con qualcuno che ti fa i dispetti, tipo quello di dieci anni che sta in seconda per la terza volta perché mena le mani e parla male, ecco, se tipo do fuoco alla sua bicicletta, allora c’è sempre chi ti difende e trova una scusa.
Ma così come faccio a farmi ricordare prima che me ne vada?
No, no, se accendo i letti dei saggi, magari ne brucia uno, magari solo i piedi e tutti urlano e scappano e imprecano che non lo fanno mai, e forse mi rincorrono, insomma, vedi che poi, anche ora che sono cresciuto lo diranno “ Rino, eh, quello è cattivo, era cattivo pure da piccolo, e perciò lo chiamavano Nerone”.
E allora ho preso i controvento e pure uno straccio, e sullo straccio ci ho messo il liquore che tiene mio papà e che se lo beve tutte le sere, così pure lui si arrabbia, mica perché incendio i vecchi, ma và, solo per il fatto che gli ho finito il liquore, e ora che è buio scappo dalla finestra bassa, e non mi vede nessuno e manco mi vengono dietro i cani, se lo ricordano che gli ho bruciato la coda, sì, e arrivo alla porta dei saggi, e via un fiammifero, e via, due fiammiferi, e via, tre fiammiferi, e ora lo straccio, e ora il fuoco e ora, via, via, via l’ acqua.

Perché mica volevo essere così.
Solo che quando il fiume ha portato via la mamma, e la piccoletta e mio papà urlava ed io scavavo con le mani e i pompieri con le pale e i cani con le zampe e tutti guardavano la casa che era a pezzi, ma nessuno vedeva i pezzi miei, quando l’acqua è diventata coperta e ha chiuso tutto sotto, e la mia testa è diventata cuscino, e ho appoggiato tutto dentro e il mio cuore forse, che non lo vedo, il mio cuore è diventato di un altro, io volevo essere Nerone che almeno accendeva il fuoco e un pochino ci scaldavamo.

E faccio il cattivo, sai, lo so che faccio il cattivo.
Così mi lasciano in pace, così, almeno così, sono solo.
Io, i fiammiferi, e, se me lo ridanno, il mio cuore.

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https://wordsocialforum.com/2016/04/19/giovani-prospettive-omaggio-di-parole-a-kylli-sparre/

***

Forse oggi è tutto qui
Chissà se basta o basterà in futuro
Ma è necessario mandare il passato in soffitta?
Parlate sinceramente, lune, consideratemi figlio
Di tutte quelle sere sull’altalena, di quei pomeriggi in preda all’attesa
Di quel giorno sul sedile del treno, compresso dentro e fuori dalla paura
Con gli occhi stretti nella ricerca di chi attende.

Forse oggi è tutto qui
Chissà se basterà il futuro a mandare il passato in soffitta.

 

* leggete, ci sono delle perle, ed io sono immeritatamente ospitato, ma orgoglioso di esserlo.

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https://unpostodivacanzasite.wordpress.com/2016/03/21/giornata-mondiale-della-poesia-sulla-scalinata/

I normali

Ieri una mia amica, Kika Plattner, mi ha sollecitato un parere sulla vicenda Vendola e l’adozione del bambino.
La ringrazio, per la stima che mi concede.
Le ho risposto che stavo maturando un parere, scevro dalle mie convinzioni politiche, aggiungo, e dal fatto che ho votato SEL nelle ultime tornate elettorali, da qualche anno a questa parte.

Cerco di farlo.
Però voglio premettere una cosa.
E’ la mia posizione, non rappresentativa di nulla e nessuno, e lo dico proprio perchè in questi giorni ognuno pare parlare in virtù di una verità assoluta, spesso con la pretesa di spiegare la vita agli altri.
Io fatico già a spiegare la mia a me, figuriamoci quindi.

La prima cosa che ho pensato in assoluto, è che Nichi Vendola non doveva fare questa mossa ora, appena dopo il dibattito, i voltafaccia e le posizioni di comodo espresse in parlamento sulla legge Cirinnà.
Ma mi hanno fatto giustamente notare che una gravidanza dura 9 mesi, quindi al tempo del concepimento nessuno poteva immaginare che cadesse proprio in questi giorni l’adozione.

Dunque, la maggior parte dei commenti che ho letto ed ascoltato, la quasi totalità, direi, sono accusatori, contro la scelta fatta, con varie motivazioni e diversi gradi, molto violenti, di regola, pieni di insulti e disprezzo.

La frase, la locuzione più usata è quella di ” Utero in affitto”, e gli strali, soprattutto da desta, centro e grillini, sono quasi unanimi.

I commentatori sono quasi tutti uomini.

Cioè, soprattutto quelli di destra e centro, gente che urla contro la pratica dell’utero in affitto ( vi dirò dopo cosa ne penso io ) ma non si scandalizza sulla figa in affitto.

Mi spiego meglio.
Un utero che genera qualcosa, fa scandalo, in questo caso, e si parla di mercimonio, pratica violenta, uso della donna, aberrazione della morale e chi più ne ha più ne metta.
Peccato che molti di questi campioni di legalità e morale, poi vadano a giustificare chi paga la donna, chi la usa dietro compenso, chi ha difeso l “utilizzatore finale”, chi propone di riaprire le case chiuse a patto che si tassino le scopate.

Beh, del resto sono quelli del Family day, che vi spettavate.

Però anche Grillo e Di Maio hanno attaccato Vendola,con critiche forti, premurandosi di dire, ( il comico ) che non era un attacco dettato da omofobia.
Mamma non ho rubato io la marmellata, le dita sono sporche da prima.

Credo che i grillini la pensino tutti così?
Assolutamente no.
Credo che chi critica sia per forza in malafede?
Ancora, no.

Ma questi si.

Altra motivazione, lui può permetterselo perchè è ricco, i poveri cristi no.

Verissimo.
Infatti dovevate approvare la legge.

Più che vero, ma io ho alcuni amici che ( e li stimo infinitamente per questo) hanno adottato bambini all’estero.
A parte il tempo, la fatica, gli esami più volte ripetuti, i test e i ricatti, hanno dovuto spendere alcune decine di migliaia di euro, per ottenere i permessi DI LEGGE.
Io non avrei potuto, e non sono nemmeno un così povero Cristo.
Cosa ne penso io?

Io penso esattamente quello che ho sempre pensato: i dirittti, se non vanno a ledere le libertà degli altri, vanno approvati e incoraggiati, e bisogna lottare per averli.
Altrimenti il non aver diritto di qualcuno corrisponde al privilegio di un altro.

Cioè di quello ricco, bianco, cattolico.

Io a malapena sono bianco, per fortuna ho lentiggini dappertutto.

Lo farei ?

Non lo so, per il semplice motivo che ho avuto la fortuna di avere una figlia con semplicità.

Quindi come faccio a mettermi nei panni di chi non può?

No, sapete, perchè c’è una cosa che tutti scordano:
questa roba qui mica è vietata solo agli omosessuali, ma anche a voi, normali, come direste, come dicono.

Oddio, se parlare di normalità nel caso di Salvini e Giovanardi, si può……

Io

Io rovo Io abbandono Io polso Io terra Io sguardo Io albero ramo fiore.

Io nel bosco e dopo io nella fanghiglia, io imperfetta, io anche stanca, io persino in sogno.

Io ti cerco, frugo tra foglie, io ti carezzo, vivo tra frasi, io ti osservo, tengo parole.

Io e le mani nere, e questo carbone che serve alla fiamma, io gioco col cuore in alto, mi volto e trovo foreste.

Io voglio io lascio io canto io cammino io freddo io incanto.

Io inspiro io rendo grazia io mangio patate io soffio calore.

Io ti stringo io ti attendo io ti porto io ti domando.

Io penso io piango io urlo io rimango.

E questa volta ho scostato le foglie, ho guardato oltre il biancospino, e la mia mente sorride, e forse.

Ora io vedo.

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Rosario Campanile

http://wordsocialforum.com/2016/02/15/giovani-prospettive-omaggio-di-parole-a-natalia-drepina/

 

Dieci anni

Sai, poco tempo fa, qualcuno, non ricordo chi, era in casa mia e guardando la libreria ha notato delle fotografie, esclamando, non cambi proprio mai.
Non sono io, gli ho risposto, senza aggiungere altro, perchè dentro di me ero  confortato ed orgoglioso allo stesso istante, dell’errore.
Ho sempre pensato che avrei voluto essere te, non come te, e che ci scambiassero per fratelli era un evento all’ordine del giorno.
Dieci anni fa nemmeno immaginavo che ne potessero trascorrere dieci, e quante volte ho riso pensando che ci avevi fottuti tutti, e che a parte le cazzate sul club dei 27, eri riuscito a fare davvero la rockstar, e saresti rimasto forever young.
Vuoi che ti faccia un breve riassunto?
Beh, mica è cambiato un cazzo, sai, a parte i chili in più e i capelli in meno.
Qualcuno se ne è andato nel frattempo, qualcuno dei nostri, l’anno scorso c’è stata una falcidia, lo stupore dei giorni che mancheranno ha preso tutti noi,come sempre succede.
Qualcuno è arrivato, e chi aveva sorrisi li ha rinnovati, chi era burbero ha scoperto che poteva lasciare da parte tutto e prendere in braccio le nuove vite.
Ogni tanto appaiono foto, e se prima facevano male, ora tenerezza, ogni tanto passa una canzone e pare di vedersi ancora con la canna in bocca e il mondo in mano.
Ieri sera ho sentito tua madre, e come al solito mi ha fatto ridere il suo strascicato senti mò, mentre mi diceva, non ti sei scordato, eh.
E mentre raccontava che già, foto e tutto, era vicino a te, ma che se la rideva perchè mica son morta, pensavo alla pizza con le cosce di pollo dentro, e tutto ha avuto una spiegazione.

Oggi vengo su, nei giorni scorsi mi chiedevo se avresti voluto una birra, ieri sera pensavo a dei fiori, stamattina porterò solo le mie scarpe.
Ecco, questo mi manca, camminare parlando poco e sentendoti a fianco, camminare e ogni tanto sparare cazzate, e vaffanculo, te lo ridico, come cazzo ti sei permesso di lasciarmi solo.

Scusa, è stato un attimo.
In fondo ci sei sempre stato.
Sempre ci sarai.

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Nina

Nina ti te ricordi

quanto che gavemo messo

a andar su ‘sto toco de leto

insieme a far a l’amor.
( Gualtiero Bertelli )

Oi, Nina.
Eravamo giovani qui, vero?
Quanti anni potevi avere, 16, 17…..

E dunque andavamo dal prete, e te avevi paura che ci dicesse “ no, non vi sposo” e tua madre che piangeva e tuo padre mi minacciava, perché ero povero, figlio di nessuno e non sopportavo la divisa.
Ma non potevi sorridere un po’ di più?
Sembra quasi che ti rapisco, in questa foto, che invece me lo chiedesti te, portami via Tonio, portami lontana, portami al mare.
Dice che i contadini al mare non ci possono andare, che la loro terra è solo quella del padrone, e che il mare fa girare la testa, perché là in fondo si vede solo il cielo, e l’infinito che lo accarezza, e che quindi se un povero vede il cielo e l’infinito assieme poi comincia a sognare, e immaginare, e magari chiede, e forse la schiena si drizza, e poi pensa.

Ma ci siamo andati, io e te, e mettevi i piedi nella sabbia e ridevi, ed io ero bianco e tu mi prendevi in giro perché anche se levavo la canottiera mi restava addosso, disegnata dal sole.
E abbiamo fatto all’amore, Nina, quel giorno, ed io ero rosso e tu ridevi, e forse ridevi perché sapevi che Checco era già dentro di te, e solo nove mesi dopo l’ho visto e ti somigliava, magro come te, bello come te, luce dei miei giorni come te.
Poi te ne sei andata in una notte che faceva freddo, ma mica come quello che sentivo dentro, ed io ero accanto.
Allora ho preso la fotografia e ci ho picchiato sopra col coltello del pane, e niente, mica morivo pure io, no, più che picchiavo e più che sentivo freddo, ma mi tirava via il Checco, mi tirava via e mi abbracciava, mi tirava via il coltello, e mi stringeva.
Mi tremano le mani, Nina, ma non per paura, per l’emozione.
Perché finalmente arrivo, e ti prendo e ti porto al mare.
E finalmente ti sento ridere di nuovo.

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http://wordsocialforum.com/2015/11/25/giovani-prospettive-omaggio-di-parole-a-simona-fedele/

 

Visione d’insieme

Quadro 1
Dove si rincorrono le parole inizia il futuro.
Nel primo quadro il ragazzo misura ogni sabato i passi che lo separano dalla Libreria, assordato dalle voci dialettali che non sono le sue, nonostante disperatamente lo voglia.
Non è il pavimento di piazza Europa, né sono le due borse che si atteggiano a porta di calcio che lo attirano.
Sono le pagine in cui i tigrotti vanno sulla luna e i corsari sfidano le leghe delle profondità marine che gli fanno compagnia.
Se sale sulla seicento multipla che si pavoneggia come se fosse un greyhound, ha l’impressione che la città divenga una metropoli e che le persone interpretino esistenze da favola.
Dopo, raccolte le mille lire settimanali, acquista libri di cucina per la madre.

Quadro 2

Black is black, you feel love, anzi you feel me like a natural woman e la pista si riempie di luci, e questa discoteca che ha rubato il nome a una composizione giapponese è ricca di sguardi, finti sorrisi, gente che agita il culo, ragazzi in un angolo e voci basse, mentre il disc jockey descrive il suo potere e ordina le mosse e incita alla foga e impone l’abbraccio, nel lento, o nella disco musica.
Sono le cinque di sera, o le sei, o non lo so, e mentre il ragazzo guarda la bionda che si muove dietro le tette, gira la voce che un poeta è stato calpestato da un’auto, che un culattone la avuta per quello che meritava, che dei balordi hanno straziato uno e qualcuno ride e qualcuno è attonito.
E Pierpaolo è a Ostia.

Quadro 3

La luce si fa padrona del suo viso, ne confonde i tratti e si fonde con lei, indistinguibili i termini dell’abbraccio, solo lo sguardo rivolto verso il cielo si può intuire, solo il proteggersi dal resto del mondo si avverte nella sua posa.
Il ragazzo guarda e assiste alla creazione di un universo nuovo, fatta di puntini immobili e di oro sparso sulla terra bruna.
Ne osserva e movenze sacre, il fulgore dello sguardo immerso nella spinosità del cardo selvatico, il lento e sorridente masticare novità per il suo palato, l’assorto tentativo di individuare i profumi nascosti nel calice, ne ascolta le lacrime calde destinate alle vessazioni del quotidiano, raccoglie briciole dai suoi pensieri, dispone che il futuro coincida esattamente, perfettamente, assolutamente, con quell’attimo, sfuggente.

Insieme

Il quadro si compone dei colori degli altri, righe dritte, tagli, impressioni, blu, rosso, verde, giallo e questi non sono che gli umori che sfuggono all’impero del nero o alla dittatura del bianco.
Il ragazzo della libreria legge Pier Paolo e la donna ascolta e ne trasforma le parole in sensazioni, definisce il confine tra il vissuto e la voglia di esplorare, rincorre quello che sta dietro le frasi.
Fuori, dentro, attorno, le note sono quelle di un pianoforte, perfettamente accordato.

Che ore sono ?

Che ore sono?
diosesidormivabene.
In effetti ero stanc*, mille e mille e uno anni che quello lì mi manda in giro, una volta in un posto un’altra nello stesso posto e poi in un altro ancora.
Come se dipendesse da me, come se ormai mi stessero a sentire.
Hai voglia di soffiare consigli e di spargere carezze.
L’altro giorno mi sono trovat* accanto a un bell’uomo che sapeva parlare solo di se, sempre di se, continuamente di se.
Parlava talmente tanto di se, che pure quello che facevano gli altri sembrava fosse riferito unicamente a se.
Allora mi sono vestit* da bella donna, un po’ tedesca un po’ sfacciata e gli ho detto che non era mica lui il centro del mondo che mica parlavano tutti e tutte di lui che mica insomma quella storia lì del battito d’ala della farfalla era riferita solo a lui, e che forse se faceva così era proprio perché lui stesso aveva paura di lui, insomma tutte quelle belle stronzate da filosofo new age tanto jung e tanto tanto freud e un po’ di cohelo e via dicendo.
E questo non mi bacia senza nemmeno abbassare lo sguardo?
Ma dico io in tanti anni mica mi era mai capitato, voglio dire certo, ho baciato scopato leccato e via dicendo, ma mica che uno manco mi sta ad ascoltare e mi sbatte lì contro un muro, mi fa l’amore ed io in mezzo al guado tra X e Y che me lo faccio fare come vuole lui e come, proprio come piace a me!

diosesiscopavabene
Dico si scopava talmente bene che lo abbiamo fatto e rifatto e poi rifatto ancora e alla fine lui rideva ed io mi sono addormentat*
E ora mi sveglio e sono così rilassat* che pur tirandomi la punta delle dita dei piedi questi non ne vogliono sapere di muoversi.
Allora me ne resto qui un po’ scapigliat* un po’ rincoglionit* spalle al muro nud*.
Comediomihafatt*

Lui vola via in alto, io mi aggiusto l’ala, che si fonde con la parete.

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http://wordsocialforum.com/2015/10/26/prospettive-omaggio-di-parole-a-jaya-suberg/

Io sono

Io sono erba cattiva.

Sono quello che resta al margine della strada, che nessuno calpesta per il timore che gli rimanga attaccato alla suola, quello che si manda via con un calcio, che si distingue per la sua rozzezza, per il sorriso sghembo, per gli occhi feroci.
Sono quello che attende l’attimo in cui stai male, e ne rido, sono la pistola che spara alle spalle, la diceria che si diffonde senza ragione, il verdetto finale senza possibilità di remissione.

Sono il miglio verde, il filo spinato che divide dalla libertà, il carceriere prigioniero, l’ordine dell’attacco suicida, il plotone d’esecuzione.
Ho sbranato e stuprato nei greggi candidi, urlato a piena voce la bestemmia dell’angelo che precipita, il girone della lussuria l’ho suggerito io, sono l’odio, il disprezzo, il fango che copre.

Sono stato il tuo incubo senza risveglio, ho mangiato dal tuo piatto con le dita, sporche del sangue del fratello, ho investito denaro in armi, ricacciato in mare i bambini che anelavano alla riva.

Sono fuoco freddo, cielo nero, terra arsa, acqua di piombo.

Io sono l’erba cattiva che ti cresce a fianco, giorno dopo giorno, inesorabile ed eterna, non conosco il gesto della mano sul viso, lo sguardo che arricchisce, la voce che sussurra il calore.

Io non posso morire, non posso vivere, non posso restare né andare, non posso alla fine nemmeno sognare.

Quando mi misero al mondo ci fu l’eclissi di sole, quando dissi la prima parola mia madre fuggì, mio padre rimase senza domani.

E ora, che mi osservi senza fiatare, ora, solo ora capisco che ho avuto il tutto che volevo.
Io sono stato erba cattiva, ora nemmeno più quello.

Le ore

Le ore passate in auto ad aspettare, le ore sprecate alla ricerca, le ore impiegate a svolgere non so che, le ore in cui sono distratto, le ore della storia che scorre, le ore di un passo dietro l’altro, le ore in cui non arriva nulla, le ore nelle quali non viene il senso di me e le ore per le quali darei il sangue.
Le ore senza, le ore folli, le ore stanche le ore abbozzate, le ore di notte le ore scritte e le ore taciute.
Le ore del viaggio, le ore piante, le ore con i denti digrignati, le ore ferme, le ore improvvise, le ore appena trascorse.
Mastico ore soffio ore ascolto e calpesto ore salto le ore e inseguo le ore.
Danzo mentre le ore si ammutoliscono, mangio in ore che non prevedono sazietà, muovo le dita per ore e ore, tocco il mio ventre nelle ore buie, osservo come un cane da guardia quelle ore che hanno nome e lasciano indietro l’età.
Fumo per ore, poggio nelle ore la mano sul volante, abuso delle ore di pausa, sputo sulle ore che desidero.
Io sono le mie ore, e in tutto questo essere non ci sono spazi pieni, in certe ore, in certe ore, ripeto io so che non sarò mai altro che 
Io. 
  

Mickey

Ehi, Mickey!
Che perdi tempo a fare sui tetti, dietro ai piccioni, come se invece di recapitare le notizie, te le portassero.
Te lo dico io quello che vuoi sapere scemo di un lustrascarpe.
Sei lì con la camicia bianca quasi fosse domenica, quasi fosse messa, quasi tu fossi un bravo ragazzo.
Invece hai solo strade sporche e polverose davanti a te, qualunque scelta tu farai ti porterà on the dark side, che tu vada in guerra cercando Orizzonti di Gloria o che diventi professore destinato a perdersi tra le cosce tornite di una Lolita con gli occhiali a forma di cuore.

Potresti essere Drugo, certo, e forse qui ti ho immortalato in una pausa dei tuoi folli balletti al ritmo di sangue e sperma, e quell’accenno di giovinezza spensierata potrebbe essere solo l’attimo precedente alla follia della mattina e del suo oro nella bocca.
Sai bene che prima o poi dovrai intonare la canzone di Topolino, che sarai l’amante allo specchio che fissa il vaso di porcellana del culo della tua donna poco prima di dividerla e farti dividere con altri.

Stanne certo, la malvagità che è dentro di me, e di te, e di loro, farà capolino, la userai sui campi verdi della fottuta Inghilterra, o salirai a cavallo dell’ultima bomba gridando yo-hoooo, o chissà quanti destini avrei avuto in serbo per te, se solo questi maledetti giorni non fossero già finiti.

Va bene, resta ancora un attimo a guardare il volo dei piccioni, io ti aspetto, qui, ai confini dell’universo sconosciuto, e assieme rivedremo il passato e ritroveremo nostro Padre Scimmia, e con lui caleremo ferocemente l’osso sul nostro fratello, fino a perderci del blu del cielo nero, del fondo della notte della Vita.
S.

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http://wordsocialforum.com/2015/10/05/prospettive-omaggio-di-parole-a-stanley-kubrick/

Maria

Quella sera uscii dal bar un po’ prima di mezzanotte, lo ricordo bene questo.
Avevo finito le sigarette, pioveva, ero stanco e gli occhi non reggevano più la sua vista.
Quindi i tre motivi precedenti erano solo scuse.
Vederla appoggiata con il gomito sul tavolino mentre rideva e scherzava con due perfetti sconosciuti m’irritava al punto che non riuscivo a buttare giù nemmeno una nocciolina, osservarla mentre metteva in pratica l’arte della seduzione in modo perfetto, mi graffiava l’esofago molto più del solito Matusalem 7 anni con cui condividevo l’attesa di un suo sguardo.
Che non era mai arrivato.
Lo conoscevo bene il suo nome, un nome comune, Maria.
Se non per il fatto che addosso a una sudamericana, un nome del genere assume un contorno esotico che rimanda a chiese missionarie e tango, a passioni coltivate nel barrio e sandali aperti su piedi abbronzati.
Non so dire nemmeno perché tre mesi prima avessi notato proprio lei, tra tutte le ragazze che il venerdì sera affollavano il Cicabum Bar.
Forse perché non era la più bella, forse per quella sua piccola cicatrice sul sopracciglio destro o per i denti bianchi e leggermente ricurvi verso il palato, forse per la sua risata muta, o per le orecchie piccole e definite.

O forse per i suoi occhi.
Neri come un salto nel buio, come un inchiostro sulla pergamena.

Non era mai sola, Maria, ma non era mai con le stesse persone.
Che fossero donne o uomini, in tre mesi non l’avevo mai vista rivolgersi alla stessa faccia per due venerdì di fila.
Di chiedere di lei al barista non me la sentivo, di appoggiare il mio trench nero in una sedia accanto alla sua, nemmeno.
Mi fermavo al bancone, ordinavo e la guardavo di sottecchi, ogni tanto, tra un sorso e l’altro, uscivo a fumare una sigaretta.
Fino alle due, le tre, o comunque fino a che non la vedevo raccogliere la borsa, dirigere lo sguardo verso l’accompagnatore o l’accompagnatrice della serata, alzarsi, andare.
Per darmi un contegno che non era notato da nessuno, allora ne ordinavo un altro, l’ultimo.
Di solito lo bevevo lentamente, una volta sola lo buttai giù di colpo e mi precipitati fuori, giusto il tempo per specchiarmi nelle luci posteriori di una mini minor, nera.
Nel frattempo l’estate era diventata inverno, i sandali avevano ceduto il posto a un paio di ballerine, nulla di più, come se le rigidità della temperatura non riuscissero a sfiorare il calore del suo corpo.
Tornavo direttamente a casa e continuavo a pensare a lei, come quando hai un mal di testa che appare e scompare ma è sempre presente.
Per il resto della settimana, nulla.
Lei non si vedeva in giro, io non andavo al bar, non pensavo a lei: era un veleno presente solo in una notte a settimana, quando mi si gonfiavano cuore, testa e calzoni.
Non erano le occupazioni settimanali a tenermi lontano da lei, proprio non mi veniva in mente, fino a che, alle 19,30 di ogni venerdì, uscito dall’ufficio, andavo a d occupare il mio posto al bancone.

Comunque, a sigarette finite e occhi doloranti, non si procede lontano, così mi avviai all’esterno, indeciso
se arrivare al bar della stazione , o incazzarmi con il distributore automatico, ben cosciente che senza la dose di nicotina giusta non avrei nemmeno preso sonno.

Scelsi la stazione, ancora due passi nel freddo, mi sarebbero serviti per riposare le pupille, confondere i miei pensieri con i suoni della notte.
Il Matusalem mi scaldava le viscere, non il viso, cominciai a stropicciarmi la faccia con la manica del trench, in un tentativo infantile di riscaldarla, e strofinai anche gli occhi, per cancellare ricordi recenti.
La sala d’aspetto della stazione era adiacente al bar, e le anime disperate o raminghe la popolavano in cerca di riparo.
Il barista guardava una replica televisiva in cui s’inventavano nuovi cantanti, le sigarette mi furono allungate senza uno sguardo, né una parola.
Misi i cinque euro sul banco e lo mandai mentalmente a fare nel culo, scartai il pacchetto e me ne accesi una.
Dalla macchina posteggiata all’angolo della strada venivano movimenti e mugugni, si accese la luce del cruscotto, e il viso di Maria emerse dal buio.
Fu la prima volta in cui mi fissò negli occhi. La seconda, circa cinque secondi dopo, quando uscita dall’abitacolo me ne chiese una.
Mi accorsi che batteva i piedi in terra dal freddo, del resto le ballerine non potevano essere di grande riparo.
Le feci accendere, senza fiato, cercando di scrutare nell’abitacolo, per capire quale dei due compagni di tavolino ci fosse con lei.
Il fiato non tornò certo quando li vidi entrambi, e soprattutto quando vidi che si baciavano tra loro.
Non capivo: perché allora al bar sembravano amoreggiare con lei?
Maria mi guardava con un mezzo sorriso, e taceva.
La osservai con nuova attenzione, faticavo a riconoscerla, poi sentii la sua mano nella mia, e una parola sola.
Vieni.
Non mi domandai dove, andai, anzi la seguii. Mentre camminavamo i miei occhi seguivano solo le sue anche e il loro movimento divino.
In quel momento, chi ci avesse visto da lontano, avrebbe notato solo due braci rosse, intermittenti, che si avvicinavano e si allontanavano.
Non avrebbero notato la mia espressione imbambolata, né la sua quasi sognante.
Il portone del palazzo in cui mi portò era buio più della notte, ma si accese improvvisamente quando la sua lingua scivolò nella mia bocca.
La luce trovò i miei occhi sbarrati per lo stupore, le mie mani che la stringevano all’altezza della nuca.
Avevo mille domande da farle, che rimanevano chiuse in me, e quella che più m’interessava, perché, era proprio quella che volevo evitare.
Fu lei a dirmelo. Che i due nella macchina avevano provato a spogliarla. Che le avevano messo le mani addosso, dappertutto, che lei era rimasta ferma, immobile, fino al momento in cui i due si erano immobilizzati, e un attimo dopo avevano preso a baciarsi tra loro.
Perché, chiesi.
Volevano scoparmi per esibire un trofeo, rispose. Ora si confrontano con le loro vanità.
Succederà anche a te, se non sarai sincero con me.
Impossibile, pensai, io ti amo.

Ricordo che lo pensai di getto, con forza, talmente forte che lei sembrò sentirlo.
Anzi, lo sentì. E cambiò il suo volto. Divenne il mio.
Lei tutta divenne me. I miei occhi, la mia bocca, il mio naso, stavo baciando me stesso, senza riuscire a fermarmi.
Solo la voce che sentivo nella mia testa era ancora la sua, e mi ripeteva, no, tu ami solo te, hai amato solo e sempre te.
La mia bocca stava divorando la mia lingua, masticandola con forza e incurante del dolore, del sapore di sangue, dell’orrore.
Quando riuscii a staccarmi dall’altro me stesso, tutto acquistò realtà, tutto si compose nell’istante in cui provai a urlare senza voce.
Lei era ancora, di nuovo davanti a me, che mi guardava, con disgusto.
Si levò le ballerine, me le mostrò, e me le scagliò addosso, nemmeno troppo forte, ma con disgusto.
Ora i suoi piedi erano diventati scuri, le sue anche si erano allargate, il suo viso pieno di macchie.
I suoi denti, ancora leggermente ricurvi, erano colmi del mio sangue.
Non fu questo che finì di terrorizzarmi, nemmeno la sua voce.
La sua voce che era diventata lontana. Sembrava provenisse da un’altra stanza, rimbombante e sorda assieme.
Fu quello che mi disse.
Vivrai, ancora, per tanto, troppo tempo.
Tu, e tu da solo.

Non riesco più a fumare, ora.
Non sento i sapori, e la nicotina non basta a rallentare i miei pensieri.
Cammino per le strade vuote, senza meta.
Osservo le case fatiscenti, i palazzi crollati, le piazze piene di immondizia.
Non ci sono musiche né canti di uccelli a confortare le mie orecchie, non esiste più un sole che mi scaldi, o una luna che mi faccia sognare.
Le mie notti e i miei giorni si assomigliano, tempi e ritmi ormai confusi.
Le mie mani non sfiorano cose vive.
Tranne il mio corpo.
L’unica cosa non morta sulla faccia della terra.
Mi amo completamente ora.
Aveva ragione Maria. Amo me, solo me

http://wordsocialforum.com/2015/09/23/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rosario-campanile-maria/

La fenice

Ne sei certo?
Credi davvero che potrà mai essere come speri, come sogni, o meglio, come dici di sognare?
Non vedi proprio che il mio corpo si trasforma, diviene altro da quando si plasmava sotto le tue mani, non ti accorgi che ogni poro reclama libertà dalla polvere di cui mi ricopri, che ogni singolo pelo si raddrizza fiero all’immagine di me senza di te?
dio, dio, ascolta il mio urlo, liberami da questa necessità divenuta passione e poi abitudine, dio, dio, fa che per me sia finalmente il settimo giorno, che non ci sia più nulla da creare, nulla più da toccare con le mani immerse nel fango, che la fatica sia giunta al termine, che le orecchie possano ascoltare note diverse.
Cercami, se ne sei capace, se hai coraggio, scovami, se lo stomaco ti regge, reggimi.
Non sono più costola di Adamo, una fenice nasce, dalle polveri dei giorni

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http://wordsocialforum.com/2015/07/01/prospettive-omaggio-di-parole-a-sayaka-maruyama/

per P. C.

C’era quello che arrancava faticosamente, provato dai troppi chili e dalla silenziosa fiumana di gente.Un altro si nascondeva dentro il vestito buono, di altri tempi,  tirato fuori per l’occasione.  Una sorrideva fino all’abbraccio, e finalmente le labbra intonavano un requiem laico. Il più triste reggeva una bandiera italiana, accanto c’era quella del partito. Due camminavano abbracciate, facevano assieme a lui l’ultima passeggiata, e dovevano essere circondate dai ricordi di tutte le precedenti. Molti parlavano sommessi, qualcuna occhieggiava la moglie, tutti facevano il passo incerto del saluto, certi si abbassavano a ghermire la terra e farla volare nella fossa. Mille e più di mille misuravano i passi, uno aveva il privilegio di essere portato a spalla. Destino corretto per chi, sulle sue spalle, aveva rabbiosamente, giocosamente, umanamente sorretto il destino. Lo sciame fluì. Ne rimane cucito dentro il sorriso sghembo.

Ieri Sera Ho Ricordato Giorgiana

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Ieri sera ho ricordato Giorgiana.

Non perchè la conoscessi, o almeno, non di persona; non perchè sapessi molto di lei, o almeno, non da viva; non per un motivo particolare, se non per lo schifo che mi provoca vedere santificare ogni giorno chi questo paese l’ha distrutto e continua a farlo.Mi è sembrato di ricordare che Giorgiana la conobbi tramite qualche TG, che annunciava l’ennesima sparatoria provocata dall’ennesima provocazione causato per l’ennesima volta dai soliti extraparlamentari, vasto magma in cui eravamo immersi in quegli anni e da cui prendevamo spunti per i nostri sogni e il nostro coraggio. Ricordo che avevo ventuno anni, lei diciannove, che partecipavo alle occupazioni e ai movimenti all’università di Pisa, lei a quelli di Roma. Ricordo anche che la manifestazione di quel giorno fu indetta dal Partito Radicale contro il divieto di manifestazione promulgato dal ministro dell’interno di quegli anni, quello che poi si distinse per la sua pochezza politica e la scellerataggine umana anche durante il sequestro Moro, fino a umiliare il ruolo di presidente della Repubblica avuto in testimone da un uomo di ben altra statura morale, il Presidente Partigiano Sandro Pertini.

Quell’uomo era Francesco Cossiga, lo stesso di Gladio, il picconatore, come amava chiamarsi, quella stessa persona che non più tardi di qualche mese fa, riferendosi ai moti studenteschi, asseriva che la polizia avrebbe dovuto cercare il morto. Qualcuno avrà pensato alla demenza senile, io ho avuto un Deja Vù.

Ma Giorgiana non era una provocatrice, né un’autonoma, né una fiancheggiatrice eversiva: era semplicemente una di quelle persone che scendevano in piazza per affermare e rivendicare i propri diritti, né più né meno di come dovremmo fare oggi, né più né meno di tanti altri ragazze e ragazzi come lei.

Lo sgomento che mi (ci) prese quella volta, fu superiore ad altre volte: Walter Rossi, Francesco Lo Russo e tanti altri erano sangue del nostro sangue, vite della nostra vita. Ma quella volta fu diversa, e la rabbia fu, se possibile ancora più forte, lo sgomento più profondo, la voglia di reagire più violenta.

Fui fermato perché distribuivo volantini di pomeriggio, fummo fermati in tanti per un sit-in sul lungarno, subimmo processi e condanne, e di poche cose vado orgoglioso nella mia vita, come di queste: era giusto farlo, e non ci saremmo sentiti a posto se altri l’avessero fatto al nostro posto.

 

Le bugie su Giorgiana continuarono a lungo, nonostante le foto di quel losco figuro “mascherato” da manifestante, con tanto di tascapane, maglione e capelli lunghi ricci, con tanto di Beretta in mano, nonostante le smentite di Kossiga, nonostante le mille testimonianze su provocatori delle forze dell’”ordine” mescolati tra i compagni. Se il tempo avesse un ritmo circolare, potremmo confondere questa storia con un altra, a Genova, con gli stessi risultati e le stesse meschinerie.

Nessuno ha pagato, per morte di Giorgiana, nessuno pagherà, per quella di Carlo;

ma, vedete, chi ha schiacciato il grilletto, quella volta e quell’altra, si è nascosto come un topo di fogna, cercando di farsi dimenticare alla svelta, e il loro nome sarà ricordato da pochi, quelli come loro, anche loro nelle stesse fogne.

Noi Giorgiana, Carlo, ce li ricordiamo bene, in tanti, e per sempre.

 P.S.
Scritto 4 anni fa.

Il Collo

Il collo, indietro, così.
E’ mio, lo voglio, voglio baciarlo, leccarlo, annusarlo, succhiarlo, morderlo, disporne a piacimento, osservarne la curva mentre gli occhi ti si chiudono, mentre la bocca semiaperta lascia intuire parole impronunciabili e respiri infrequentabili.
Scivolano le mani, scivolo col corpo dietro di te, accarezzo i fianchi, mi riempio del calore della tua pelle, m’inebrio della tua voglia, gioco col velluto della tua pelle, premo contro le reni, immagino i capezzoli che non vedo ancora.
Mi abbasso sul tuo culo, odoro le tue mutande nere, rimando l’attimo in cui te le leverò, mi rialzo e resto dietro, nascosto dal buio, unica luce il biancore delle tue carni.
Sarà questa stanza grigia e nera, saranno queste finestre nascoste, sarà la musica che non si sente.
Sarà il movimento veloce delle lingue, i gesti affannati delle mani, il pulsare del mio cazzo, il desiderio del tuo sesso, la forma dei tuoi piedi.

Il collo, prima di tutto, poi, mangerò il resto.

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Nel blu.

Fumo e sogno, e poi.
Qualcuno diceva fosse acqua, altri vapore, uno si alzò in piedi asserendo di sapere benissimo in cosa stessi navigando.
Io non potevo parlare e questo mi salvò dalle risate spietate, non potevo guardare,
e ne fui grato, non muovevo le braccia, non sentivo le gambe, non riconoscevo il mio sesso, non avevo profumi attorno, ma la sigaretta che tenevo tra le dita della mano destra continuava a bruciare lo stesso.
Pozze nere i miei occhi, fissavano ostinatamente i tuoi nel labirinto dei ricordi, urla vorace cuore mio, mi ripetevo a ogni fitta nello stomaco, confondimi le membra, spiazzale, separale e imponi direzioni a spirale, dimodochè il punto di partenza si trasformi in placido nido nel quale posarmi e da cui tornare a muovermi.

Mille e mille erano le strade mie, mille e non più mille, dissero, ti concederemo.
Madre, salvami, padre sii Abramo per me, dio che non riconosco, lanciami i tuoi strali ferocemente imperiosi.
Non mi resta che la ribellione, e nel fumo la troverò.

Cominciai a volare, con le ali di cera.
Cercavo di afferrarti le mani, e loro svanivano, picchiavo veloce come un gheppio sulla preda, e non trovavo ristoro.
Altro è dire stai fermo, non ci riesco, sono squalo nelle reti, e il vecchio del mio mare non ha tratti da pescatore, piuttosto labbra su cui scivolare.
Bianco, azzurro, grigio, rosso, marroni i tuoi occhi, candide le tue gambe, corvina la penna che sigla il primo bacio sotto un ciliegio, canta per me la vita, t’imploro, e io volo, io cerco vento e onde e gesti comuni.

Fumavo e sognavo, e poi.
Ho visto finalmente quel mattino in cui tutto attorno canta, al profumo del caffè toscano.

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Dunque 2.

E quindi sono a casa, dopo sei giorni di ospedale.
Pochi, per chi non li fa, tanti per chi non era abituato, nulla per chi vi è abitualmente costretto.
E’ stata la mia prima volta, l’ennesima delle, la più dura sinora, la più inaspettata e improvvisa, la più logica data la mia vita.
Ma ne sono uscito.
Insomma, è stata una leggera ischemia, o ictus, come volete chiamarlo, l’arteria vertebrale che conduce il sangue al cervelletto si era chiusa; la cosa era iniziata 15 giorni prima, con quello che credevo fosse un torcicollo, e non era.
L’unico evento doloroso riguardante le arterie e non avevo capito.
Tant’è.
La vertebrale avevo cominciato a decorticarsi internamente, fino a chiudersi, provocando, non si sa bene, o un piccolissimo trombo o un assenza di sangue al cervelletto.
Riposo, aspirinetta, acido folico, le cure, angiotac e visite di controllo a venire.
In fondo, clinicamente, è tutto qua, e dovevo dirlo a tutti coloro che mi chiedono, a volte senza risposta, o osservano, a volte con il timore di chiedere.

Dentro.
Le cose cambiano, non so ancora per quanto, se definitivamente, se sarà semplice dimenticare.

Ho visto il lavoro oscuro degli infermieri, non parlo della siringa data, o della pressione presa, parlo del letto aggiustato, della parola giusta, del sorriso profondo, delle mani a pulire, nettare, cibare, carezzare.

La disperazione dei parenti, amici, cari, di chi non ha parole di conforto e di chi usa sempre le stesse, di chi prega e di chi bestemmia, di chi urla al medico ed al medico si affida come fosse un dio.

La rassegnazione del paziente, quando si trova a cercare di dormire per non contare le ore, quando conta le ore al prossimo esame, quando è sulla lettiga prima o dopo in attesa di, quando pensa al risultato che non gli comunicano, quando ammutolisce se gli rimandano la dimissione, quando è stanco, troppo stanco per.

Ho visto il tempo stamattina e pioveva, non era mai stato così bello.

Ho visto chiamate a cui non ho risposto per stanchezza o per non ripetere la stessa cosa o perchè non sapevo che dire, ho visto il nome di chi non mi aspettavo e quello di chi mi avrebbe fatto piacere non comparire mai.

E su questo, penserò a lungo, colpevole come sono di averlo fatto anche io in passato.

Chiedo scusa a tanti, ringrazio molti, benedico pochi.
Quei pochi sanno chi sono, non serve nominarli.

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Dunque 

Non è che ci sia poi tanto da dire.

Sono scivolato sulla spalla di Massi, prima, in terra, dopo. Ho vomitato, poi mi hanno portato all’ospedale. Silvia è venuta con me, mi ha fatto da balia nell’interregno che sta tra i dieci minuti prima in cui scherzavo col caffè in mano, e tutto il resto.

Che poi si è rivelato tanta roba. 

Insomma ho fatto le mie otto ore abbondanti di corsia, sdraiato su una lettiga, e scorrazzato da un corridoio all’altro, con nel mezzo attese condite da sonno, freddo , sete e fame, prima di arrivare alla stanza 11del ps di Cisanello.

Mi dicono sia normale così. Che questo ago rimanga qui, su questo braccio, che io mi appigli a lui.

La stanza è grigia, come dev’esserlo, una stanza pensata per i bambini però, almeno a vedere i vetri delle finestre, dove campeggiano uno scoiattolo e una scoiattola. 

Stanza didattica, penso, tra un esame e un altro, e prove e ecg e test e domande fatte da venti persone diverse, domande tutte uguali e risposte di cui non sei più sicuro nemmeno tu, che ti pare che se sbagli ti mettono con i matti.

Ci sono tempi lunghi qui, o almeno diversi dai tuoi, da quelli che pieghi al tuo potere, che dirotti, che prendi in giro con le ore di sonno rubate al sonno. 

Qui dormi, e osservi, e ascolti anche il silenzio che non scorre mai. Fissi il muro, e scruti quello che non conosci.

Ti sforzi di indovinare che sia, come si chiamino quegli aggeggi, poi capisci che va bene così, non hai esami da  superare.

Anzi qui ti puoi concedere l ‘arte del non sapere, la sensazione fanciullesca e forse anziana dell’abbandono; la fiducia, casomai, verrà poi.

E allora affronti il primo pasto, hai sempre sentito parlare del cibo dell’ospedale ma non lo hai mai assaggiato.

Ed è tutto vero, fa schifo ma pare che ti faccia bene, il semolino insipido, il purea insipido, il contorno qual sia insipido,la frutta insipida. Ma che se fossero saporiti, tutto i tutti, non funzionerebbe.Diagnosi e contro diagnosi, esci oggi, no, meglio domani, ah, la notte, dormo, oggi fai questo e esci, oddio, meglio fare anche questo ma oggi non si può, domani, ah, dormo meno, oggi, esame e via, ma hai mangiato cazzo, e chi mi ha detto di non mangiare ? Ah, io te lo dicevo, via, torna alle due, no, alle due vado, torna all’una, ok,torno, brucia ? No. Fermo. Si. Fermo. Si. Non devi alzarti, come, non vado ? No.

La diagnosi parla dell’arteria vertebrale chiusa, va stappata, via in neurologia, fermo a letto, ma devo pisciare, no! cagare, no! Fermo. 

E le mani abituate ti spogliano puliscono lavano e tu pensi alla tua virilità ridotta a un verme e il culo da pulire. E stranamente ridi con loro, ti abitui alla loro abitudine, e il tempo e lo spazio, come dice sis Stefania, hanno un valore diverso.

Ora resto qui, qualche giorno.

Non spaventatevi, e non fregatevene. 

Ci tocca.

L’Uomo senza cappello

L’Uomo senza cappello ascoltava tutti i bambini e tutte le donne.
Ne raccoglieva confessioni di peccati altrui, scene imposte da altri, parole che massacravano anima e cuore, levavano speranza e sogni.
Seduto sull’angolo di uno sgabello aveva cura di mettersi in maniera che lo guardassero dall’alto, che piano piano i tremori delle voci potessero mutare in cascate di pianto dirotto, e dopo in urla di disperazione.
Solo così, alla fine dei racconti, arrivava il momento delle farfalle.
A tutti i ricordi dolorosi spuntavano le ali, e iniziavano a volare per la stanza.
Le donne osservavano stupite, i bambini intimoriti. All’inizio. Poi incominciavano a rincorrere le farfalle, e giro in tondo e giro girotondo, e le bocche ricamate di sorrisi e il cristallo delle risate ancora fragili, fino alla c orsa affannata tutti assieme.
Quando erano stanchi, quando si fermavano, e solo allora, L’Uomo metteva il cappello, e con un semplice gesto invitava le farfalle a entrargli in petto.
Poi, sorridendo, chiudeva la giacca, e le portava via.
Un ultimo sguardo indietro, e se ne andava.
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http://wordsocialforum.com/2015/03/06/giovani-prospettive-omaggio-di-parole-a-francesca-dafne-vignaga/

Il nido.

Quando sogno sogno questo.
Un nido.
Nel nido mi sento protetta, il nido mi avvolge e mi veste, posso stringere a me i fili dei ricordi e le trame del futuro, riesco persino a vedermi allo specchio senza dover alzare lo sguardo, a sentire con tutte le singole parti del mio corpo, tranne che le orecchie, a comporre una curva senza soluzione di continuità, nella quale provo a disegnare l’0tt0 sdraiato dell’infinito.
Nel nido mi amo e mi amano, mi metto al sicuro dalla passione, mi incenso di silenzio.
Nessun odore, né sapori, fuori che quelli che voglio io.
Il nido è un graffio che non mi incide la pelle, un bozzolo con dentro la farfalla formata, un metro di giudizio che prescinde da morali e regole, un attimo di vuoto nel pieno del caos esterno.
Il nido ha gesta di vetro, colori della notte e del giorno, sfumature che pervadono.
Nel nido la mia pelle è candida, i miei capelli avvolti, le mie decenze intonse.
Se piango o no, sono solo fatti miei, se sto sorridendo, non lo do a vedere a nessuno, se penso a voce alta, è solo il tempo che mi presta ascolto.

Quando sogno sogno il nido.
Ed è solo mio.
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http://wordsocialforum.com/2015/02/06/giovani-prospettive-omaggio-di-parole-a-rosangela-betti/

N#

Di Uno dicevano che fosse sfrontato, perché ti guardava fisso negli occhi e non abbassava mai lo sguardo.
Di Due sappiamo che le piaceva ballare, andava a passo di danza pure dentro il casermone.
Tre e Quattro erano inseparabili, la schiena di Tre si era conformata al peso di Quattro, che ogni tanto si pisciava addosso, mentre Tre rideva.
Il cappotto di Cinque lo prese uno di dieci anni più grande di lui, alla fine.
Sei era carina e spettinata, e aveva quell’abitudine di incrociare le gambe per riposarsi contro un muro immaginario.

Sette forse era già donna, si mormora che fosse innamorata di Uno, e che quella gonna sempre mezza aperta, i capelli indomati in un tentativo di riavvio e le guance rosse, confessassero carezze proibite.

Otto correva sempre, e appena fermo salutava, lui non era fatto per la vita da Sinti, lui inseguiva l’esercito.

E Nove fu il primo, del Male antipasto prima della lauta cena.
Per quello non fuggì, quando lo presero era l’unico seduto.
Evaporati in una nuvola, nera.

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http://wordsocialforum.com/2015/01/23/prospettive-i-fotografi-che-hanno-fatto-la-storia-della-fotografia-omaggio-di-parole-e-mario-giacomelli/

Che tu sia maledetto

Che tu sia maledetto, che sia maledetta questa immagine che mi toglie il sonno.
Che siano maledette quelle mani, quel viso nascosto, siano maledette per sempre quelle ciocche di capelli arruffati, proiettate per l’eternità in un movimento incerto, maledetta pure la bocca nascosta che mi direbbe tanto, l’interrogativo delle labbra in un morso o un bacio, la potenza o la delicatezza con cui le dita avvolgono il naso.
Che succede, qui?
E’ lo spasmo beato dell’amplesso, e posso immaginare la bocca di lui sulla nuca ad accompagnare il movimento del ventre che compie l’unione dei corpi?
O piuttosto uno stupro in cui l’onta subita richiede la sparizione del viso.
E’ viva, sta godendo dell’attimo, o siamo di fronte alla serialità di un omicidio?
Dove si trovano?
Questo buio, questa seppia scura, questa luce che proviene da sinistra, questa lampada accesa, che vogliono raccontare?
Da quanto dura, da quando sono fissi in questa immagine, quanto ancora si muoveranno prima di consegnarsi allo sfinimento.

Dio se c’è sesso, calore, amore, passione, ferocia, voluttà, violenza, cura, voglia, tenerezza, spregio, vita e morte in questa foto.

Lo so, lo sai, non me la toglierò più dalla testa.
Che tu sia maledetto, maledetta sia l’immagine in cui vorrei le mani fossero mie

http://wordsocialforum.com/2015/01/07/giovani-prospettive-gianguido-oggeri-breda-omaggio-di-parole/
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Duemilaquattordici

Posso smettere di contarle, tanto ogni giorno ne trovo una nuova.

O semplicemente che non avevo notato, non volevo farlo, magari.
Le prime dicevano fossero come il sole, il segno del sorriso, la postura degli occhi, la voglia di guardare e non di vedere.

Poi quelle della falsa sapienza, l’aggrottarsi della fronte.
Aggrottarsi, come se si riparassero, si nascondessero, come se aspettassero l’arrivo del lupo cattivo, del mostro, dell’uomo nero.

Sulle guancie, scavate dagli anni e dalla fatica, dritte, verticali, tagli di lama e di luce, fessure abortite, aratro che solca.

Dalla palpebra s’irradiano senza fine, assumono contorni interminabili, sono lì, in attesa del prossimo giorno, gocce a scavare una faccia di finta pietra.

Sopra il naso, in un corrucciato forse, indeciso può darsi, improbabile domanda del futuro.

Accanto alle orecchie, quasi a smarcarsi dalla liscia cartilagine, non abbiamo ancora deciso di prenderti, è la minaccia, ma arriviamo, sta tranquillo.

Solo lo sguardo denuncia la ferma intenzione dell’immaturità.
Lo terrò così, ad arginare le rughe.

bn

The scrape on her knee

La tua gamba.
Quella netta e pulita, con le dita dei piedi nella sera.
Quella maltrattata dal tempo, corrosa dalla ferocia della vita che abbandona.
La sordida ossidazione che aggredisce il centro esatto del diaframma, che annuncia un conto alla rovescia in cui i numeri sono a una sola cifra; disadorna torna a essere arto, senza direzione.
Il tallone scurito nel punto che sopporta le vendette quotidiane del tacco, la pianta morbida e curva nell’esercizio della Milonga, quell’asciugamano che ripara le storture del giorno.
La pietà stessa dell’ambiente che accoglie il passaggio, le macchie diffuse che partono dal tuo ventre aprendosi fino alle pareti, in un umido carnevale, la venere di Milo destinata all’amputazione.
Quel punto di confine e di contatto, il livido sul ginocchio. Due stanze separate e contigue, tutto confuso se lo sguardo scorre veloce, ricerca affannata di un appiglio che tenga fisso l’attimo. La Morte, la Vita, si guardano in faccia, entrambe conoscono il vincitore.
Ossimoro e Sinonimo si annientano a vicenda, il tallone stesso è quello d’Achille, in attesa della freccia che lo ricongiunga a Patroclo.
Pietà si grida, pietà, amore, pietà, madre, pietà,figlia.
Il mio è stato un breve passaggio, eterno per chi invano mi attese.

Scritto per WSF

http://wordsocialforum.com/2014/11/11/prospettive-i-fotografi-che-hanno-fatto-la-storia-della-fotografia-omaggio-di-parole-a-lauren-simonutti/

Odore di fumo

Odore di fumo
Odore di fumo, papà. Odore di fumo, papà.
Nuvole nere che sembrano fumo, figlia, nuvole nere che nascono dalla terra, figlia.
Dove siamo, papà, siamo in collina, papà ?
Siamo sul tetto del mondo, figlia, siamo sul tetto del mondo perduto, figlia.

Chi l’ha perduto il mondo papà, chi l’ha fatto il fumo, papà ?
Io l’ho perduto il mondo, figlia, noi ne abbiamo fatto il fumo, figlia.
Posso guardare, papà, fammi vedere, papà.
Non ancora figlia, non è ancora venuto il momento, figlia.

Che aspettiamo, papà, quando viene il momento, papà ?
Aspettiamo che l’aurora ritorni, figlia, aspettiamo la luce dell’aurora, figlia.
E’ bella, l’aurora, papà ? Io non ho mai vista l’aurora, papà.
E’ bella, sì, l’aurora, figlia, si chiama come te, figlia.

Che succede quando viene l’aurora, papà, come ce ne accorgeremo, papà?
Succede che il fumo sparisce, figlia, che le nuvole nere scompaiono, figlia.
Perché scompaiono, papà, perché il fumo sparisce, papà?
Perché la luce taglia il buio, figlia, la luce vive nel buio, figlia.

Hai le mani calde, papà, hai le mani forti, papà.
Le mie mani sono calde perché ti amo, figlia, le mie mani sono forti per proteggerti, figlia
Non ci sono più rumori, papà, non sento più nulla papà.
E’ il suono della terra che nasce, figlia, il silenzio della terra che nasce, figlia.
Ci sono profumi, papà, non più l’odore del fumo, papà.
E’ il profumo della vita, figlia, la vita che torna, figlia.

Ora apri le mani, papà.
Sono cresciuta, non ho più paura del fumo, papà.
Ora che hai aperto le mani, io guardo da sola, papà.

http://wordsocialforum.com/2014/11/25/giovani-prospettive-alex-stoddard-omaggio-di-parole-prima-parte/

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Le statistiche dicono duecentovoltemipiace

Osservo parole uscite da me

Come fossero gocce di sudore sangue e sperma

Tutti gli umori maturati e

Sconnessi a forza

Quale specchio distorto

Incontreranno gli occhi

Nel definire

Ciò che si pensa di vedere ?

Non.

Fai qualcosa di utile, non perdere tempo, non ridere così, smettila di piangere, sempre a lamentarti non tenere su il muso, non guardare quelle stronzate, come fai a stare sempre zitto impara a stare al mondo guarda tuo padre guarda tua madre, non vorrai fare la stessa fine, possibile che tu on riesca a guardare più in là del tuo naso, sempre a sognare, sempre a giocare, sempre a guardare le donne, mai che ti trovassi a studiare, voglia di lavorare saltami addosso, non vedi che sprechi il tuo talento, e i professori lo dicono è intelligente ma non si applica, la vuoi finire di digrignare i denti, sta composto, sta dritto, sta attento, non rispondere male, smettila di essere ipocrita, finiscila con questo tormento, ti cechi gli occhi a leggere al buio, vatti a lavare, vatti a vestire, vestiti meglio che sembri uno zingaro, piantala di strusciare i piedi, prendi esempio, prendi posto, prendi partito, smetti di credere alle favole, alzati e cammina.
Lazzarone.

Comete

Guarda per terra, non tenere la testa tra le nuvole.
Che sennò inciampi.
Ma la sera che cadevano le comete, pure mamma si mise col naso rivolto all’insù, aspettando quella giusta per esprimere il desiderio.
Io, per quello che mi riguarda, inciampo parecchio.
Ho sempre inciampato, ho sempre picchiato nei sassi, sui gradini, ho preso marciapiedi e pozzanghere.
E con il passare degli anni, mi capita ancora più spesso, forse la coordinazione si sta degradando, forse mi sto rincoglionendo sempre di più.
O forse me lo fanno solo notare con maggior frequenza.
Il fatto è che guardo in alto, che la terra sotto i piedi mi pare solo un inutile esercizio di equilibrio.

Non so che cosa sono, non riesco a definirmi, ma c’è questa parola che mi affascina, comete.
Se la spezzi, diventa una parola “solidale”, come te, se la trasformi una richiesta, come me.
Ma se la pronunci intera ti appare il cielo, e anche nella mente rimani col naso all’insù.
Ne osservo il brillare folle, il passaggio velocissimo, talmente breve che l’occhio deve rincorrerne la traiettoria.
Ne ammiri la potenza, invidi la dimensione primordiale della sua provenienza, e, alla fine, ti chiedi, dove sarà finita.
Un attimo, pochi secondi, per te, un tempo infinito per lei.
E la consapevolezza che si sta perdendo, che quel bagliore è lo spettacolo finale della diva, la sua uscita di scena trionfale.
Un’intera eternità consumata negli occhi .
Comete.

Come me.

Mi sento spesso così, mi sento così da molti anni.
Le mie radici sono state tagliate presto, non hanno mai preso possesso della terra , non sono mai scese troppo a fondo.
Da bambino, in Sicilia ero quello del nord, poi, al nord, il terrone.
Nei miei vagabondaggi assumevo le temperature dei luoghi, le fattezze delle persone che avvicinavo, l’accento bastardo del forestiero ospite.
Ho avuto amori e amici, ho conosciuto donne uomini e vecchi, ho mangiato con loro, fumato, bestemmiato urlato lavorato riso pianto cantato recitato fatto l’amore dormito mi sono drogato ho fatto mattina con loro.
Arrivavo, andavo e tornavo, braccia aperte e sorrisi, scazzi e litigi, progetti e grandi fallimenti, successi e abbandoni.
E si ricominciava, in un altro luogo, con altre persone.
Rimanevo abbagliato dalla loro luce possente, loro dalla mia.
Oggi, ancora è così, ho paura di fermarmi, ho paura che il tempo che passa mi trovi, e forse fuggire in nuovi posti sia la mia lampada di Diogene.
Ma quando non ci sei, nessuno sente la tua mancanza, questo te lo devi mettere in testa, vecchio bastardo.
Quando non ci sei, le persone macinano la fatica quotidiana, il loro mestiere di vivere, nel quale tu sei una comparsa, di lusso a volte, un cameo.
Non si accorgono che manchi, o meglio, se ne accorgono quando torni.
Ti devi abituare al fatto che passerai serate solo con te stesso e le tue sigarette, i tuoi pensieri, le tue prossime mancanze.
Alle cene da solo, ai panini per strada, alla musica risuonata nelle orecchie.

Alle ore lente che promettono solitudine, ai libri letti per sentirti vivo.

Ai chilometri fatti per sfregio, alle strade di campagna, al sorriso falso delle bariste che ti offrono un gratta e vinci.
Questo sentirsi inadeguato che mi porto dietro da quando ero bambino, questa voglia di più, questa consapevolezza delle rughe che faccio finta di non avere.
Ho sempre avuto a noia le strade dritte.
In un libro di Rumiz, ho capito perché : in quelle vedi perfettamente dove stai andando, solo dietro le curve puoi sperare nella sorpresa, nel mistero.
Le comete scendono dritte, io voglio le curve.

Perché qualcuno per cui non brucio in un istante c’è.

Instanbul

Di chi è questo cuore che batte
più forte delle voci e dell’ansito?
E’ tuo è della città è della notte
o forse è il mio cuore che batte forte?

Dove finisce la notte
dove comincia la città?
Dove finisce la città dove cominci tu?
Dove comincio e finisco io stesso?

 

Nazim Hikmet

Cammino immerso nei vicoli bui della città Levantina e dei miei pensieri.
Suoni e colori diversi da quelli delle metropoli italiane cui sono abituato, un senso di stordimento spesso come una coltre. Poi

i volti, le risate, gli strilli dei bambini, l’andirivieni continuo, la gioia e la paura di vivere, mi aiutano a diradare le nebbie. Sono fermo ai dettagli, ne faccio parte.

Mi sento strano, un’eccitazione sconosciuta mi avvolge, il tè verde bevuto al banchetto sulla strada, i dolci ricoperti di miele, mi arricchiscono il palato.
All’angolo sono attratto da un vicolo dove l’oscurità avanza decisa. Faccio alcuni passi, esito, mi lascio rassicurare dalla nenia che proviene da una finestra appena illuminata.
Come un ladro mi acquatto dietro un portoncino verde smeraldo, i battenti sono intarsiati di figure che mi osservano dai millenni trascorsi. Trattengo il respiro, silenzioso e vibrante come un serpente prima dell’attacco.
Parole che non conosco si fanno strada, mi raccontano gli amori rubati e viaggi alla fine del mondo.
L’odore di menta e kebapci mi entra nelle narici, sembro assaporarne il gusto senza muovere la lingua.
Immagino una famiglia raccolta attorno al tavolo, che sorride mentre mangia e si racconta il giorno, unica estranea la musica di una radio tenuta a volume basso.
Improvvisamente mi chiedo da quanti anni Marta ed io non ceniamo più con la stessa intimità, occupati come siamo a trascurarci e a lasciarci vivere e assalire da un mondo che ci arriva dalle notizie di un telegiornale.

Quanto tempo è passato? Minuti lunghissimi, quasi una trance.

Lascio il vicolo, raggiungo le luci e lei.

Istanbul. Mi ritorna e mi esplode negli occhi.
Un’orgia di colore, calore che m’invade le pupille. I piedi avanzano a passi veloci sembrano seguire il ritmo del traffico.
Ora donne bistrate scherzano con i maschi dalla pelle ambrata, un turbinio di mani parlano accompagnando voci dal timbro squillante, i colori, Dio, i colori dei vestiti, le sete e le ciabatte di pelle, tutto intorno a me dice una sola parola ‘vita ’.

I piedi vanno da soli, si dirigono a casaccio felici di non avere un tragitto assicurato, danzano quasi, separati dal selciato dalla gomma delle mie sneakers.
Il cuore batte forte come fossi in balia di un vento inarrestabile, come se in questo istante preciso queste strade, queste case stessero entrando nelle mie vene. Avverto uno strano senso di euforia, mista al timore di qualcosa di inarrestabile che sta per venirmi incontro, qualcosa che non conosco. Sento il corpo attraversato da un’emozione che non so definire. Un tocco invisibile sulla pelle, la sento vivere.

Un portone porpora, trattenuto da colonne di pietra che lo abbracciano.
Entro.

Quasi un bagliore il guizzo dei suoi occhi, mi confonde.

L’interno del Bagno Turco è attraversato dalla nebbia dei vapori, dal calore, l’umidità scivola sulle pareti, il sudore dei corpi, mi sembra di essere in un girone dantesco.

Tutto si smorza, la luce filtra giallastra, un silenzio rotto solo dallo sciabordio delle tazze che bagnano la pietra, qualche colpo di tosse, per il resto i suoi occhi fiammeggianti, densi e immersi in una calma atavica.

Tratti decisi si sposano alla perfezione con la mia idea di Turchia, gambe toniche che si staccano prepotenti dal bianco dell’asciugamano, appoggiato come una veste imperiale sulle forme.

L’odore forte nell’aria, sesso e menta, spezie e oriente. Ne sono inebriato.

Il mio sguardo precipita nel suo come in una pozza senza fondo, una vertigine quel sorriso enigmatico. Ha un ventre piatto, non scolpito, braccia delineate, mani curate. I denti, perle nel buio di una caverna in cui voglio perdermi.

Più in basso, al centro esatto del mio desiderio, il suo pene pulsante.

Provo ciò che mai avrei potuto immaginare. Non ho più un’identità. Né più remore o inibizioni. Sfido i suoi occhi, gli propongo con insistenza i miei. Cerco nella curva della sua bocca una conferma al mio sentire, un minimo sorriso. Dio, solo un accenno alle mie voglie, a questo cuore che tuona nella gola.

Penso a Marta, rimasta in albergo a riposare, a quanto, solo la notte prima, è stato bello. Le sue forme un incastro naturale con le mie, i varchi riempiti a vicenda. Il suo cuore impazzito sotto le mie mani immote sui seni, il respiro che mi ha cibato nella passione, le mie labbra in riposo sulla pienezza dei suoi capezzoli, i suoi umori in bocca, la schiena intervallata da piccoli meravigliosi nei.

Il sesso è l’unica cosa che abbiamo Marta. Dove sei ora che voglio perdermi nell’abbraccio di questo uomo? Sparisci anche ora? Adesso che mi chiedo cosa sarà di me e come sarà accoglierlo in bocca. Marta, tutta questa eccitazione che provo immaginandomelo nel corpo, a lungo, con dolore estatico.

So chi sono, eppure me ne dimentico immediatamente appena quel guizzo mi attraversa. Marta, ho deciso di conquistare quest’oasi solitaria in cui abbeverarmi. Basta pensare.

Gli sorrido.

Tremo mentre mi sfiora il viso, sento esplodere il cuore quando la sua mano mi prende il cazzo con decisione, deliro di piacere con la bocca piena del suo.
Solo per un attimo resisto alla forza, alla foga con cui mi vuole e mi prende.
Mi scava dentro, ho le mani appoggiate alla parete e gli occhi fissi sul muro. Le labbra a volte quasi lo toccano il muro, altre lo respingono, a seconda dei colpi che mi assesta ritmicamente, cosa sto facendo?
E poi smetto per la seconda volta di pensare, nel piacere che raggiungo, mi abbandono alle sue carezze, ansimante.

Del dopo ricordo l’odore di sandalo sulla pelle, un vago senso sulle dita. Del dopo solo il suo sorriso e il primo istante in cui ci siamo baciati.

Il resto, l’ho dimenticato. Tutto.

In salita

La vita è una salita.
Sempre.
Io lo so da sempre.
Ero il più basso, il terrone, il bruttino, quello che non sapeva giocare a pallone, quello senza ragazza.
Il povero.
Fanculo.
Ho fatto salite su salite.
Ma ogni volta che arrivavo, volevo salire ancora.
Salirò ancora.
Farò fatica.
Ma che bello quando sei lì. Solo. Con chi vuoi tu.
Poi un giorno, uno come tanti, mi mancherà il fiato.
Mi dirò : arrenditi.
O forse non me ne renderò nemmeno conto, mi ero già arreso da tempo.
Allora scorrerò per l’ultima volta lo sguardo dietro di me, e attorno a me.
E penserò, sicuramente, che ne è valsa la pena.

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Napule è ‘na carta sporca.

Diciassette anni.
La storia è tutta qui, in queste lettere che formano un numero acerbo.
Il carabiniere a cui parte un colpo per caso, il quartiere che si rivolta e poi si ferma per ordini superiori, le moto che sfrecciano con sopra tre, a volte quattro persone, e l’illegalità che sconfina nel sistema di vita di tutti, protagonisti e spettatori.
Napoli è città franca, non so, se come dice Saviano sia in guerra, so che non è vita quando vivi sapendo che morrai giovane e te ne fai un vanto.
Non so nemmeno se il bimbo, perchè di bimbo si tratta, fosse coinvolto o meno in qualcosa di illegale, so che non me ne frega nulla di saperlo.
So che se la camorra ammazza un ragazzino le ondate di sdegno si sprecano, e so che se una macchina dell’Arma travolge un motorino e poi il carabiniere spara è omicidio. 
Senza aggettivi.
So che se il sospetto era che uno fosse il latitante, la pena era decisa, la morte.
So che oggi la camorra è più forte, so che la menata dei 1400 euro per difenderci mi ha strarotto i coglioni, so che con quei 1400 euro me, ce, ne, hanno date di mazzate.
So anche che spesso sono vittime anche loro, certo, non venitemi a fare la morale del cazzo.
Ma so che se torturano a Bolzaneto,ammazzano Aldovrandi, tanto per dirne un paio, e poi se la cavano con una passeggiata di salute, hanno un impunità di cui godono solo loro.
Napoli non è solo questo.
Ma di questo è malata, di questo non guarisce, e non servono concerti in piazza o partite di pallone  per aiutarla : quelli sono solo momenti di evasione.
Serve che smettiamo di considerarla pittoresca, di ridere se vediamo il ragazzetto che vende il fumo, che ci togliamo dalla testa che via Caracciolo sia il salotto buono.
E serve a tutti, anche a chi come me, a Napoli non vive.

La fine di un estate

Stanno a capo chino, pentiti di una colpa che non hanno.
Immobili, appena poco fa ancora si avvertiva un lento passaggio da una posizione all’altra, invisibile agli occhi dei più.
Spelati, sgranati, afflitti, piegati, memori del sole che li scaldava e a cui rivolgevano fieri il viso.
Chiusi in se stessi la notte, attendevano con gioia il risveglio, l’attimo esatto in cui le lame di luce fendevanocome un coltello nel burro le ombre buie.
Ora si radunano in truppa disordinatamente composta.
Ma non si muovono.

Attendono con rassegnazione la lama che li falcerà.
Sino alla prossima resurrezione.

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Dell’abuso della parola

Un passo avanti e due indietro, come i gamberi, si dice.
Che poi, chi li ha osservati davvero, forse Darwin, noi diamo per buona questa cosa, ma mica l’abbiamo verificata, troppa fatica, troppa fiducia, troppa sciattoneria.
Siamo abituati a dare per scontato, la lampadina si accende se premiamo l’interruttore, e di quel percorso che va dal nostro dito al vetro che improvvisamente dona luminosità, non ci interessa la storia, le notti insonni, la costruzione, i tentativi a vuoto, il grande urrà finale.
Pigiare  luce, stop.
Confondiamo le domande con le risposte, le prime le teniamo, o non le consideriamo neppure, le seconde crediamo di averle già tutte, e quell’attimo che ogni tanto, in auto o in fila alla posta ci viene da interrogarci, prendiamo subito un’altra strada, pur di non sprecare parole con noi stessi.
Eppure ne usiamo così tante per descrivere l’inutile.
Affastelliamo frasi, discorsi, citazioni, a volte ci appropriamo di quelle degli altri, abusiamo in quantità e in qualità di consonanti e vocaboli, eliminiamo interspazi e a capo, aborriamo le pause, disprezziamo i silenzi.
Inconsapevolmente, o per paura, se l’altro tace, lo incalziamo, come in un duello di fioretto, proviamo a stuzzicarne i riflessi, passiamo alla sciabola e meniamo fendenti, se si allontana, mettiamo mano alla fondina, se scompare, perdiamo gioco partita e incontro e ci chiediamo ancora il perché.
Se vinciamo la partita ci glorifichiamo di una strategia che magari abbiamo applicato per caso, se perdiamo conserviamo un rancore nascosto fino alla prossima occasione, immaginando che sarà la volta di sentirsi carnefici o magnanimi, quel pollice alto o verso che tanto abbiamo fissato nell’angoscia dell’arena, mentre le daghe scintillavano rosse e la polvere gialla si respirava con cupidigia.
Applichiamo il fuorigioco alle ragioni dell’altro, paraocchi sulle palpebre, ci ammutoliamo solo nel grido o la minaccia del più forte, ci affidiamo a un anonimo messaggio in cui splendere di immacolatezza rubata.

E parliamo, diciamo, proferiamo sentenze.

Eppure quanta fatica deve essere costata all’adamo nella grotta per articolare la prima sillaba alla sua eva quando disperatamente voleva avvisarla del pericolo che stava arrivando.
Agitiamo mani, ma abbassiamo gli occhi, apponiamo la legge della frenesia, incapaci di gustare i secondi dell’attesa.
Nei corsi da venditore t’insegnano a osservare la postura del potenziale acquirente, il modo in cui si siede, la misura del suo sguardo dal tuo, la posizione delle  braccia, in modo da ricavarne informazioni atte a mettere in campo la tua strategia.
Ecco, ci roviniamo anche il gusto dell’esporsi, commutiamo la sicurezza in noi stessi con l’insicurezza dell’altro, diveniamo piazzisti della nostra anima.

Giorni in cui il silenzio diventa pesante, questi.
In cui ogni parola leva potenza  allo scorrere delle cose.
Nomi, date, numeri, che coronano un rosario di vite spezzate.
E quando è troppo tardi, capiamo che tutto il nostro dire è servito solo a illudere noi stessi, a barattare la coscienza con la prossima auto nuova.

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Il secondo e il terzo

Perché il terzo alla fine se la passa meglio del secondo.
Ha meno rimpianti, guarda alle sue spalle, il secondo vede la schiena dell’avversario.
Nelle finali, il secondo chiude tra le lacrime, il terzo invece ha modo di sorridere battendo il quarto, lo stomaco ha già digerito la sconfitta di pochi giorni o attimi prima e gioisce confortato dai metri, centimetri, gol, frazioni di vita che mette tra se e chi lo insegue.
Perché il terzo può sognare di diventare almeno secondo, prima o poi, il secondo ha innestato il terrore di farsi raggiungere, o di mai arrivare lassù più in alto di tutti.
Nella lotta contro la mediocrità che t’inghiotte, l’abisso dello scivolare all’indietro è più potente dell’ascensore verso il cielo.
Se perde ai rigori, il secondo non si riprende mai più.
Se perde ai rigori nella semifinale, il terzo può battere ancora il quarto.
Se corre dietro l’imprendibile Bikila, il secondo sa che non lo acchiapperà mai, e quando Bikila si sarà ritirato, si dirà che ha vinto solo in sua assenza.
Se dietro a Bikila c’è un qualsiasi altro, il terzo sa che è di questo mondo, e prima o poi lo batterà, e sarà lui il primo del mondo umano.
Se la gara di salto in alto si chiude per la minima differenza, il secondo passerà il resto della vita a pensare a quel movimento sbagliato, alla mano che ha sfiorato l’asticella, alla schiena non dovutamente inarcata.
Il terzo, nel frattempo, tasta il bronzo, felice che non sia legno.

E allora stasera una delle due piangerà, e il sorriso di Robben o di Van Persie sarà ancora più amaro da digerire.
E stasera i bambini che nelle strasse o nei barrios mimavano l’andare pazzo di Dieguito, o la corsa scolpita di Matthaus, si troveranno di fronte al loro sogno, e al loro incubo.
E torneranno bambini, perché non gliene frega un cazzo della Merkel, o della crisi, o di altro.
E forse, non dovrebbe fregarcene un cazzo nemmeno a noi, stasera.
Ammireremo la multietnica Germania, figli di turchi e algerini e di polacchi, sentiremo l’ansimare delle facce pasoliniane dei figli della Pampa.
Li invidieremo, lo so.
Anche se ci costa ammetterlo.
Io, per me, tifo Argentina.
Vamos a ganar.

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Le bugie hanno le gambe corte.

Ti piace tutto questo, vero?

Assistere in un angolo, mentre le persone si scannano per le loro presunte idee, osservare con un ghigno attento il levar di scudi reciproco, gli sguardi che mano a mano diventano sempre più accigliati, le mani che tremano di rabbia, la perdita della capacità di confronto.

 

Oh, come sai bene intortare il prossimo, dall’alto della tua glaciale perseveranza, e che l’ultima parola sia sempre la tua, sia sempre la stessa.

Ho provato a smascherarti, a renderti inefficace, ho tentato un dialogo fatto di noncuranza, persino a blandirti ho provato.

Ma non c’è gioco, vinci tu, perché hai le chiavi della miseria umana e le usi per aprire e chiudere le porte della ragione.

Tu, semplicemente, contro di tutti, che sai radunare stuoli di stolidi accanto a te, tu, burattinaia abile e tortuoso. Punti una persona, prima la incensi, poi la afferri, dopodiché la smonti pezzo per pezzo, e ancora la fai smontare da chi prima o dopo avrà in dono la stessa sorte.

 

Mi sembra di vederti, mentre palpeggi il cervello dell’individuo, lo accarezzi come per stordirlo, per poi praticare una prima pressione che provoca un dolore appena accennato, una confusione senza direzione.

Dopodiché, affondi le unghie.

 

Ti piace, tutto questo, vero?

Ma oggi è finita, oggi metteremo il punto finale alla tua leggenda.

Oggi mostrerò il tuo vero volto agli altri, al mondo, e finanche a te.

Oggi, proprio oggi, strapperò il tuo cuore dal petto.

Userò l’unica arma che mi resta, e non riuscirai a pararne i colpi.

Uno specchio per mostrarti chi sei, piccola e maligna.

 

E vincerò io, anima mia.

Della Fine di Ful

Le colline umbre odoravano di pioggia d’estate mentre le attraversavo lentamente.

Lo spettacolo che avevo davanti agli occhi era solo una parte delle cose che mi gonfiavano il cuore e i pensieri; da lì a poco, a distanza di un paio di anni ci saremmo rivisti.

Non tutti quelli della prima volta, mi era parso di capire, ma in compenso ci sarebbero stati alcuni che erano mancati al week end gotico.

La curiosità per i secondi si mescolava alla gioia di incontrare ancora i primi. Il navigatore mi annunciò che mancavano circa due chilometri e un cinque minuti al bed & breakfast che avevamo prenotato, controllai per l’ennesima volta di non essermi scordato il testo che avevo preparato e che avrei dovuto leggere.

Non ne ero soddisfatto, non perché non mi piacesse, ma avrei voluto fare meglio.

In fondo si trattava di celebrare la fine di un periodo di vita che tanto mi aveva dato, in termini di crescita personale e di calore affettivo.

Da quando Isadora mi aveva proposto di entrare in un gruppo di persone che settimanalmente scrivevano su un tema che cambiava ogni domenica, sentivo di avere migliorato il mio rapporto con la penna e la disciplina che essa richiede.

Ma non solo.

Grazie a lei avevo conosciuto Sappino, Lidia, Viviana, Simona, Daniela e tutti gli altri.

Con alcuni il rapporto era diventato un amicizia, con altri un semplice confronto, altri ancora mi stavano sulle balle, come sempre succede nella vita reale.

 

Ecco, se devo dare a qualcosa la colpa dell’inaridimento delle idee, credo che siano stati proprio i due giorni del Gotico a fare da spartiacque. Come se quella notte tra risate e fantasmi avesse rappresentato un punto talmente alto che per noi la collina raggiunta non avesse più panorami diversi da mostrare. O forse sono io che preferisco pensarla così, piuttosto che assistere impotente allo scorrere delle cose.

 

Gli abbracci, i baci, gli sguardi, il rosh sussurrato all’orecchio da parte del mio Capitano, il sorriso sicuro di Lidia, gli occhi incerti di Daniela, le mani di Stefano, lo sberleffo stonato di Bango, la serietà di Machera, la saggia calma di Claudio, il faccione da selfie di Marco, la pettinatura di Umberto, la scollatura montagnosa di Cecilia, il timido abbassare gli occhi di Laura, la curiosità imperante negli occhi di Ginny, e lo sguardo sardonico di Viviana. Mi mancavano. Le risate, il vino, i discorsi semiseri, le battute ad alta voce, Camillo con Hello Kitty, Simona imbronciata, Anna Maria sempre gentile.

 

E poi si comincia. Si legge, e tocca subito a me. Sono emozionato, ma come sempre mi calo subito nel testo e quando ho finito, ho il respiro corto, e allungo a dismisura in me quei due secondi tra cui finiscono le parole e cominciano gli applausi. Poi Isa, poi Lidia (cazzo che gambe !), poi il legittimo consorte.

Finisce Viviana, e il suo racconto è talmente bello da oscurare gli altri.

Siamo commossi, i lucciconi si sprecano, la cinica Viviana ha partorito talmente tanta dolcezza da farci rimanere senza fiato.

 

La applaudiamo, la abbracciamo, la baciamo.

Lei tira fuori dalla borsa il dolce che aveva preparato per mezzanotte, lo assaggiamo, buono, mandorle e cioccolata.

 

Mandorle amare, direi, e penso al vino che potrebbe accompagnarlo.

La vedo che mi osserva con attenzione, nell’istante stesso in cui lo stomaco mi dà la prima fitta.

 

Mi giro a chiedere un gaviscon a qualcuno, ma Isa è già morta, e Stefano crolla a terra come un sacco, Lidia disperata scivola su di lui, Umberto riesce a fare il buffone anche ora, mentre rantola.

 

Viviana osserva, va ad aprire la porta.

Entra Gary, si baciano.

 

E ridono della fine di Ful.

CONFESSIONI

 

Solo nel mezzo della notte puoi trovare il coraggio di confessare a te stesso dove scava il fondo delle tue paure.
Sedici volte sedici non so quanto faccia, ma sono cosciente che sia il numero esatto al quale scatta la parola piangere.
Piangere per una donna, per mille che incontri e che non cancellano il suo viso, per quel figlio che minuto dopo minuto cresce lontano dal tuo sguardo, per quel lavoro che ti permette di respirare un’aria pulita che i tuoi polmoni assorbono come fosse la panacea dei tuoi mali, per quel libro che non hai mai letto e quelli che mai leggerai, per le frasi che non riesci a masticare, per le mani che si fanno callose mentre emetti il fischio del richiamo, per l’odore di caglio che ti aggira le narici, per la merda che calpesti mentre guardi verso il sole che nasce, per il kilometro che aggiungi agli altri mille, per il calice riempito senza neppure più guardarlo, per la collana infilata con mani pensanti, per la corsa affannata verso la fine della giornata, per il grido sordo che ti sale nel ventre, per la scala sempre più ripida ogni anno che passa, per le note di quella canzone che non sei capace di cantare, per ogni coppia di occhi che incroci per la strada, per il tronco di betulla scavato dal tempo, per l’odore del fieno che t’indica la via, per le sedici volte sedici che ti sei maledetto.
Poi, l’alba si annuncia con morbida prepotenza, e abbandoni la mente all’oblio della giornata che entra, quasi sicuro che essa ti porterà un biglietto vincente, il borbottio dei piccioni accompagna la prima sigaretta dopo le mille di ieri.
Ha un sapore netto e deciso, quello che ricordi quando accendesti l’adolescenza per incendiarne gli umori nascenti e sentirti uomo prima del primo pelo di barba.
Ripassi a memoria i tuoi luoghi, e sai di venire e andare per non ammettere che non hai mai avuto un posto completamente tuo.
Il sorriso si dipinge amaro, e ti salva la vita.
Ieri era un altro giorno.

Esegesi del gesto della salita

No, lui non danza sulla roccia.
Lui si arrampica con fatica e costanza, posso ascoltare i suoi sbuffi, il vibrare dei tendini e dei muscoli, lo scricchiolo delle dita mentre artigliano gli spuntoni, il fruscio della presa che lo innalza ancora un po’, di un altro po’.

Non c’è la grazia del ballerino in questo, né il volteggiare sconsideratamente sicuro dell’acrobata, piuttosto lo spasimo desiderante dell’ascesa verso la Torre di Babele, infinitamente alta e fortunatamente irraggiungibile: l’uomo che si specchia nella verticale ha un moto di reazione paragonabile a quello di Prometeo, ed è incurante degli dei che gli stanno divorando il fegato.
La sua schiavitù è nella stessa sua ambizione, scalare, oltrepassare il limite che sta tra la polvere e il cielo, perfettamente conscio che dopo ci sarà un altro cielo, ancora più lontano, e dovrà salire ancora un po’, un altro po’.
L’eroismo solitario di se stesso, nulla da vendere alla piazza, la misura del respiro che si fa ogni centimetro più doloroso, il capogiro dell’altezza sbeffeggiato dalla voglia di parete, la morsa stretta dei denti mentre la mente ripassa il gesto da compiere, gli occhi, quelli sì, liberi dal quotidiano massacro delle ore imposte, tutto lì, null’altro che arrivare più su, ancora un po’, un altro po’.

Un concerto di uccellini spezza la quiete immota di questa palestra di roccia.
Ascoltali bene ascolta che dicono:
Ancora un po’, un altro po’.

Il programma non è sottotitolato

Corro attraverso strade buie pensando solo ad accorciare i tempi che mi separano da quella porta.

Gli occhi si sono abituati all’oscurità, spezzata solo a tratti da qualche luce che filtra attraverso persiane socchiuse, prodighe di rumori ordinari, di frigoriferi accesi e televisioni ronzanti.

L’incubo in cui sono caduto non mi consente di rifiatare, né di urlare in cerca di aiuto, è una questione tra me e l’altro me che non vorrei più rivedere, non ci sono domande di riserva ed è vietato pensare.

Solo correre e agire.

Salire i gradini a due alla volta, mentre le gambe mi maledicono e il fegato mi rinfaccia tutto quello che è stato costretto a sopportare in questi miei anni dispersi al vento.

 

Una disperazione velenosa si fa strada nelle vene, ho paura di ciò che troverò di là dal pannello di legno che mi aspetta silenzioso, la maniglia sembra bruciare più delle mie viscere allo stremo.

 

Lei è ferma appoggiata alla credenza, le braccia conserte all’altezza del seno parlano quanto le fiamme nei suoi occhi, quanto le sue labbra serrate.

Tutte le parole che avevo serbato per quest’attimo s’inceppano, trovano un ostacolo insuperabile piazzato esattamente tra la lingua e i denti; non c’è nemmeno bisogno che escano, in fondo, è già tutto qui, in questa stanza decorata con stampe di ottimo gusto, nel terzo grado non voluto ma efficiente del lampadario, nella musica inarrestabile che va in loop con costanza escheriana.

Mi siedo sul divano, in punta al divano, pronto ad alzare le chiappe al primo urlo.

 

Che non arriva.

Le sue spalle ora girate contro di me mi escludono definitivamente dalla sua vita, lo capisco al volo.

Vado in camera, prendo una borsa e ci butto dentro le prime cose che mi capitano, dal bagno prendo solo lo spazzolino da denti, dal comodino il libro di Roth.

Sono pronto. Non vorrei sopportare le sue lacrime, ma non riesco a ignorarle. Quello che fa male è l’incurvarsi delle sue spalle, nei singhiozzi che parlano del nostro fallimento.

Le sfioro i capelli, lei sembra ritrarsi, prima di appoggiare la nuca sul dorso della mia mano. Si gira, mi schiaffeggia, forte, e in mezzo al mio stupore mi stringe a se.

Poi mi manda via. Resto ancora un attimo fermo, mille cose mi girano in testa, nemmeno una si ferma.

 

Come descrivere la confusione che mi devasta la mente; un giro sull’otto volante dopo aver fatto un pranzo di Pasqua, scendere a trenta metri di profondità senza bombole, buttarsi da un’auto in corsa, mentre le curve si affacciano sul crepaccio.

O tutto questo insieme, più probabilmente.

 

E’ un attimo.

Sullo schermo del pc appare un profilo orientale, un’immagine calda, senza parole. Entrambi ci fissiamo su quel viso, senza ascoltarne le parole.

Sappiamo per filo e per segno cosa dice il tipo.

Sappiamo quante cose iniziarono da quel film, sappiamo che non possiamo metterlo come sigla di chiusura. Sappiamo che non servono altre parole da decifrare.

Le mani si stringono ancora.
Cattura

Camere d’aria *

Procedo a tentoni, sfioro il viso di Marianna, le gambe di Marta.

Gli occhi si abituano al buio mentre misuro a spanne le distanze che ci contengono, proiettandoci verso l’ordine delle cose.

Nel naso, l’odore acre della gomma vulcanizzata, mi rimanda a chilometri percorsi senza meta, forse con l’unico scopo di arrivare qui, ora, sempre. L’angoscia che mi opprime lo stomaco viene da lontano, m’investe come l’uomo nero, come quando da bambino mia madre insisteva perché spegnessi la luce, prima di dormire, ed io restavo ore intere a scandagliare il nero per scovare una scintilla.

Marianna cade, Marta la solleva, sento l’affanno del loro respiro, allungo le mani a graffiare la parete.

Nulla accade.

Ci teniamo l’un l’altro catena umana contro l’assenza di spazio, nello stesso spazio che ci contiene.

Piccolo, breve, improvviso, un bagliore, dura un micron, ma l’abbiamo percepito, più che vederlo. Le dita cercano, incidono, aprono varchi, lame di luce ci investono, per poi ritirarsi, alla chiusura del varco. E, qui, sotto i nostri piedi, frammenti rispondono e riflettono, e ci sentiamo bambini.

 

Ho sepolto il mio tesoro all’interno di questa Rocca che porta il nome di una vipera, che si avveleni chiunque lo cerchi, che muoiano di paura coloro che sfidano la maledizione della notte pur di cavar rubini e zaffiri dal ventre della terra.

Che nel nome di santa Sinforosa, martire e madre, trucidata dal Romano, vi si rivoltino contro gli spiriti dei sette figli suoi, che ebbero la stessa sorte.

Io, discendente di Saracino, imbastardito dal Normanno seme, ho ucciso Angioini e difeso il re mio Manfredi, ho depredato cadaveri di Franchi, e raccolto i loro beni destinati a femmine che mai avrebbero rivisto.

Ora mi fermo in questo cuore di pietra, squadrato come un’idea di Dio, come Dio lontano dagli occhi, e nascosto a chi non crede. Custodirò il mio bene, terrò salvo l’onore e il ricordo.

Fin quando qualcuno aprirà la breccia.

 

 

Camere d’aria, 240, Marco Marianna Marta, frammenti di specchi, luci che penetrano, visi che sbucano, ora appare ora scompare, ora siamo noi dentro, ora tutti voi fuori, nessuna porta solo un dettaglio di vita che sfonda la scatola chiusa dal nero della notte.

E il tesoro, che vi fu lasciato, ora, per tutte le favole che vorrete raccontare.
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*Testo pensato per l’installazione ” camere d’aria” degli scultori Marta Aucone , Marco Ciuffetta e Marianna Zenga.
Direzione Artistica Professoressa Claudia Farina.

Madama Butterfly

Li osservo passeggiare ammirando la loro aria distratta.
Il grido dei gabbiani, che con il loro volo anarchico sbeffeggiano l’andare militaresco delle composte e severe anitre di lago, fa da colonna sonora al loro incedere.
Lei ha i capelli arruffati, è minuta come il gesto di un pittore intento a svelare dettagli sulla tela, porta occhiali tondi e fuori moda, che recitano la sua distanza dalle copertine patinate; lui è scapigliato un attimo prima della calvizie, la stringe a sé con il braccio.
Sopra, il sole del primo affacciarsi della primavera.
San Benedetto pare aver scelto loro due come biglietto da visita per presentarsi al mondo.
Si dirigono verso il bar, la pizza a taglio è il loro pranzo di gala, occhi accesi al posto delle candele, sorrisi senza fine per dessert.
Giacomo Puccini nel suo angolo di bronzo, fa da guardia all’immobilità delle acque, specchio delle Apuane.
A un certo punto controllano cellulari e orologi e si avviano verso l’utilitaria: scommetto di conoscere la musica che li accoglie mentre la chiave d’accensione fa il suo dovere.
L’auto sembra voler trattenere ancora un attimo i due sulla piazza, poi va.
Voci di bimbi, chiasso di cassette dell’acqua scaricate nei magazzini, uno sbattere di porta, ora si alza un vento leggero.
Il loro posto è preso dal turista americano in bermuda e Nikon, chissà se respira l’ultimo alito dei loro pensieri, in maniera da portare via con sé un pezzo d’Italia che non si può acquistare.
La scolaresca che si mette in posa per la foto di gruppo non può immaginare quel momento tra vent’anni e passa, in cui riconoscerà solo alcuni tra i compagni di oggi, né il sorriso dapprima divertito, poi amaro nella scansione del tempo trascorso.
I pullman ora scaricano donne dalle scarpe comode e uomini dal passo stanco: tutto si tramuterà in una molletta cui appendere il lenzuolo di questa giornata.

Il lago ora sembra respirare. In alcuni punti i giochi di luce lo trasformano in una pista da pattinaggio.
Torneranno i fidanzatini, forse, ignari del destino della Madama Butterfly.

015 (3)

Voglio

Ho bisogno di scrivere, ho l’urgenza della parola che si annienta nella carta, del pensiero che si annulla nelle frasi, delle idee che si perdono nel periodo.
Ho bisogno di trasformare le immagini in spazi anneriti dalle lettere, confondere le visioni di un deserto in una miriade di colori da descrivere.
Del non senso dei dialoghi mai finiti, delle canzoni dedicate e poi gettate d’istinto su un’altra figura, del silenzio che si trasforma in rombo, della luce che accende il cervello, di lasciare andare le dita sulla tastiera senza un apparente filo logico che non sia altro che quello che m’insegue senza prendermi.
Bisogno di urlare senza farmi sentire, di cantare senza note, di sussurrare senza lingua.
Voglio una strada dritta ma piena di curve da scoprire, voglio un percorso impossibile da seguire, un viaggio che finisce solo in fondo al fondo di me stesso.
Ho la fottuta necessità di fuggire dal binario, di prendere un treno che non sfiori le stazioni, di osservare alberi di palma crescere senza datteri da donare, di limoni di costiera talmente aspri che la bocca non possa farne a meno.
Voglio i sapori persi e quelli che non conosco, leggere libri che non comprendo, ammirare quadri di un’esposizione senza nesso.
Devo perdermi per non ritrovarmi, contare i miei giorni fino ai minuti secondi, abbandonare definitivamente il sonno per abbattere la distinzione tra la notte e il giorno, correre a perdifiato per ritrovare le mie gambe lasciate sulle strade di mille città, ascoltare le voci che incendiano i pomeriggi di disagio, esaminare con attenzione fotogrammi in bianco e nero, per restare nel nero, e dimenticare il bianco.
Voglio calli sulle mani per non averle più tenere, spilli negli occhi per accecare i miei sogni, pinne ai piedi per nuotare senza ritorno.
Spaccare il capello senza farne quattro parti.

Voglio la solitudine di un anno in carcere.
Voglio Jean Genet, senza paure.
Voglio.

019

Il lato oscuro dell’amore

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Mi rovesciò su un fianco e mi baciò il collo, sfiorandomi l’orecchio. Sentivo il suo alito caldo e speziato, il suo fiato interrotto dalla frenesia.

Le mani, a stringermi il petto, le gambe incastrate nelle mie. Buttai indietro il capo, cercando di raggiungerle le labbra, le sfiorai appena mentre si ritraeva, dedicandosi alla mia nuca.

Avevo voglia che m’impugnasse il pene, e cercai di farglielo capire, con un movimento di bacino, ma le sue mani si ancorarono al mio torace, con forza.

Capii che voleva che mi lasciassi andare, completamente, e smisi di lottare, consegnandomi a lei.

Mi svegliai di colpo, nel letto vuoto. Nessuna traccia di Viola. Solo il caos delle lenzuola poteva testimoniare il suo passaggio.

Sentii freddo, di colpo, cercai la maglietta a tentoni, la infilai, lo stesso feci con i calzoni del pigiama. Non provai a chiamarla, mi alzai alla sua ricerca, convinto che fosse in bagno o in cucina.

Avrei dovuto comprendere dalle luci spente, che la casa era completamente vuota, ma non volevo arrendermi. Né le sue scarpe, né la sua gonna, o altri indumenti, sparsi come li avevamo buttati la sera prima, mi diedero il conforto della sua presenza.

Era ancora tutto in terra, la sua borsa, semiaperta, sul divano.

Il freddo proveniva dalla finestra aperta, mi affacciai, prima di chiuderla. In strada nessuno. Non poteva essere uscita nuda.

Anche le giacche e gli accappatoi erano al loro posto, aprii il portoncino d’ingresso, convinto di trovarla sulle scale, ma trovai solo l’immobilità dell’ascensore.

Accesi una sigaretta, cercando di capire e di calmarmi.

Inutilmente.

Dalla sua borsa spuntava il cellulare, mi accorsi che un led stava lampeggiando, mi precipitai a prenderlo: nuovo messaggio/ Anna.

Solo tre puntini componevano il testo, come una frase interrotta o non detta, a significare tutto ciò che consonanti o vocali non avrebbero mai saputo dire.

E che io non comprendevo.

Feci il numero di Anna, ascoltai gli squilli con il cuore in gola, fino a che, al quinto, non partì la segreteria. Riprovai tre volte, prima di decidermi a lasciare un messaggio, chi sei, dov’è Viola, rispondi, cazzo.

Mi accorsi di tremare, e non per il freddo, ma per l’angoscia dell’assenza e del non sapere.

Ascoltavo il mio cuore battere senza controllo, mi accorsi che stavo per pisciarmi addosso, corsi in bagno appena in tempo.

Mi venne in mente di accendere il pc, e cercare il numero di questa Anna, corsi alla tastiera, digitai la password, lo schermo s’illuminò. Viola mi guardava definita da milioni di pixel. Feci un salto indietro, terrorizzato, più che dalla sua vista, dal suo sguardo.

Accanto a lei, una donna, sicuramente Anna. Dietro altri uomini, altre donne, tutti con la stessa espressione. Tutti parlavano senza dire, tutti digitavano sui telefonini tre puntini.

Mi svegliai ancora.

Di colpo, cercando Viola con la mano, trovandone la gamba attaccata alla mia.

Sorrisi, era stato un incubo.

La osservai per bene, ne scrutai l’espressione infantile regalatale dal sonno, il piccolo broncio che metteva su nei pensieri della notte.

Mi alzai per andare in bagno, mi accorsi che il pc era ancora acceso, andai a spegnerlo.

Nello schermo vidi me stesso, accanto a Anna, accanto a altri uomini, altre donne.

Tutti in cerca d’amore, dalla parte sbagliata del video.

 

Vite Parallelle – Matteo, Virginia e io. / Di Umberto Aleandri

Questo pezzo non è scritto da me, ma da un amico, Umberto Aleandri.
Trovo una tenerezza e una dolcezza tale in questo scritto, che mi sono permesso di chiedergli di postarlo.

Aggiungo, come sempre una foto, mi perdonerà.

Vite parallele. – Matteo, Virginia e io –

Di Umberto Aleandri, Sabato 15 febbraio 2014 alle ore 19.22

Matteo non comprava scarpe da molto. Sempre le stesse, e sapeva che non le avrebbe mai tolte fino a che esauste non avrebbero ceduto per sempre, arrendendosi all’asfalto, e all’usura. Matteo non era un pezzente, non era un barbone, era solo troppo giovane, troppo innamorato, troppo presto incasinato.
E doveva lavorare, risparmiare, e credere.
In se stesso, nelle sue mani, nella vita, e nella sorte.
Non importa se tutte queste cose messe insieme ,spesso, non vanno d’accordo, spesso litigano come vecchi ubriachi di paese che al mattino si danno pacche sulle spalle, al pomeriggio s’insultano e la notte si vomitano addosso rabbia e risentimento.
Non importa, perché se a  diciotto anni ti fa paura tutto questo vuol dire che ti hanno ammazzato da piccolo, ammazzata la tua anima, la tua voglia di vivere, e tu sei solo un fantasma che vaga, senza un perché.
Matteo non aveva vecchi ubriachi nascosti nella sua mente, non ancora.
Aveva solo le stesse scarpe, aveva un cuore forte, e una speranza.

Virginia quando sorrideva sembrava una stella che s’era persa e, impaurita, chiedeva a chiunque capitasse a tiro su quale pianeta fosse atterrata.
I suoi lunghi capelli neri erano onde del mare in tempesta che si aggrovigliavano sulle spalle dolci e candide.
Virginia era ancora una bimba, ma si sentiva una donna, e a sedici anni aveva deciso di esserlo.
Nella sua borsa trovavi di tutto, tutto quello che una bimba donna poteva tenere, e mentre aspettava l’autobus per andare a scuola, sentiva le lacrime che si affacciavano sul suo viso, sentiva fame, sentiva freddo, sentiva rabbia e dolcezza, sentiva il vomito che non voleva smettere di andare e venire. Ma non si arrendeva, mai.
Aspettava l’autobus, lo avrebbe comunque preso, e sarebbe andata lo stesso.
E non importa se lì le avrebbero puntato il dito addosso, simile a un piccolo laser che le avrebbe bucato la pelle e, arrivato alle ossa, le avrebbe sforacchiate tutte, tanto da farle implodere rendendola simile a una massa gelatinosa di carne che rotolava tra i corridoi del liceo nella vana speranza di non dover ascoltare i mormorii di chi giudica ancor prima di comprendere, e di chi invece di aiutare ti evita.
A prescindere.

Io non so che ci faccio qui, in verità.
Mi muovo perso nel buio di quello che non so, sognando cose che non ho visto, udendo suoni che non capisco da dove provengano, bevendo un liquido che sa di tutto, e di niente.
Io non so neppure come mi chiamo, e nessuno ancora ha avuto il coraggio di pronunciare il mio nome.
Li sento sussurrare, li sento a volte piangere, altre ridere, li sento darsi coraggio, o degli stronzi.
Ma la parte che preferisco è quando li sento dire “ ti amo” con una dolcezza infinta.
Ammesso che io sappia già cosa voglia significare dolcezza.
Perché il mio mondo è oscuro e ovattato, ma è tutto quello che ho, per ora.
E mi basta.

Matteo scese dall’autobus, che lo lasciava alla fine del viale.
Ogni volta aveva il cuore in gola, ogni volta aveva paura che lei non ci fosse ad aspettarlo al ritorno dal lavoro, che aveva trovato dopo tanto tempo, perché doveva, perché aveva fatto un errore, e quell’errore andava pagato, e per pagarlo aveva rinunciato a tutto, tutto quello in cui aveva creduto.
L’università, per prima, la moto per seconda.
Suo padre, per terzo, che gli aveva tolto il saluto, e non lo vedeva da tempo.
Agli amici, che ora che si era sposato non se lo filavano più, perché a diciotto anni non ti puoi sposare, non puoi mica fare una cazzata del genere.
Poi, però, la vedeva, piccola, con quel mare nero in tempesta che si scioglieva morbido sulle spalle  sensuali e la paura passava. D’estate diventava ancora più bella, perché le scopriva, le spalle, e i capelli disegnavano arabeschi preziosi che lui spesso stava ore ad ammirare, mentre lei non se ne accorgeva, o era addormentata. Sorrise, e lei s’illuminò.
La stella apparve, improvvisa, sul ciglio della strada.
Solo che stavolta sapeva  dove era, e cosa cercava. Per chi era la sua luce.

Virginia aveva finito di studiare, nella sua piccola stanza che la madre e il padre le avevano appositamente arredato.
Aveva avuto fortuna, aveva avuto comprensione, aveva amore.
Posò i libri, si stiracchiò pigramente come una gatta che ha appena allattato, e ripose tutto con cura. I suoi erano fuori, ancora al lavoro.
Guardò l’orologio, erano le 19. Doveva uscire, lui stava arrivando.
Non si sarebbe mai persa il suo arrivo, per niente al mondo.
Almeno  non ora, ora che tutto era diventato difficile, ma la felicità di essere vivi era così potente che a volte era quasi pesante, tanto da toglierti il fiato.
Era una felicità incosciente, di quelle che non fanno i conti con i se, i ma, i però.
Arriva e te la tieni.
Scese con l’ascensore e imboccò l’androne del palazzone di periferia di una grande città, in qualche parte nel mondo.
L’odore di cibo cotto le arrivò al naso, qualcuno preparava la cena, e sentì fame. Erano lontani ormai i tempi del vomito, delle lacrime e dell’umore che faceva da sé.
Si appostò come un bonario cecchino dall’altra parte della strada, e attese.
Le luci dell’autobus le sembrarano quelle di una giostra, le stesse giostre che amava da piccola, di quelle dove il papà la portava a ridere e giocare. Ora sarebbe toccato a lei farlo.
E a lui.
Lui che scese dall’autobus, con quelle scarpe vecchie, gli occhi grandi di ragazzo adulto, la borsa del pranzo e i calli sulle mani. Lui che l’aveva amata una notte, e qualcosa era andata storta, o giusta. Dipende da come la si vede.

Dal mio punto di vista la vedo bene, visto che sono qui, dentro questa carrozzina, a cercare di aprire bene queste cavolo di manine ma non ci riesco, a cercare di dire qualcosa ma non ci riesco, a cercare di sembrare meno goffo di un bimbo da poco nato.
Nato da quei due deficienti, che si amano, però, e tanto.
E li sento ridere, ora, dietro di me, mentre spingono la mia carrozzina verso la loro stanzetta.
E la nostra vita.

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Vite Parallelle

joe strummer

 

Uno è professore

Una è impiegata

Uno, ancora, disoccupato.

Uno ruba e si fa. Uno fa l’operaio in fabbrica, una ancora è psicologa, e una è libraia, e uno vende vino, ma uno studia e una è malata, e uno, forse va all’estero.

E non si conoscono, non si frequentano. Ma s’incrociano .

Perché quando la mattina il professore scende di casa, l’impiegata scuote la tovaglia della colazione dal balcone, e qualche briciola a volta cade sul cappello del professore, e lei mette la mano dinanzi la bocca a trattenere un sorriso, ma il professore è assorto nei suoi pensieri, prepara già tra se e se la sua lezione, e si arrovella su che tema dare, e lei sorride.

Il disoccupato osserva la scena da lontano, da qualche tempo ormai ha perso sonno e fantasia, e pare che solo quel telefilm involontario sia in grado di spezzare la monotonia delle mattinate, al punto che cerca di immaginare quello che l’impiegata ha mangiato per colazione, e crede di esser sicuro che stamani siano biscotti, ieri ciambella, domani, magari un buondì.

Il ladro suonava in una band, ma poi ha cominciato a farsi di brutto e la chitarra andava per i cazzi suoi.

L’ha venduta, un mese fa, e ora non può che sentirla che in fondo allo stomaco, lì dove l’eroina fa più male, perché si mischia con la paura di non trovarne ancora.

Si mette a quell’angolo di strada, ogni tanto, di pomeriggio, quando la sente vibrare dalla casa di fronte, la riconoscerebbe tra mille, solo lei sapeva urlare il suo dolore così, e anche tra mani estranee, cerca di chiamarlo.

E’ l’operaio, che quando finisce il turno, attacca l’amplificatore e ci dà dentro, prova e riprova per riportare alla mente e al cuore le sensazioni dei vent’anni, quando i capelli erano lunghi e il giorno e la notte infiniti.

La libraia ha un’abitudine consolidata, ogni settimana mette una locandina alla pensilina del tram per invitare la gente agli incontri con gli autori, non che abbia molta fortuna, alla fine sono sempre quel gruppo di amiche, e uno che fa il fil alla più giovane, però lo fa, perché crede che sia un regalo al mondo. E quindi a se stessa.

Quello che vende vino, appena lei si allontana, la va a leggere, scuote la testa,e torna in cantina, si guarda attorno e pensa che stasera forse ci andrà, stasera non porterà una bottiglia a casa da bere da solo, accompagnato solo dallo sguardo severo del gatto. Ogni settimana, poi prende la bottiglia.

Allo studente mancano tre esami e la pazienza, chè diritto civile gli ha gonfiato le balle, e chè sono sei volte che lo prepara,e ogni volta ricomincia a fumare, e affacciato alla finestra, butta il fumo fuori, prova a fare gli anelli, ma gli vengono come diritto civile, e allora si butta a letto e telefona al suo amico per andare al pub.

Che il pub, poi è un bar con quattro birre alla spina e via andare, la padrona tanti debiti e pochi incassi, e soprattutto tutto se ne va per le cure, che la malattia non passa, non si aggrava e non ti ammazza. Ma resta, sotto la pelle,ha più con un prurito che non da pace e giù cortisone e altra merda, e ora non ce la fa più,ecco, farebbe proprio come quello là, quello che sta aspettando il tram con lo zaino e il biglietto per l’India.

Il professore oggi è tornato allegro. I ragazzi alla fine della lezione erano entusiasti, la beat generation ha ancora il suo fascino.

Si ferma un attimo e accende una sigaretta, all’angolo c’è uno che lo guarda, e guarda vero la finestra in alto.  L’impiegata sta per scuotere la tovaglia del pranzo, ma si ferma, e gli occhi dei tre s’incrociano, un attimo e un sorriso corre tra loro.

Il ladro era dietro al professore, magari con quella cartella di pelle una dose la rimedia, si blocca, cerca di capire che succede. Il riff di “ I fought the law “ esplode, e lui per la prima volta dopo mesi piange.

La libraia si avvicina, gli mette una mano sulla spalla, lo sente tremare di dolore e scimmia, il vinaio osserva la scena, versa un bicchiere di rosso e lo porge al ladro, poi rientra in cantina, e mostra alla libraia una copia antica di poesie di Rilke.

Lo studente sente l’odore delle pagine gialle e incartapecorite, chiede di poter vedere la data dell’edizione, il ragazzo con lo zaino, ridendo, ne tira fuori una copia in economica.

Tutti si guardano, dalle loro posizioni, non più statue di sale. Tutti si toccano, è scesa l’impiegata, l’operaio si affacciato al pianto, ha staccato l’amplificatore, ha un disco tra le mani, in copertina Joe Strummer, e non sono più uno, uno, una, una, uno.

Al pub, entrano assieme, e a lei, improvvisamente il prurito scompare.

 

L’uomo che aggiustava le cose

C’era un bosco e dentro il bosco una radura e nella radura una capanna e dentro la capanna un uomo, e l’uomo aveva vista scorrere tante lune e tanti soli sopra la sua testa, e tante stelle, così tante da afferrarne una per ogni giorno della sua vita.

E nella capanna le stelle restavano appese al soffitto, e disegnavano esattamente la volta del cielo con tutte le sue immaginifiche previsioni.

E quando toccava all’Ariete spuntare brillare in maniera più convincente, l’uomo prendeva calce e mattoni, e costruiva un muro, e attaccata al muro una rete, e dalla rete veniva fuori un recinto, e dentro il recinto, le cucce, e nelle cucce, la notte, col freddo, andavano a ripararsi i cani.

Se le stelle si mettevano nel carro dell’Orsa Maggiore, l’uomo cominciava a cucire lembi di pelle avanzata dalle vesti dei signori, incrociava colori e forme, aggiungeva borchie e stringhe e cinturini e bottoni, e alla fine erano pronte le sacche da viaggio, per trovare una strada che andasse verso Samarcanda.

Di notte capitava che l’uomo guardasse a testa in su verso il soffitto, e le stelle prendevano la forma di una Venere che usciva dall’acqua, e l’uomo iniziava a pestare nel mortaio, e cinabro, e papavero, e magenta, e polvere di girasole, e poi strappava il fondo di una vecchia sedia e stirava col peso dei suoi milleeuno libri il pezzo di tela che ne aveva ricavato, e poi mescolava i colori, aggiungeva un po’ d’assenzio e di miele, e prendeva tutto e lo buttava di colpo sul pezzo di stoffa, in modo che un firmamento nuovo si spandesse di colpo, e poi ne faceva tendina per finestre.

L’uomo riceveva spesso una donna, più giovane di lui, più bella di lui, più alta di lui, più tutto di lui. La donna a volte camminava senza l’ausilio degli astri, perdeva la luna e la bussola, le nuvole e il tempo, le ore e le lacrime, il riso e il calore, la passione e la fantasia, e allora lui raccoglieva tutto questo e lo infilava in un piccolo scrigno di palissandro, con sopra disegnati un tulipano e due lune, con l’interno di velluto rosso come il fuoco, e quel fuoco teneva tutto al caldo, dimodochè quando la donna si fermava nella casa dell’uomo, lo scrigno veniva aperto, e tutto ritornava nella donna.

L’uomo aggiustava cose e cuori, braccia e pareti, parole e sogni, canzoni e paesaggi.

Quando si sentiva troppo stanco, si metteva sul prato, aspettava che i pulcini gli venissero accanto, e si addormentava.

Sognava di essere lontano, ma non lontano dal mondo.

Sognava di volare, ma non nel cielo.

Sognava, ancora, di essere vivo.

Senza morire mai.

Brian Griffin

Risveglio – Quattro e quarantaquattro

Sono le quattro e quarantaquattro, non posso sbagliarmi.

Anche a occhi chiusi, pur senza spiare il luccichio della sveglia, so perfettamente che ora sia, come tutte le mattine da un mese a questa parte.

Tengo le palpebre serrate, cerco di allontanare questa maledizione, provo a passare almeno a quarantacinque, a scappare da questo susseguirsi di cifra, il giorno della mia nascita ripetuta tre volte, un concatenarsi che tende all’eternità della mia condanna.

Nel buio allungo una mano, a cercarti inutilmente, come se questo incubo vivo si potesse interrompere con un semplice gesto, afferro le lenzuola spoglie di te, le stringo con la rabbia nelle dita, con lo sgomento nello stomaco.

Eppure lo so bene che non puoi esserci, che fino in fondo ai miei piedi sono solo.

Fuori, una civetta fa il suo dovere, incurante della neve che promette di cadere con muto fragore.

Mi sollevo sui cuscini, il mantra delle quattro e quarantaquattro mi rimbomba nella mente, cerco le sigarette per terra, la bottiglia di vino non ancora vuotata, convinco a forza il mio stomaco che mi sono necessarie, per trovare quel coraggio che serve a sentire il pavimento sotto i piedi.

Piscio nell’oscurità di un cesso che ha poco da invidiare al mio cuore, butto faccia e mani sotto il getto ghiacciato del rubinetto, mi avventuro per le scale di casa cercando di evitare una fine ingloriosa al mio cranio.

Accendo il pc, m’infilo le cuffie e lascio che Enrico Rava mi spari la tromba nelle orecchie, mentre il vetro della finestra socchiusa risponde con insolenza all’immagine che ricordavo di me.

Il gatto viene a strusciarsi alle gambe, voglio credere che sia affetto e non fame, tossisco squassato dal fumo e dall’alcool, e infine mi decido a correggere la foto.

Ritaglio, schiarisco, accentuo le ombre, applico un filtro, correggo la saturazione. Annullo tutto, come faccio tutte le notti.

Mi osservo le gambe, si stanno rinsecchendo, ho perso la muscolatura, ho perduto la forza.

Trenta giorni oggi e mi sembrano trenta minuti o trenta anni, non distinguo il tempo, non si smuove dalle quattro e quarantaquattro. Infilo una felpa, una giacca, i pantaloni della tuta, gli scarponi, esco a farmi scuotere dal gelo, cammino, affretto il passo, e poi più veloce, e ancora di fretta, come se potessi mai raggiungerti.

 

Ricca di rugiada, l’erba mi accoglie, mi assale col suo profumo, m’investe con i suoi riflessi. Mi butto per terra strappo ciuffi verdi e mi ci asciugo le lacrime.

 

Sono così stanco.

 

Quando sono ragionevolmente sicuro che la luce che si staglia nel cielo sia l’alba che sfodera la sua impertinenza, mi sollevo.

 

Torno in casa e mi faccio la barba, infilo la camicia bianca linda di lavanderia, una cravatta, un paio di calzoni grigi, una giacca spigata.

Osservo lo smartphone che m’incita a leggere le notifiche, le cancello senza nemmeno guardare di chi siano. Metto in moto la BMW, do un colpo d’acceleratore per gustarne la musica, esco dal vialetto e mi avvio verso l’autostrada.

Nello specchietto retrovisore provo il sorriso d’ordinanza, sono pronto.

 

Che la commedia abbia inizio.

 

Jean era perfetta

Il taglio di capelli alla maschietto, con la riga da una parte, le labbra disegnate da dio in persona, lo sguardo tra il malinconico e il minaccioso, una pozza di dolce veleno.
L’ovale del viso definisce l’esatto confine su cui si ferma il mondo conosciuto, le colonne d’Ercole dello scibile umano.
Di quanto sia alta, di come abbia pesanti i seni o lunghe le gambe, ci interessa poco.
C’è una sua foto nella quale le lenti a specchio sulla fronte riflettono le strade davanti a lei.
Ma non puoi andarle a esplorare, perché ricadi sull’arco delle sopracciglia, sei trascinato dal taglio degli occhi, dalla proporzione matematica tra naso/bocca/collo.

In un’altra immagine, Bebel si appoggia sulla sua spalla, immaginiamo le mormori qualcosa tra il torbido e il sensuale, lei corruccia le guance appena appena, una fossetta le si scava su quella destra, e sai che in quel preciso istante profuma di Francia, di croissant alla mattina, di pastis, di polvere da sparo e di chanel numero cinque.
Jean era perfetta, mentre bacia Bebel o lo prende a schiaffi, Jean era ri-belle, era incurante del mondo, talmente lontana da lui che per vendetta il mondo le si rivoltò contro, con tutta la sua durezza e i suoi servi.
Jean era tanto perfettamente francese da essere nato negli Usa, ma da scegliere Parigi per procurarsi l’ultimo sonno.

Poi arriva un momento in cui le parole non possono andare oltre, e lasciano spazio alle immagini.

Ammiratela.

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Liebster Award

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mai una stagione esatta è stata nominato da Emilia Barbato (http://emiliabarbato.wordpress.com/)  al LIEBSTER AWARD, con la finalità di far conoscere i blog appena approdati nella blogosfera con meno di 200 followers.
A parte ringraziare Emilia, la sua attenzione e la sua cura, ho qualche compito da svolgere, e farvi svolgere, credo con la stessa gioia con cui lo faccio io.
Le regole sono queste :

1. ringraziare e linkare il blogger che ti ha nominato e il suo blog;

2. rispondere alle 10 domande poste da chi ti ha nominato;

3. nominare altri 10 blog che hanno meno di 200 followers;

4. ricreare 10 domande;

5. comunicare ai tuoi nominati la loro la nomina.

Queste le domande che mi sono state poste da http://emiliabarbato.wordpress.com/ e sotto le mie risposte.

1) un libro che hai amato tanto e che mi consiglieresti
Il paese delle maree di Amitav Gosh
2) una poesia meravigliosa
certe luci che si stagliano nel cielo
3) un film imperdibile
Il grande freddo di Lawrence Kasdan
4) Da quante ore è composta la tua giornata?
Da troppo poche, rubo tempo al tempo
Emilia si è fermata a 4 domande, credo che farò anch’io così.
Intanto le mie nomination

http://isadoradrunken-preferiscopentirmi.blogspot.it/

http://danielecasolino.wordpress.com/

http://terzoscaffale.wordpress.com/

http://articoliliberi.com/

http://dasemprevibradentroamore.wordpress.com/

http://ipoetisonovivi.com/

http://paginecheamo.wordpress.com/
http://feritoie.wordpress.com/

http://letteralmentefelice.wordpress.com/

http://geleselibero.wordpress.com/

http://anatomiadiundelirio.wordpress.com/

Ora, non so se costoro hanno effettivamente meno di 200 followers, in ogni caso amemigarbano.

Le mie domande

1) perchè scrivi?

2 ) cosa porti sempre con te?

3) meglio la notte o il giorno ?

4) sai amare,  ma soprattutto, sai essere amato/a ?
5) che mangi stasera?

Grazie

 

La prima volta che vidi la pioggia

La prima volta che vidi la pioggia fu dal vetro della finestra della nostra casa di Catania, a quattro anni.
Mentre il mio indice disegnava profili di belve feroci sui vetri appannati, e nel riflesso osservavo mia madre rigovernare la cucina, le goccioline facevano a gara tra di loro su un percorso sempre in discesa, mettendomi una strana ansia dentro, inconsapevolmente associata alla palla che sul terrazzo rimaneva inutilizzata e inutile.

Una volta che vidi la pioggia fu nei tuoi occhi, incapace di distinguere tra lacrime e dono del cielo, dovetti passarci la lingua per sentirne il salato, annusarne il profumo d’oriente dettato dal vento di provenienza, fino ad asciugare completamente il tuo sguardo, duro, stanco, svogliato ormai, che mi annunciava, inesorabilmente, che il sole promesso tra di noi non sarebbe più sorto.

Ricordo che vidi la pioggia battere forte sul cimitero di campagna, sulla tua foto assieme al cane, batteva intensa sulla mia testa a rinfrescare la memoria delle nostre camminate, tu e il dobermann con lo stesso passo elegante e snello, io con la mia corsa inciampata, a tentare di raggiungere lo specchio di me stesso.
Bevemmo ancora una birra assieme, poi richiusi il cancelletto, nella pace assurda e meravigliosa del posto che tua madre ha saputo così bene associarti, poi la promessa del rivedersi, qui, o là.

L’ultima volta la pioggia non l’ho vista, l’ho sentita entusiasmarsi nella bestemmia della distruzione, dal fondo della scala, il rifugio diventato trappola, l’urlo prolungato del vento e dell’animale da cortile, quello distante di una madre che portava in salvo il bimbo, la sirena dei pompieri ad intonare una canzone sarda, il grigio nel cuore di chi non sapeva come risollevarsi dal fango, l’assurdo commento del giornalista o del politico di riferimento.

Ho deciso che la pioggia non fa per me, ne han voglia i poeti accecati dalla mancanza del sole a raccontarmi delle balle,
io me ne vado.

Voglio cercare una luce che non sia compromessa dal passaggio delle nuvole

Voglio allontanarmi da questo stare, da questi luoghi, voglio trovare un posto dove si sedermi e intonare canzoni mute, voglio che l’acqua su di me sia quella portata al viso dalle mie stesse mani.
Chè la distanza, l’unico modo per comprendere il bisogno.

Senza Parole

E’ una sfida difficile, scrivere di senza parole.
Puoi pensare a una cosa triste, o una bellissima, per ottenere il risultato, e sei comunque banale, qualcuno l’ha già fatto prima, lo farà dopo, lo sta facendo.
Puoi evocare immagini e sensazioni, ricordi, o speranze, cercare nella mente quell’attimo lì, quello esatto in cui.
Puoi osservare foto, cercarne l’anima, o un dipinto, immaginare quello che c’è sotto la crosta, puoi persino accendere il Tg sulla prossima guerra, o sulla faccia di bronzo di turno.
Scrutare il tuo volto allo specchio, cercare di capire quando è nata l’ultima ruga, e cosa te l’ha fatta scaturire, toccarti i bicipiti che una volta erano saldi e possenti, e ora stanchi, analizzare le tue gambe smagrite, ravvisare somiglianze sempre più evidenti con il corpo di tuo padre.
Puoi leggere la poesia scritta da qualcuno che denuncia lo scorrere violento e usurante della vita, o la magnificazione della natura, immaginare le sofferenze di un’esistenza a tracciato piatto, colorata solo a tratti da fughe in avanti, la passione dichiarata di chi ripete con assurda monotonia sempre gli stessi gesti, mattina dopo mattina.
O scansare, senza nemmeno farci caso, quello sporco, quello nero, quello col tratto somatico differente, quello diverso, restare attonito di fronte ad una carrozzella che si è fatta individuo.
Ammirare la luce che si frange sugli alberi, lo specchio d’acqua che riflette l’avvento della notte, il sasso bagnato e bagnato e bagnato, da un’onda sempiterna che ogni volta è differente.
Pregustare la brace della prima o dell’ultima sigaretta, assaporarne il profumo in un gesto goloso, sorriderne della scritta invasiva sul pacchetto, fottersene altamente di quello che ti racconta.

E, rimanere, nell’ultimo giorno di un anno in più, muto.

Immaginando, o temendo, l’ultimo giorno di quello che verrà.

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Concerti di Natale

C’è la luna sui tetti e c’è la notte per strada le ragazze ritornano in tram

Poldo è accucciato accanto a me, sente freddo. Un cane lupo che ha freddo, non ha preso proprio nulla della sua progenie.
Ficca il naso sotto la coperta, e non capisco se è per ignorare il mondo, o me. Lo accarezzo, emette un brontolio sordo, giusto per far sapere che non dorme.
Mi sgranchisco le dita, provo a metter giù qualche accordo. La gente passa, mi guarda, incuriosita e scocciata, nel timore che gli possa portar via qualche euro, i bimbi indicano prima il cane, poi me, sorrido, attacco. Comincio sempre con un classico, Greensleves, chissà perché mi ha sempre ricordato Robin Hood. La gente rallenta inconsciamente, capisce che ci so fare con le note, mi osserva più attenti, qualcuno si ferma. Poldo tira fuori il naso.
Secondo pezzo, Me and Bobby Mc Gee, con la voce roca che mi ritrovo, sono un ottimo contraltare a Janis, e c’è sempre una mezza bottiglia di Southern Comfort a darmi di mano.
You’ve got a friend, qualcuno accenna qualche strofa, Father and son, piovono spiccioli nella custodia, Imagine, il solito coglione fa la scena con l’accendino.
Mi blocco. Li osservo io, adesso.
Attendono la prossima canzone, li ho in mano.
My way, ora.
Ma nella versione di Sid Vicious, Poldo ulula, la gente sgrana gli occhi, vanno via. Rido.

Buon Natale.

E tu scrivimi, scrivimi se ti viene la voglia e raccontami quello che fai

Piove, cazzo, piove sempre, da ste parti. Freddo cane e piove. Ma il lavoro c’è, e qui tocca stare. Stasera mi bevo una cosa calda, entro al bar.
Il calore e le urla mi investono improvvise, puzza di profumo a buon mercato, facce paonazze dall’alcool, parole che scivolano biascicate a metà tra il dialetto e la grappa.
Uno vestito di verde che intona cori sui napoletani, gli atri applaudono, tre o quattro baldracche che si strofinano ai più grossi.
Li ignoro, e vado al bancone, ma so già che è una scelta sbagliata. Chiedo una birra, con la voce più piatta che posso fare, il barista mi guarda, schifato, e me la dà.
Senza il bicchiere.
Che di solito, così la bevo, ma lo decido io, semmai.
Glielo chiedo, fa finta di non sentire. Alzo la voce, e mi guarda incazzato, poi me lo tira quasi addosso. Mentre lo prendo al volo, avverto gli sguardi divertiti dei visigoti del cazzo accanto a me.
Rido. Rido più forte, ancora più forte.
Quelli si avvicinano minacciosi, li osservo calmo, il bicchiere stretto nella mano.
Comincio a fischiettare Je sò pazz. La canto… nun ce scassat o cazz…..
Il bestione più alto di tutti, urla, lasciatelo a me.
Ecco, appunto.
Mentre mi prende la giacca e me la strattona, gli metto la pistola sotto il naso.
Si blocca.
Non riesce nemmeno a leggere il tesserino, dove c’è scritto Carabiniere scelto Salvatore Passaro. Lo porto via con me, ma prima bevo la birra.
In macchina attacco a manetta Pino Daniele.

Buon Natale

Qui la gente va veloce ed il tempo corre piano come un treno dentro a una galleria tra due giorni è Natale e non va bene e non va male buonanotte torna presto e così sia.

– “ Senta la sbarra non si apre!” – Dove è entrato signore ?
– Pisa Nord.
– Va bene, vada.

Li vedo passare rallentare il giusto necessario per far si che la sbarra del telepass riceva il segnale, e poi di nuovo via. Cerco di immaginare le destinazione, le provenienze, le parole e i silenzi dettati dai chilometri da fare. Immagino i sorrisi complici degli amanti, la furia cieca dei manager, la preoccupazione della madre, la corsa del dottore.

Immagino che ognuno di loro abbia la radio accesa, o un cd che faccia da colonna sonora. Quei due lì sono da Brubeck, lo so. Quello ?, quello Pupo, e quello sulla BMW Mina, questo sul fuoristrada Gipo Farassino, questi nella Dacia son carini, si vede che si amano, questi sono da Fossati.

Sparata a palla, la golf nera, con quattro sballati a bordo, è da sirena di polizia, speriamo non da ambulanza, la ragazza col cane canticchia Baglioni, quelle tre, madre figlia e nonna, ascoltano Heidi e la cantano assieme sorridenti.

Levo le cuffie, alzo il volume. Eddie Vedder, Society. Non posso fumare, durante il turno, ne metto una spenta in bocca.

Alzo ancora il volume. Mi bruciano lacrime, per la mia ultima sera di lavoro.
Da domani per strada, ma a piedi.

Buon Natale.

se cammini nel mattino e ti addormenti di sera e se dormi, che dormi e che sogni che fai.

Ti cantavo le canzoncine di Natale, quando avevi appena due mesi, l’anno dopo le avresti ripetute cin quella maniera buffa, cicco bè, cicco bè, ciccociccobèèèèèèè !
Ti osservavo piccola e già incazzosa, ti offrivo il mio braccio da succhiare al posto del ciucciotto, che l’hai sempre sputato.
L’aria era calda nella casa umida, si faceva di necessità virtù, e tu non potevi sapere le mie lacrime di disperazione sulle bollette del metano.
Nella sala si radunavano le nostre famiglie, tu, al centro dell’attenzione, io perdevo già i capelli, scartavi regali che ti accendevano sempre il sorriso.

Mettevo spesso Peter Gabriel sul piatto, in quel periodo, Don’t give up, come augurio di non mollare mai.
Non l’hai mai fatto, figlia mia.
Hai inseguito i tuoi sogni, ne hai costruiti dove c’era deserto, ci hai ricamato la vita.

Dont’give up, Buon Natale, figlia mia.

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Le cose

Le cose mi sfuggono di mano.
E’ iniziato tutto un anno fa, parlavo con Gianni, ero abbastanza incazzato per come andava il lavoro, solite discussioni sulle strategie commerciali, soliti punti di vista che non s’incontravano. Feci il gesto che ripetevo almeno una volta il giorno, presi una sigaretta dal pacchetto, e la portai alla bocca, la appoggiai tra le labbra e acchiappai l’accendino dalla scrivania.
Mi cadde per terra, mi chinai a raccoglierlo, lo portai davanti alla sigaretta e lo accesi. Quando mi accorsi che non entrava fumo nei polmoni, osservai la brace. Che non c’era, mentre l’accendino era sempre per terra. Risi, dandomi del coglione, rise anche Gianni, dandomi del coglione. Fu lui ad accendermi la sigaretta. Uscito dal lavoro, mi diressi all’auto, parcheggiata come il solito nel cortile interno dell’azienda, tirai fuori le chiavi di tasca, e mi caddero per terra.
Rimasi un attimo immobile, mi concentrai, m’inginocchiai, le raccolsi. Le osservai bene, mentre cliccavo per aprire le portiere. Tutto a posto. Rassicurate le mie capacità prensili, mi sedetti al posto di guida, misi in moto. I sessanta chilometri che mi separano da casa li trascorsi come il solito al telefono, in viva voce, mi riservo sempre le chiamate più importanti in quel lasso di tempo in cui gli occhi scrutano la strada, il e la mente assorbe le informazioni necessarie a chiudere la summa del giorno.
Ma quella sera dovevo andare a cena da un cliente, uscii a Viareggio e mi diressi verso Lombrici, pregustando la bottiglia di Brunello che avrei fatto assaggiare a Marco, e il piatto di ravioli che l’avrebbe accompagnata. Posteggiai come al solito sotto la costa della collina, assicurandomi che ci fosse lo spazio necessario per il transito di altre auto, scesi e presi la giacca.
La bastarda non volle saperne di muoversi dal sedile posteriore.
Tentai ancora, e ancora. Il sangue mi si gelò nelle vene, che cazzo mi stava succedendo. Mi rimisi al posto di guida, cercai di fermare l’ansia che mi assaliva, decisi di telefonare all’interno del locale, allungai la mano verso il cellulare, e lui si spostò. Giuro, lo vidi allontanarsi dalle dita tese, e quando il braccio tentò di nuovo, lo fece ancora.

Mi trovarono ancora seduto di fronte al volante, un’ora dopo, una coppia che stava entrando si accorse che ero immobile, terrorizzato al solo pensiero di compiere un singolo movimento.

In ospedale mi fecero una valanga di esami, chiamarono fior di psicologi e psichiatri, parlai con mille e uno dottori. Tutto a posto, mi dicevano, è solo la sua immaginazione. Ma qualsiasi cosa tentassi di prendere, scivolava via. Mi riportarono a casa, senza esprimere una diagnosi, arresi alla mia incapacità. Avevo chi m’imboccava, chi mi puliva, chi mi vestiva, chi mi lavava, non avevo più me stesso. Potevo solo camminare, sedermi, sdraiarmi, potevo fare solo cose che non prevedessero l’uso di oggetti. Potevo ristagnare nel mio incubo d’insufficienza senza una luce che m’indicasse dove cazzo finisse quel tunnel. Fino a che le cose mi cominciarono a parlare. Quante siamo, mi dissero? Non capisco, risposi.
– Cosa non capisci, idiota, quante sono le cose che ti circondano ? ~.
– Non so, tante, immagino –
– Tante, tante quante –
Provai a guardarmi in giro, non riuscii a contarle. Cataste di libri, due cellulari, tre televisori, due pc, un tablet. E riviste, e penne e matite e occhiali e orologi e …. E basta, mi fermai.
– Troppe –
– Esatto, troppe. Che te ne fai?
– Mi servono, o meglio, mi servivano, fino a quando non avete cominciato a fuggire ~.
– Ti servono. Ne sei sicuro ? –
– Beh, sì, mi piaceva leggere, e telefonare e scrivere, e guardare il pc. –
– Il cielo è una cosa ? il sole è una cosa? Le persone sono cose ? –
– Beh, no, e allora?-
– Facciamo così: da ora puoi prendere solo carta e penna. E scrivere. Il resto ti continuerà a sfuggire. Va beh, ti concediamo anche le posate e i piatti. In cambio vogliamo che alzi lo sguardo, che osservi. Che tu capisca –

Le cose mi sfuggono di mano. Ma il resto è tornato dentro di me.

La Macchina del Tempo. Lo spettacolo.

Mi legano i polsi con le cinghie, lo stesso fanno con le caviglie.
Il capo, appoggiato su reggitesta, il collo leggermente tirato all’indietro, in bocca un morso perché non mi si tranci la lingua.
La Prima guardia osserva l’orologio, la Seconda l’amperometro. La terza schiude le tendine, e mi gira, verso il vetro.
Dapprima non distinguo i visi, poi metto a fuoco quello del prete, strano, proprio io. Accanto, il fratello della vittima, la moglie, mio padre, un paio di giornalisti, e gli altri non so chi siano.
Che vadano tutti a fare in culo.
Sogghigno, ho un contegno da mantenere, volevano il mostro, ecco, l’hanno davanti a loro, che si godano lo spettacolo, esattamente come lo immagino da un anno a questa parte.
La lancetta dei minuti segna cinquantanove, quella delle ore le quattro.
Sessanta secondi ancora miei, poi il tempo sarà solo di chi continuerà a contarlo.
Il prete mi benedice da dietro il vetro, io resto immobile, quasi non fossi qui, come fossi già andato. Vedo nei loro sguardi schifo e paura.
Solo il primo mi appartiene, sono già morto dentro, quello che avanza di me fuori non mi riguarda più.
Cinque, zero zero, la mano si abbassa sulla leva, tutte le leggi della fisica si accaniscono contro il mio corpo, sento l’odore della carne, il calore mi sale come un anfa tagliata male, dritto al cervello.

1.
Diciotto mesi fa, esatti, mi trovo nell’angolo buio dove sto vomitando l’anima, la spada buttata in terra, ancora con l’ago sporco di sangue, nulla nello stomaco, piena la testa.
Sapore rancido nella bocca, odore di sporco, che viene da me.
Si avvicina lo sbirro, abbasso lo sguardo, poi alzo le braccia. So già cosa vuole da me. I soldi, la dose, i miei denti da spaccare.
Sorride, come sanno sorridere solo i porci.
Prende il manganello dalla cintola, lo accarezza col palmo della mano sinistra, si avvicina sicuro, alza il braccio.
Come Abramo con Isacco, ma senza la scusa di un dio.
Sono stanco, mi lascio andare sulle ginocchia, aspetto il colpo.
Che non arriva.
Mi sento la schiena bagnata, non capisco, volto la faccia all’insù, precisamente nel punto in cui il suo piscio sta cadendo.
Allungo la mano, trovo la siringa, scatto in piedi e gliela infilo nel collo.
Non me ne sono nemmeno accorto. Alzo lo stantuffo, lo spingo di nuovo in basso, quei pochi secondi necessari a spegnere il suo sguardo stupito.
Voci, dal fondo della strada, un blu che lampeggia.
Mi lascio andare sul suo corpo, immoto.

2.
Domattina, il buio.
Luce che acceca improvvisa la mente, parole di addio mormorate in silenzio, odore di terra fresca che risuona sulla bara.
Un pianto sommesso accompagna il tutto, sono pochi, là fuori, nessuno ama l’assassino, anche se è vittima di un carnefice.
Questo barlume di vita che non mi vuole abbandonare sarà la mia punizione per il sempre che mi attende.

Il Mc Donald alla fine della strada, la musica degli Stones nelle orecchie, la partita mai finita, le unghia sporche, sono le cose che mi porto dietro, quasi un Faraone nella piramide, anch’io ho i miei tesori che custodisco e mi aprono a una nuova esistenza.
Diventerò cibo per i vermi, ma non lascerò andare la coscienza di me.

3.
La mano ferma sulla leva, ora, ad un tratto si allenta, il fremito nel mio corpo s’interrompe, la pozza di piscio ai miei piedi è la connessione tra la vita e la morte. Braccia mi sollevano, mani mi posano sulla barella, vorrei ridere del suono del telefono che ha interrotto l’esecuzione, ma non riesco nemmeno a piegare l’angolo della bocca.

Sono nel bianco, ora, tra lenzuola pulite e creme riparatrici, una carezza gentile ricorda che Caino è pur sempre fratello di Abele, e non si fa fatica a confonderli, a volte.

4.
Io bambino, io adolescente, io mio padre mia madre mio fratello, io sul banco di scuola che ho brutta calligrafia, io e la prima ragazza, io e l’ultimo caffè, io che canto di notte e guido di giorno, io che leggo Esenin, io innamorato io incazzato io rabbioso, io e l’eroina, io e l’angolo della strada.

5.
E’ bastato questo tempo, cinque secondi netti, più veloce di Usain Bolt, ho attraversato i cento metri che mi separavano dal buio profondo, a cavallo di questa macchina fatta a sedia elettrica.
La penombra dei miei ultimi istanti si fonde perfettamente con il tremolio delle luci che tentennano.
Prossimo spettacolo.

Sacrificio non voluto

Non trovo nessuna nobiltà in tutto questo.
Mi hanno detto, fin da piccino, che bisogna sacrificarsi per ottenere i risultati sperati.
Ho studiato, come meglio sapevo, ho lavorato, come meglio potevo.
Ho fatto teatro, scritto, fotografato, cantato, per sentirmi vivo.
Mi sono allontanato, dapprima da una chiesa che non comprendevo, che non apprezzavo, che non stimavo, dopo dalla religione e dal senso di un dio che mi chiede di accettare senza comprendere.
Ho attraversato l’Italia, in lungo e largo, ho sposato una donna e messo al mondo una figlia, ho gioito delle piccole vittorie di battaglie che la guerra non contemplava, sussurrando a me stesso che dovevo fare in quel modo, che era l’unico che sapevo.
Mi sono trovato in una camerata lunga trenta metri, affastellato con corpi che esercitavano linguaggi differenti, mi sono adagiato su membra docili o graffianti, ho osservato le mie mani riempirsi d’inesattezze, il mio viso adeguarsi controvoglia allo stillicidio dei giorni in passaggio, ho visto capelli diventare grigi, fiori di campo sulla terra smossa che inghiottivano amici e cari.
Mi sono chiesto, sempre più spesso, che rimarrà di me, mi sono arrovellato al pensiero di quella polvere che non lascerà traccia, se non per qualche anno, se non in pochi, la polvere che non mi sarà data in dono di osservare.

Studente, soldato, figlio, padre, amante, marito, ragazzo, lavoratore, manager, attore, finto scrittore, finto in tante cose.
E tutte queste definizioni non mi contengono.
Avrei voluto una vita gloriosa, nella quale la gioia si spandesse attorno a me, me ne è stata data in dono una faticosa, nella quale ho sempre giocato a rimpiattino col senso del sacrificio.

Perché il mondo mi è dovuto, cazzo, io ne faccio parte e voglio una fetta della torta, e così la voglio per chi amo. Perché questa strafottuta cosa mi puzza di religione, di senso di colpa, di sfruttamento, d’ineguaglianza, perché se mi alzo alle cinque di mattina, non è perché mi sacrifico, ma perché mi piace, e se dovessi piantare carote, vorrei farlo col gusto della terra tra le mani e le narici.
E se devo andare in fabbrica a sputare sangue, voglio farlo per avere soldi abbastanza, e se devo vivere in auto dalla mattina alla sera, lasciatemi almeno guardare il cielo senza rompermi le palle.

No, non la capisco questa cosa, di una necessità se ne fa virtù.
Sulla mia tomba non voglio che ci sia scritto, si è sacrificato tanto, piuttosto, vorrei che ci mettessero:
Ha cercato di sorridere.

La Vecchia Puttana

Sono stata ferma sullo scoglio per tanto tempo.
Vento, sole, acqua, sale, polvere, pioggia, bufera, stelle, luna, freddo, caldo.
Mi è scivolato tutto addosso, condito dalla mia suprema indifferenza verso quello che accade al di fuori di me, dalla corazza con cui mi riparo.
I miei occhi sembravano immobili, il mio respiro inadatto alla vita, solo il capo, con movimenti lentissimi, a volte rivelava il mio essere in vita. La gente passava e mi vedeva così, alle prime incuriositi, poi incuranti del mio essere.
Bambini che mi additano, qualcuno più sfrontato mi tira un sassolino, a volte rimbrottato, altre incoraggiato dai compagni di gioco.
La Vecchia Puttana, mi chiamano, come una vecchia puttana che batte e nessuno guarda più.
Ma tutto sommato mi lasciano in pace.
Testimone ingrigita dei giorni, sentinella muta del passaggio degli anni, delle persone, delle loro storie.
Ormai sembro far parte del paesaggio, Josè non mi ha nemmeno vista. E dire che invece io lui lo guardo sempre, con piacere nascosto.
E’ bello, Josè, col fazzoletto al collo, rosso come il sangue, con i capelli corvini e ricci, con gli occhi profondi come un pozzo senz’acqua.
Di qua ci passa spesso, a volte solo, per andare in paese, a volte con una ragazza. Con le ragazze ci sa fare, le fa ridere, le sa baciare, le sa far abbandonare ai suoi abbracci. Si mettono sempre dietro uno scoglio, dove la gente che passa non li possano vedere, io, non faccio testo, io, loro non vedono me, ed io in cambio assisto mura ai loro inni alla vita.
Dopo, si alzano e se ne vanno, a volte ridenti, altre silenti.
L’amore ti fa strano, non sai mai se le cose dopo saranno come prima.
Teresa è diversa dalle altre, Teresa passa con Josè, ride con lui, forse a volte di lui, e ride che pare che le onde del mare facciano festa a quel suono, e ride che le perle della sua bocca illuminano i volti di chi le sta accanto.

Josè la guarda, la stringe, la abbraccia, lei ride.
Josè la ferma, la adula, le sussurra all’orecchio, lei ride.
Josè s’inginocchia, le prega l’amore, le tiene le caviglie, lei sorride.
Josè la stringe più forte, la trattiene si butta su di lei, lei non sorride, non ride più.
Teresa urla, Josè ansima, Teresa piange, Josè la schiaffeggia, Teresa muta, Josè esplode.
Vedo il sasso che si abbatte.
Una, due, tre volte.. Josè si allontana.

Mi muovo, con estrema lentezza. La fatica si sposa alla disperazione dell’immobilità perduta. Arranco, fino a dietro lo scoglio che era dell’amore.
Del corpo di Teresa non vi è traccia, solo un fazzoletto rosso, accanto, seminascosto da un sasso. Mi ci siedo sopra.

La cercano, dapprima la madre, poi il padre e i fratelli.
Poi la polizia, la gente del villaggio, persino Josè.
Che non cerca solo Teresa, fruga in ogni piccolo buco, sotto ogni piccolo cespuglio.
Frugano ogni angolo, ogni anfratto, osservano il mare sotto di noi.
La madre è disperata, il padre si accascia con la testa tra le mani.
Un bambino mi osserva e dice che è strano, ma la Vecchia Puttana non è mai stata dove è ora.
Tutti lo guardano, come se dicesse una sciocchezza, ed io giro il capo verso di lui.
Poi mi muovo, a fatica, mentre tutti gli occhi puntano su di me.
Il fazzoletto rosso di Josè appare, lui sbianca, i poliziotti lo guardano.
Josè si lancia su di me, mi prende a calci, mentre lo fermano mi urla che sono una vecchia puttana, ancora una volta.

Le tartarughe non piangono, ma ora lo farei volentieri.

Sulla Strada ( Vabbeh, manie di grandezza)

20110810_031

E poi scendo di nuovo.

Raccatto lo zaino dal bagagliaio, un saluto e un ringraziamento, e mentre osservo l’auto allontanarsi, tiro già fuori il dito, alla ricerca del prossimo passaggio, e sono già le sette di sera, qui, in mezzo alla Toscana.

So già che non arriverò a Firenze stasera, e mi frugo le tasche per vedere quanto mi sia rimasto.

Arrivo a malapena a cinquemila lire, un panino, una birra, al massimo.

L’isola del Giglio si è rivelata una sola, tra il mal di denti e Caterina, e la notte passata sul molo non aveva nulla di poetico, alla Baglioni, per intendersi.

La maglietta fine, c’era, certo, l’aria da bambina pure, ma le ha subito perse entrambe appena abbiamo conosciuto Dieter, e quindi sorrisi e scherzi, loro, muso lungo e palle piene, io.

Simpatico, però, il tedesco, ci ha fatto scoprire l’unico angolo in cui gli sbirri non ti vengono a cercare e prenderti a calci, poi ha tirato fuori un chilum formato clarinetto che veniva dall’India, l’erba che veniva dal Vesuvio, una mezza boccia di whisky che veniva dal supermercato, senza passare dalla cassa.

Non ho fatto in tempo a cominciare a sorridere di nuovo, che sono crollato sul sacco a pelo, non ho fatto in tempo poi a dormire un quarto d’ora che l’erba, il whisky e Caterina erano scomparsi col crucco.

E tutto il resto della notte a maledirmi e maledirli.

Primo traghetto, la mattina, fuori dalle balle, verso Porto Santo Stefano, posto sulla poppa, giusto dove ho potuto scrutare quelle di Caterina, di poppe, che saltavano su e giù dall’acqua, ritmate ben bene da Dieter.

Li ho salutati da lontano, mandandoli affanculo nello stesso istante, risalendo alla quarta generazione di entrambi, esercizio sempre difficile da fare con un bel finto sorriso stampato in faccia.

Primo passaggio, una jeep di milanesi, che mi stanno tanto sui coglioni, ma che mi hanno caricato al volo, lei fighetta bionda con la camicetta di Cacharel, che fa tanto Holly Hobby, lui, fintofreakverostronzo di quelli che si godono la vita con i soldi di papi, però, mi hanno fatto salire subito, e in fondo magari sono io che sono prevenuto, andiamo a Siena, perfetto io a Firenze, figa che culo che hai, eh? lei sorride, lui di sottecchi la scruta,non capisco bene perché, almeno fino a quando, strascicando ben bene le e, la tipa mi fa, ma fumo ne hai,carissimo?

Forse è per quello che si sono ricordati improvvisamente che dovevano tornare indietro a prendere il Fabri, e che quindi non mi potevano portare più a Siena.

Io veramente un po’ di Libano giallo ce l’ho ancora, ma figurati se glielo mollo a due paninari delle mie balle.

Vabbè, tira fuori il dito, siamo sull’Aurelia, a Orbetello, dove la strada si stringe, buon posto per fermarsi, dato che ci sono i sessanta all’ora, e la pula t’inchioda se vai veloce.

Appunto, la pula, che chiaramente ferma la pantera verde, e già col sorriso del gatto che sta per mordere il topo, mi guarda dal finestrino, dicendomi, compagno, tira fuori i documenti.

Tanto ce li ho già pronti, quelle due tre volte al giorno che me li chiedono, mostro più carte d’identità di quanto beva caffè, e che hai nello zaino, e dove hai il fumo, ah, ma qui vediamo che hai precedenti penali per sit in e manifestazione non autorizzata, e dimmi un po’, i volantini delle brigate rosse dove li tieni, e le armi, e le bombe e la puttana di tu mà, penso io.

La solita mezzora di rottura di balle, per poi lasciarmi andare, che tanto il fumo nelle mutande non me l’hanno trovato, e non puoi fare l’autostop, sì, va bene prendo il treno, e come ci vai alla stazione, e farò l’autostop, ma allora sei stronzo, ma no scherzo signor tenente, vai vai, che non ti riempio di schiaffi perché ho un figlio testa di cazzo come te, vai.

Beh, da qualcuno ha preso, ma questo l’ho solo pensato.

Una 128 blu, sorriso mellifluo, foularino al collo, uffa mi rischio il pederasta o resto qui?

Salgo, nemmeno trenta secondi ho già la mano sulla gamba, trentuno e afferro la portiera, trentatré, mi dice, scusa, ma credevo che, no guarda, per me non c’è problema, ma nonostante non ne acchiappi una mi piacciono le donne, va bene, ti porto fino a roselle, grazie, mi chiamo Alberto Lombricone, io Rosario Musetti, che col cazzo glielo dico Campanile, che minimo parte con la simbologia fallica, e comunque è un bravo cristo, avrà cinquasette anni, vecchio come il cucco, ma si copre la pelata con un parrucchino di quelli che non li noti, nooo, e che in compenso ti fanno apparire dieci anni ancora più vecchio.

Però qui a Roselle non c’è una cippa di minchia, non passa una macchina, sono le sette e mezza, ormai, e a fine agosto questo vuol dire già imbrunire.

Vado verso il bar, entro, ma la tipa carina che sta pulendo il bancone riesce a sembrare la moglie di Mefisto appena metto le mie supergaexbianche sul pavimento appena lavato.

Scusa, scusa un cazzo non lo vedi che ho appena strusciato?

Sì, scusi volevo una schiaccia, o un panino, e un ce ne sono più, che qui si chiude presto, e dove lo trovo un altro bar aperto?

A Firenze, mi dice, e mentre io mi incazzo, lei ride come Gino Bramieri alle sue battute.

Vien via, di dove tu sei?

Carrara, dico, più o meno, mentre solo il suo faccino carino mi trattiene dall’aggiungere brutta troia.

Vieni, via, si va al circolo arci a Istia, veramente io sono a piedi, e si va con la mia.

Una stronza, ma pure una fata, a sto punto.

Logicamente la R4 è rossa, e l’adesivo sul cruscotto è quello del Che, io sorrido, lei mi fa te tu sei compagno, vero? sì, certo ho la tessera di Dp, compagno un cazzo allora, e vu vi siete venduti al Pdup per far la lista, mentre mi sbatte in faccia Lotta Continua.

Una fata stronza, ho deciso.

Al circolo Arci ci sono Gino, Nino e Pino, che è quello più grosso, ed è pure il suo ragazzo.

Figurati se avevo del culo.

Vabbè, mi offrono da bere, poi si fa tardi, io ho fame, fumiamo un po’ del mio Libano, esce della cioccolata, me la ingoio come se fosse la manna, peccato che mi vada nel dente cariato e cominci a urlare come un ossesso.

Loro, stronzi, ridono.

Ridono così tanto che mi metto a ridere pure io.

La notte la passo sul tavolo di ping pong del circolo, la mattina Strega Giuliana mi viene a svegliare col caffè, mi ricarica sulla R4 e mi riporta a Roselle.

Te tu hai bei ricci, mi dice, eh, sì ma se sono come mio padre finisco pelato a trent’anni, rispondo, mentre mi stampa un bacio sul naso, e mi invita a scendere.

Strega, Stronza, ma soprattutto fata, la Giuliana.

Alle nove di mattina di qua passano i camion.

Se non avete mai fatto un pezzo di strada sul camion, non Sapete che vi perdete.

Una vista dall’alto, i campi di grano che si definiscono bene, la vista a perdifiato.

Albano nelle orecchie e la puzza di piedi del camionista nel naso.

Firenze è bellissima, San Lorenzo c’è il mercatino dei libri.

Ho ancora le cinquemila, e decido che, prima di bussare a casa di Pietro mi compro un libro.

Rilke, vecchia edizione del 1926.

E pensare che le poesie nemmeno mi piacciono.

Capoversi di una denuncia

Incauti Accomodamenti

I – Aria

Il miasma dei roghi d’immondizia è
un urlo sordo che sale dalla terra,
il presagio dei cieli torvi sopra Dachau,
la fine negli inceneritori,

un sintomo del danno efferato
che i parassiti della specie
ci moltiplicano dentro, il luccichio diabolico
delle pupille che controlla la sparizione delle scorie.

Il fumo acre allenta appena
l’ossidazione dei tramonti
e dissimula la malvagità
delle molecole pesanti,

piove sulle campagne una polvere calma,
diossine silenziose
curvano le cime degli alberi
e degli ortaggi e imbiancano il bestiame.

II – Terra

Rumina mansueta un’erba che ammala,
tra i denti ripassa il destino
senza posa, finirà
i suoi giorni in un piatto,

inconsapevolmente, cresce
la vendetta fredda delle cellule, mentre
le tremano negli occhi,
la follia dei cassonetti in fiamme e figure di uomini infuriati.

Le urla e la ferocia degli sguardi
guastano, ulteriormente, lei
e il paesaggio di periferia,
alterata, ruota la…

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Maria e la cazzimma del ragno

Maria guarda in alto, senza davvero vedere.
Quello che fa in effetti è incantarsi sul disegno geometricamente perfetto che appare minuto dopo minuto all’angolo superiore del soffitto.
Concentrico ed efficace, senza tregua né fatica, un ricamo di preziosa essenza che proviene dalla notte dei tempi.

Maria ha cinque anni, e si domanda che cosa sia quella tela di Penelope in attesa di un consorte la cui sorte è segnata, la vede tentennare al refolo di vento che entra dalla stanza affacciata sul mare, un vento denso di salsedine e voci di scugnizzi, un vento cantato nei vicoli e odiato nelle sale da tè.

Maria osserva la tela più ampia mentre accarezza col palmo disteso il velo da sposa, si assicura che nulla possa corrompere la verginità di quel gesto e di quel momento, alza lo sguardo e trova confortante sapere che qualcuno più in basso di dio veglia su di lei.

Maria la bacia sulla testa, ne ammira le manine perfette e i piedini destinati alla donna altissima che diverrà, ne intuisce il battito fremente del cuore, ne invidia lo sguardo curioso così simile al suo e che sarà tramandato, Maria controlla che quei piccoli puntini neri al centro della tela non siano altro che stelle di colore diverso che festeggiano la mamma che accarezza la figlia.

Maria lavora suda fuma lava stira s’incazza s’indurisce patisce sta zitta accompagna lascia torna non sa dire non sa mostrare non sa piangere non sa ridere non sa fare altro che vivere.
Maria osserva il ragno che tesse la tela più grande del mondo nella stanza più piccola del mondo.
Maria va al nord torna al sud; Maria è anima inquieta non ha la pazienza del ragno.

Maria sulla spiaggia ascolta il cinguettio della bambina e il brusio innamorato della mamma, Maria sorride senza farlo vedere, chiede attenzione e cura, la ricambia in maniera che nessuno possa dirle grazie, Maria si sfoga e racconta, parla del futuro si augura e prega, si riempie gli occhi di una navata centrale si riempie il cuore della carezza accennata.

Maria è incazzata col ragno, e gli urla contro, perché il ragno è sempre stato al suo posto ad aspettare il fremito di Maria, e il ragno cià la cazzimma e Maria lo va a stanare.

Il ragno per la prima volta nella sua vita si muove, lascia la tela vuota da mosche e si va a rintanare.
Perché con Maria non si scherza e aglie e fravaglie e sarde ripiene e piselli a pranzo e sopportazione di sotto.

Maria è tosta che vi credete voi che la vita lei la conosce dall’angolo di mille stanze, e mille ancora ne vede e ne vedrà.

Maria è felice.

Sa che loro due la amano.

Al NIght – Giorgio e Arianna

Pioveva che dio la mandava, ininterrottamente, da tutta la notte.
La manica della giacca gli sgocciolava sulle dita tutta l’acqua che aveva preso nel suo vagabondare senza mete, il bavero alzato che faceva finta di proteggere il collo, la camicia bianca attaccata alla pelle, in quel percorso fatto di umidità fino a dentro l’ultima delle sue ossa.
Il mocassino nero sembrava indifferente, ormai, al travaso dei rigagnoli che s’introducevano nei calzini, il colpo di tosse da frequente era diventato eterno.
Tutto chiuso, in quelle strade solitarie, giusto qualche portone dove ripararsi un paio di minuti, il tempo di permettere al freddo di invaderlo completamente, poi di nuovo in cammino, senza meta.

La serata era partita male, Arianna si era incazzata appena era andato a prenderlo, e non gliene aveva fatta passare una. La casa dei Morandi era dall’altra parte della città, dove nessuno dei due era mai stato prima, il navigatore sembrava parlare un’altra lingua, si faceva letteralmente i cazzi suoi, e aveva deciso di farli perdere in un quartiere senza indicazioni toponomastiche o come cazzo si diceva.
Chiaramente il cellulare era scarico, e il numero dei Morandi lo aveva solo lui, Arianna non l’aveva mai memorizzato, ma si era incazzata lo stesso con lui.
Lo aveva fatto scendere a controllare i nomi delle strade, che continuavano a non esserci, gli aveva urlato di bussare ai campanelli, e chiedere informazioni, e lui l’aveva fatto, senza peraltro ottenere risposte, gli aveva urlato di tutto.
Quando gli era uscito quel vaffanculo, era stato solo un sibilo.
Ma lei l’aveva sentito, e la reazione era stata semplice. Si era allungata verso la maniglia della portiera e aveva chiuso.
Sgommando via e lasciandolo lì.
La prima reazione fu di mettere le mani in tasca a controllare se ci fossero le sigarette e l’accendino.
Poche, ma c’erano.
Giorgio si rifugiò sotto il portone, e ne accese una, riflettendo sul da farsi, e in sottofondo dando della stronza ad Arianna.
Mentre osservava la brace consumarsi, tirata dopo tirata, decise di incamminarsi.

Forse sì, forse laggiù c’è una luce che indica un posto aperto, un bar, un albergo, un qualcosadiavolofosse dove poter entrare.
Il passo si fece più veloce, mentre sputava le budella assieme al poco fiato rimasto, più si avvicinava, più vedeva la luce tremare, gli faceva pensare a quelle barzellette da settimana enigmistica sui miraggi di oasi nel deserto.
Invece, era tutto vero, l’insegna verticale rossa e bianca, si accendeva e si spegneva in un ritmo stanco, annacquato anch’egli dal diluvio in atto.
Night Club.
E basta, senza nome, senza disegni o fregi.
E chi c’era mai stato, in un naitcleb…..
Il pensiero gli corse al portafogli, si tastò la giacca, c’era, dentro era sicuro di aver messo un paio di centoni, che Arianna gli rimproverava sempre di uscire da casa come un barbone, e quella sera non aveva voluto farsi rompere le balle. Gli venne da benedirla, mentre si domandava quanto sarebbero potuto bastare duecento euro in un night.
Entrò.
Il Mike Tyson alla porta lo osservò con disprezzo, alla fine della scaletta rossa, e si mosse contro di lui.
Contro, non verso.
Rifletté per un attimo che se si fosse pisciato addosso per la paura, nemmeno se ne sarebbe accorto, nelle condizioni in cui si trovava, poi sfoderò quel sorriso da cane bastonato che gli veniva tanto bene quando Arianna lo tartassava.
Kunta Kinte lo afferrò per il bavero, e mentre il terrore gli gelava le palle, gli levò la giacca bagnata, e gliene mise una di cortesia, con tanto di cravatta a disposizione.
Poi lo fece entrare in uno stanzino, e gli porse un asciugamano, mormorando solo – soldi ne hai, vero ? –
Giorgio rispose di sì, in un rantolo.
Il sorriso aperto della bocca di George Foreman rivelò un incisivo d’argento, mentre con la pala meccanica che aveva al posto della mano, lo spinse verso la musica soffusa.

Una decina di poltroncine, popolate da giovani manager tenuti allegri da giovanissime slave, un palo cui era avviluppata una mora le cui tette narravano storie da mille e una notte, un paio di altre ragazze che, al bancone, occhieggiavano i nuovi entrati.
Cioè lui.
Sorrisi aperti, occhi bistrati, nessun rispetto della legge antifumo, tumbler basso ripieno di liquido dorato in mano.
Fece un passo avanti, andandosi a sedere su uno sgabello a tre gambe, cercando di mostrare indifferenza allo sguardo del maschione a petto nudo e calzoni di cuoio che lo osservava da dietro il bancone.
Un’indifferenza di ben cinque secondi, interrotta dalla richiesta di un whisky, scozzese, senza ghiaccio e acqua.
Big Jim lo osservò quasi disgustato, mentre gli versava uno squallido Glen Grant, informandolo che la prima bevuta era offerta dalla casa, poi gli mostrò le scapole senza dire altro.
Mentre Giorgio pensava a quanto farsi durare quel bicchiere, le due ragazze avevano già preso posto ai suoi lati, una lo guardava divertita, l’altra gli asciugava con l’indice il rivolo d’acqua che scendeva ancora dalla nuca.
Poi gli prese il bicchiere e cominciò a bere.
Si alzarono assieme, Giorgio ormai non capiva più nemmeno dove fosse, e lo presero sotto braccio, facendo le fusa, indirizzandosi verso un separé.
Alla fine, la serata butta bene, pensò.
Proprio nell’istante in cui vide Arianna piegata verso il collo di Roberto Morandi.
E poi più giù.
Si bloccò. La borsa di Arianna era su una sedia a fianco. Si divincolò dalle ragazze, e osservò meglio l’impresa che Arianna stava compiendo tra i calzoni di un Morandi più inebetito di una natura morta.
Prese la borsa e tirò fuori le chiavi dell’auto.
Allungò i duecento alle ragazze, scivolò sotto lo sguardo di Cassius Clay, levandosi giacca e cravatta come uno spogliarellista professionista, si scaraventò fuori alla ricerca della BMW blu notte station wagon full accessoried mega wheels ultra trendy di Arianna, e, trovatala dopo pochi metri, saltò a bordo.

Quando si fermò, la pioggia era ancora battente.
Era a un solo isolato dal terminal degli autobus, aprì la portiera, fece per uscire, poi si ricordò di quanto gli scappasse da pisciare, e irrigò ben bene il sediolino di guida e quello accanto.
Chiuse, buttò le chiavi in un cassonetto dell’umido, e s’indirizzò verso la parte opposta.
Ci mise quasi due ore ad arrivare a casa, fradicio, stanco e puzzolente.
Ma erano anni che non stava così bene.

Derelitti

Incauti Accomodamenti

Fasciame dignitoso noi,
continuiamo a navigare i mari
dopo anni di servizio,
tra lo sguardo rassegnato

e il movimento delle acque ci culliamo
la vernice scrostata,
nel lento sciabordio
enumeriamo urla alla deriva,

echi di pistole e
l’impotenza dei motoscafi
che si allontanano,
verso terra, poi, la natura

maligna dei veleni industriali
mette a dimora una
semenza che ci altera,
       nodi e figli.

Ci consuma nei giorni
l’aggressione della specie,
l’umana follia che divora lo spirito
del passato, è una corrente

dissennata che sottrae memoria
agli uomini e innocenza ai giochi
             quest’epoca
di consumismo e facilitazioni.

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Un bicchiere di troppo

Di cosa stiamo parlando?
Dell’attitudine al bere dei più esperti o della prima sbornia del ragazzino a quattordici anni?
Di nulla di tutto questo?
Allora del controllo della polizia, che ti fa soffiare nel palloncino, che ti sorride ghignante perché sei uno zero virgola sopra a?
O dell’uscita dalla discoteca, e il palo dopo pochi chilometri?
Parliamo di quando alla fine della cena esce la grappa, o di un aperitivo preso troppo presto la mattina?
del muratore che al bar sotto casa mia beveva un Vov alle 6.00, e poi via di corsa, o dell’orologiaio che beveva solo Biancosarti, e faceva il giro di tutti i bar di Carrara, mane e sera, in modo di poter dire al barista di turno, è solo il secondo?
Dell’ubriaco per scelta, o di quello per disperazione?
Che forse è la stessa cosa.
Parliamo forse di quella volta che appoggiato al bancone bevetti tutta una bottiglia di Southern Comfort, perché ero incazzato con il padrone, o di quando mi misero la cenere nel vino?
Di quando a capodanno dopo le dieci birre si comincia con gli short e poi si va a spasso per Londra, o de cinquantesimo assaggio al Vinitaly?
Di rhum, whisky, whiskey, Manhattan, mojto, tequila, coca buton, sambuca, Montenegro, tre stelle, acquavite, Alexander, barolo, barbera, chablis, riesling, prosecco, sangiovese, cabernet, limoncino, sassolino, e tutto quello che ci volete mettere che tanto le ho bevute tutte queste cose e mille in più.
Dello sguardo assente della ragazza al bancone o di quello sfottente del tossico, del fondo del bicchiere sempre rosso o del frizzare della bolla nel naso?
Volete parlare di quello che andò contromano in autostrada o della volta che bevendo cordiale mi scaldai di guardia a Trento?

O del prossimo bicchiere, quello amaro come il calice famoso, o dolce come il nettare degli dei.
Non so, non so davvero.
Il bicchiere di troppo, forse è tutta la vita che voglio vivere.

SAMSUNG

Tradimenti necessari- Beppe

La Mauser luccicava, nera e pericolosa come uno scorpione, nelle mani del Buratti.
Pareva facesse pendant con il baffo sottile che sovrastava il ghigno feroce e canzonatorio del capo manipolo fascista, che lo stava osservando stravaccato con i piedi sulla scrivania.
Beppe era legato alla sedia, la camicia strappata, e gli occhi gonfi dalle botte dei suoi torturatori.
Le unghie dei pollici giacevano sul pavimento, strappati dalle tenaglie, il sangue colava dalle dita, e si mescolava con quello dei tagli che le lame gli avevano provocato sul torace.
– Menconi, non hai capito che se non parli ti ammazziamo ? –

Beppe non aveva né la forza, né il coraggio di rispondere, nemmeno con un cenno della testa.
Cercava di estraniarsi dal dolore, dalla puzza di piscio che proveniva dai suoi calzoni, dalle risate servili dei tre camerati che sottolineavano le parole di Buratti. Pensava alla Vilma, che a quest’ora doveva per forza aver saputo della sua cattura, pensava alla paura che aveva di non ritornare a veder mattina, di non respirare più l’aria fresca delle cinque, alla sensazione di libertà che gli dava la bicicletta mentre correva verso il fondo del paese la sera dopo il lavoro.
Pensava ai suoi compagni sulla collina del Masèro, a Salvatore che lo aveva convinto a unirsi a loro, all’azione di qualche giorno prima, quando avevano ucciso due tedeschi che tornavano al comando di Sarzana. Alla frenesia, all’eccitazione, all’amaro in bocca che gli aveva dato mettere il dito sul grilletto e sparare, vedere il sidecar lasciato a se stesso, virare verso il bordo della strada, con i corpi inerti e spezzati a fare da contorno.
Andava fatto, si era fatto, e la reazione dei nazisti era stata feroce, case bruciate, uomini arrestati e portati in caserma, donne picchiate e violentate.
Si mormorava dell’arrivo di un battaglione destinato ai rastrellamenti, la paura in paese era diventata spessa come il piombo.
Lui si era nascosto dove Salvatore gli aveva ordinato, una notte e un giorno nella cascina del Furia, solo dopo trentasei ore ne era venuto fuori. Ma appena arrivato al paese, non aveva nemmeno fatto in tempo a capire, solo una botta sulla testa.
E quando si era svegliato, era già legato sulla sedia.

Il Mazzoleni gli si avvicinò, con la tenaglia in mano. Dio, ancora le unghie, no, non ce la faccio, pensò Beppe, dio, no. – Menconi, facciamo così. La tua puttana non vede l’ora che qualcuno la vada a consolare. Ora Mazzoleni ti strappa i coglioni, glieli porta, e poi la consola lui, che ne pensi ? -.
Il fiotto di diarrea scese improvviso, il terrore ormai era padrone del suo corpo, un corpo che non gli rispondeva più. Mormorare, no, vi prego, fu l’impresa più difficile di tutta la sua vita. Sentì ancora le risate attorno a sè, il capo chino a inghiottire lacrime.

Parlò. Parlò ancora. E poi ancora. Poi lo buttarono fuori, in mezzo alla strada, come un sacco di spazzatura.

Non capiva se fosse la vergogna o il dolore, a impedirgli di rimettersi in piedi. Un cane randagio venne a leccargli la faccia, Beppe si strinse a sé, in preda al panico. -Mandatelo a casa, che si sappia così che è stato lui a tradire i suoi amici banditi.- era stato l’ultimo dileggio.
Cominciò a trascinarsi verso il fondo del paese, poi si tirò su, iniziò a camminare, poi a correre. La Vilma era fuori dalla porta, piena di lividi, la gonna strappata. Ma viva.

Il paese viveva nell’attesa del rastrellamento, gli uomini erano scappati in montagna, le donne avevano portato i bambini dal prete, solo i vecchi si tenevano seduti in casa, lo sguardo fisso verso i ricordi, la testa fiera nel presidio. Erano trascorsi tre giorni. Il Buratti e i suoi camerati avevano radunato il manipolo intero, ed erano saliti in collina, il Masèro viveva di presenze nascoste. Ma nessuno aveva sentito nulla, né erano ancora tornati.

Beppe non ce la faceva più. Il rimorso gli triturava lo stomaco, le ferite della carne erano quasi un palliativo contro di quelle dell’anima. Lasciò la Vilma nel letto, e inforcò la bicicletta.

Alla curva del Cucco la buttò per terra e cominciò la salita, verso il nascondiglio dei suoi compagni. Si vedevano le tracce del passaggio dei fascisti, s’intuivano le loro facce bavose del sangue, si respirava l’odio. Lui masticava l’odore del piscio che non l’aveva abbandonato. Nulla, non c’era null’altro. Non una traccia di sangue, non un proiettile conficcato in un albero.

Salvatore era seduto sul masso bianco, una cicca spenta nella mano, l’altra appoggiata sulla roccia a tener qualcosa. Beppe si fermò, indeciso tra la gioia e la vergogna. Osservò la mano del partigiano alzarsi, la Mauser stretta tra le dita. Salvatore sorrise, e disse: – Scusa, Beppe, ma eri l’unico che poteva cedere, l’unico di noi che aveva qualcosa per non morire. L’unico che poteva crollare, e farceli arrivare qua, dove li aspettavamo.- Beppe stentò a capire, poi, seguendo lo sguardo di Salvatore vide il gruppo dei fascisti ammassato sul crinale, finiti a colpi di coltello.

La rabbia gli offuscò il cuore, fece per scagliarsi contro il suo amico.
Poi, si fermò, capendo, quanto il suo tradimento, e l’essere a propria volta tradito, fosse stato necessario

Cose dell’altro mondo- La nebbia

Il paese sul cocuzzolo, avvolto dalla nebbia, a mezza cinta.
Lo guardavo dal basso, in un’umida giornata di autunno, e non riuscivo a distaccare gli occhi da quello spettacolo senza pubblico pagante, da solo nella radura, circondato da terre scoscese dal colore di Siena e fronde dormienti nel riposo giustificato dal lussureggiare dell’estate precedente.
Tutto attorno a me pareva racchiuso come in un gigantesco carillon, dove la perfezione del meccanismo si avvicina al moto perpetuo, e, minuto dopo minuto, la scena si racconta perennemente eguale a se stessa, sfruttando la magia del tempo sospeso.
I piedi erano saldi sul terreno, il cuore no, scrutavo quella Shangri-La mediterranea ricordando le letture infantili, immaginavo che davvero, percorrendo solo pochi metri immersi in quelle nuvole ferme, la temperatura potesse esplodere in una primavera perenne, mi convincevo che avrei colto frutti succosi, che mi sarei bagnato in fiumi nei quali scorreva l’oro, che i profumi sarebbero stati inebrianti.
Ne ero certo.
Accesi una sigaretta, per prepararmi alla salita, mi accovacciai sui talloni, piegando la punta degli scarponi umidi di prato.
Trascorsi così qualche minuto, il rialzarmi dopo aver fumato mi regalò una leggera vertigine, che rese la mia testa vuota da pensieri.
Mi incamminai, tenendo dritto davanti a me il campanile che sovrastava il borgo.
Il sentiero divenne strada, la strada ponte, le spallette mi proteggevano da un abisso che sembrava attirarmi come un canto di sirena, vieni, vieni da me, non farti ingannare dalla cima, scendi a me.
Mi tappai le orecchie e aprii di più gli occhi, che come in una scena al cinematografo vedevano avvicinarsi l’immagine fissa, la vedevano acquistare definizione e dettaglio, cominciavano a distinguere le screpolature nelle macchie di colore.
Ma la nebbia, dio, la nebbia, una sorta di panna montata dolcissima, mi stava per accogliere.
Sapevo che avrei pagato il suo abbraccio con una cecità temporanea, mi sarei mosso al suo interno come un sonnambulo nella stanza, avrei conosciuto quanto di più vicino al limbo potessi sperare di trovare in terra.
L’ultimo metro prima della coltre, mi vide fare un balzo, come se l’ignoto dinanzi a me mi avesse risucchiato, finalmente libero dei miei tozzi contorni, potevo figurarmi come mai ero stato, il bianco che mi conteneva narrava di voci disperse nei tempi, di suoni senza musica, parole senza consonanti né vocali, profumi senza odore.
Ero davvero io, o qualcun altro che non ero mai stato?

Nonostante il grigio del cielo, fui quasi accecato dall’ocra spento dei mattoni che mi annunciarono la prima casa, laddove la strada si faceva stretta e curvava verso sinistra.
Il cuore mi batteva forte, chissà cosa mi aspettavo dietro quel muro, in un silenzio ora colorato dal chiacchiericcio delle gazze, ladre della mia immaginazione.

La piazzetta era misurata, né piccola né degna di essere considerata meta di raduno, come un’anticamera di casa padronale, sorvegliata a vista da leoni etruschi scolpiti nella pietra e smangiucchiati dallo scorrere dei secoli.
Severi, perdio, senza per questo causare paura, come maggiordomi attenti alla forma, sussurravano al mio cervello di tacere, di tenere a freno lingua e mani, di lasciare il pasto principale solo alla voracità degli occhi.

Fiori freschi ai balconi, gerani di mille colori, buganvillee e margherite che se ne strafottevano del calendario, l’esplosione del loro bouquet mi fece perdere la cognizione del dove e quando.
Guardai l’orologio fermo allo zero delle lancette, scomparsa la data, e le rughe dalle mie mani, solo le lentiggini mi erano familiari di un corpo che usciva dal mio.
Suonò un battito di campana, e si propagò per un tempo che irrideva le leggi della fisica e dell’uomo, vociare di ragazze mi circondava, profumo di pane caldo mi attanagliava lo stomaco, il ricordo degli spaghetti al pomodoro di mia nonna Consiglia mi avvolse come una cuccia calda, dove si stava bene, e l’innocenza era al di qua dall’essere un intralcio.
Quel sole pallido si era trasformato in astro padrone, donava forza alle mie gambe, che prese da una giga senza tregua mi facevano da guida in mezzo alla strada, dentro i vicoli, sotto i portoni, e più ne avevo, più ne volevo, e più ne volevo, meno mi bastava, e il fiato da quattordicenne esplodeva dentro il mio torace privo di peli, e il tepore della mattina si faceva strada nella mia bocca densa di denti ormai da anni dimenticati.

Quando mi svegliai, ero umido di foglie gialle.
Lo zaino sotto la schiena mi faceva male, mi alzai a fatica.
Prima di riuscire a vedere, dovetti abbandonare il buio dell’incoscienza, e l’immagine non era mutata: la nebbia, il cocuzzolo, il campanile.
Avevo sognato tutto, un mondo che coltivavo nei ricordi era diventato reale solo nella mia fantasia.
Mi venne da piangere, avevo voglia di correre verso il paese, ma sentivo che non ne sarei stato capace.
Radunai me stesso, con fatica.
Era ora di tornare, prima che la sera allungasse le sue ombre a mordermi le caviglie, presi lo zaino in spalla, e mi incamminai.
Frugai nella tasca del giubbino a prendere una sigaretta.
Il pane caldo mi scaldò la mano.
bagnoregio

“Messaggio dal futuro: è il 2501 ed ora il mondo è così”

Osservo il filo di fumo alzarsi dal posacenere, ultimo atto di vita dell’ennesima sigaretta, l’ultima di troppe fumate, ma mai abbastanza tante da spegnere il fuoco dentro di me.
La penna, la mano impedita che la muove, i ricordi, lo zenit e il nadir di una vita si toccano qui, in questa notte lontana da tutto e tutti, gli occhi che faticano a riassumere in loro quello che la mente, la maledetta mente ancora non versata all’oblio, impone di inseguire.

Mi è toccato in sorte di vedere quello che il mondo è voluto diventare, a cinquecento anni dalla mia nascita, e mi accorgo che la traccia che ho lasciato in esso è talmente labile che anche un solo refolo di vento la cancella senza alcun rimorso.
Ed è giusto così.
Io sono diventato immortale nell’attimo in cui morii, la mano protesa a raggranellare gli ultimi spiccioli di vita trovò inaspettatamente una maniglia cui aggrapparsi.
Un miracolo, lo chiamarono i dottori perplessi, quasi incazzati che la loro diagnosi fosse andata a farsi fottere.
Giorno dopo giorno assistettero alla ripresa del mio corpo martoriato ed estasiato da mille droghe, non capendo che quella che mi aveva riportato indietro era la più pesante, la più incurabile, la più tossica e la più dura, quella che fornisce più assuefazione: l’abitudine alla vita.
Decisi di vivere, sì, a patto di non cambiare nulla dei miei comportamenti. Firmai il patto di sangue con gli occhi rivolti già verso la porta d’uscita, mi accendevo la prima sigaretta della mia nuova nascita, mentre ancora ero senza mutande, assaporai assieme l’aria fresca dell’alba e il catrame della nicotina, mentre correvo fuori dall’ospedale, dove, nessuno mi aspettava.

Arrivai a casa ridendo e tossendo, convinto di fare una sorpresa ai miei cari, ma non trovai nessuno. Mi voltai per la stanza, e nemmeno una foto a testimoniare la passata esistenza, nemmeno un libro, un disco, un quadro. Seduto sulla poltrona, misi a fuoco il momento in cui il distacco si era fatto eternità, la voce in me che mi avvertiva che avrei perso tutto, l’urlo del mio stomaco che m’imponeva il consenso alle condizioni dettate.

Ero solo.
Solo percorsi gli anni a venire, non mi fu dato modo di stringere legami, di amare, e essere corrisposto, solo il fisico poteva sperare di mascherare il suo bisogno di affetto in amplessi sempre uguali qualunque fosse il soggetto a disposizione.
Non mi era data nemmeno la facoltà della noia, del disgusto, anzi, il calore che mi scendeva dalle vene direttamente al cazzo non si placava mai, non aveva mai sfogo.
Tutto attorno a me, mutava, nasceva e moriva, fioriva e si spegneva, si confondeva, si mescolava, si creava dal nulla. Vidi morire presidenti e nascere santi, santificare i primi, uccidere i secondi, in un corso e ricorso che ripeteva refrain ben collaudati.
Vidi la fine della civiltà occidentale, un giorno di ottobre, mentre le vigne offrivano il loro meglio sotto un sole tiepido, e sullo sfondo un fungo di polvere e vento annunciò che il momento era arrivato.
Vidi la fame e la disperazione del terzo mondo diventare il pane quotidiano per chi terzo mondo l’aveva chiamato, vidi ancora distruggere, e costruire sulle macerie, a volte con tenacia, altre con rassegnazione, vidi i campi di fango zappati nella speranza assurda che dessero altri frutti che non una fatica attonita.

Vidi un giorno, il sole, di nuovo, erano passati quasi cento anni dalla follia atomica. Mutati in uomini, finalmente, vidi le persone guardarsi negli occhi, tendersi la mano, vidi donne di nuovo ridenti, bambini attorno a una palla. Vidi costruire città circolari, vidi la pianta di Urbino replicata come modello di socialità, laghi che tornavano a respirare, sentii la mancanza del mio cane, duecento anni dopo essermi scordato persino della sua esistenza. Vidi le mie mani ricominciare a muoversi verso gli altri, vidi che nessuno si domandava chi fossi, nessuno avevo per poterglielo dire.
Vidi ricostruire biblioteche, soffiare su pagine antiche per riportarle agli occhi di chi mai le aveva viste, vidi costruire un violino, e poi un pianoforte, vidi una donna cantare le arie della Callas, un uomo insegnare a un bambino come mescolare i colori per ottenere una nuova iride.
Smisi di osservare il cielo, per ritornare a guardare le persone, alla fine del trecentesimo anno mi accorsi che le mie parti basse non imponevano più i ritmi al resto del corpo. Cominciai a tentare di capire come potevo morire, perché di tutto avevo visto tutto, di nulla sentivo più la curiosità.

Non c’era modo, non avevo scampo, dovevo essere testimone muto e inefficace delle vite degli altri, dei loro amori, delle loro parole, quasi come il protagonista di un vecchio film tedesco visto centinaia di anni prima: potevo osservare, spiare, ascoltare, ma non fare parte della trama, spettatore non pagante di una commedia replicata milioni di volte, eppure ogni volta diversa.
Finché non trovai la cartella delle istruzioni. In fondo era semplice, bastava tornare all’ospedale da cui ero scappato cinquecento anni fa. Esisteva ancora, come un vecchio palazzo storico in cui si rincorrevano fantasmi di esistenze dimenticate.

Vi era scritto il mio nome, sopra.
Dentro, solo una frase: hai visto abbastanza?
Mi sono seduto alla scrivania con la cartella sotto gli occhi, e la penna in mano, la mano tremante, ho acceso la sigaretta, e mentre la cenere indicava il tempo che mi restava, ho volto lo sguardo all’esterno.
Il mondo, nel 2501, è così.
Come quello di cinquecento, o mille anni fa. Cambiano i mezzi, le capacità scientifiche, cambia la conoscenza, cambia l’organizzazione. Ma le donne, i bambini, gli uomini, sono sempre gli stessi, diversi fuori, fragili dentro.

E io amo, ho amato tutto questo. E ne sono pieno, ora, mentre, alla domanda della cartella, hai visto abbastanza ? mi accingo, spenta l’ultima, ennesima sigaretta, a rispondere.
Sì.

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Cerchi nell’acqua

Erano seduti già da almeno un’ora sulla riva dello stagno, che il nonno si ostinava a chiamare lago.
In verità Andrea lo considerava poco più di una pozza d’acqua, a spanne misurava giusto una trentina di metri per lato, a formare una polla i cui contorni erano disturbati dai cespugli che in parte lo rendevano inagibile alla pesca.
Però l’acqua era pulita, limpida, a volte, con la luce giusta diventava uno specchio nel quale le colline antistanti trovavano una seconda vita, bidimensionale.
Il nonno fumava la pipa, in silenzio, Andrea osservava il volo radente e disordinato degli insetti, ogni tanto si vedeva l’ombra beffarda di un pesce che si avvicinava lento alle lenze, e sembrava osservarle beffardamente, prima di saettare via, con l’aria di ridere dei tentativi di cattura.
Non era mai abbondante la pesca, nel lago, al contrario delle parole dei racconti del nonno, quando era in vena.
Non sicuramente quel pomeriggio, fatto di silenzi e attesa.

L’ombra della poiana coprì i raggi del sole, Andrea col naso all’insù ne seguiva le evoluzioni, ammirava la grazia e la potenza del rapace, immaginava come dovesse essere scrutare dall’alto le creature che scorrazzavano nel bosco, in procinto di essere afferrate per diventare cibo da destinare alla covata: l’atto di violenza trasformato in amore.

E’ un cerchio, quello che compie, disse all’improvviso il nonno, la figura perfetta prima della picchiata.
Il segno della vita che afferra la morte per farla diventare vita di nuovo.
Andrea colse l’amarezza stanca di quelle frasi, ma non ebbe il coraggio di chiederne il motivo.

Il vecchio si levò la pipa dai denti.
Vedi, Andrea, il cerchio, sembra una figura divina, non inizia e non finisce, avvolge e circonda, protegge e isola.
Se lanci un sasso nello stagno, se ne formano a decine, in un moto continuo che va oltre la nostra vista.
Ma se la pietra è pesante, si alza schiuma e l’immagine viene distorta, la forza diventa selvaggia e incontrollata, non sai dove si propagherà l’onda.

Andrea si azzardò a chiedere se questo era brutto.
Non necessariamente, rispose l’altro, la bellezza esiste se ne conosciamo i limiti, se il contrario si tocca con il definito.
Ammiri i cerchi nell’acqua perché sai che è difficile farli venire perfetti, la goccia che cade solitaria dal cielo ci piace di più del temporale che si scatena, ma sono una l’effetto e la madre dell’altro.
E’ così sempre, in tutto: il silenzio esiste solo lontano dal chiasso, che lo nobilita e ne trae linfa, il buio ha bisogno del chiarore del giorno per farsi vivo, il bambino dell’uomo che lo mette al mondo per diventare uomo a sua volta.
La morte della vita, per far sì che la seconda venga rispettata, nell’attesa e nel timore della prima.
L’amore dell’indifferenza.

Non dell’odio, nonno?
No, Andrea, dell’indifferenza, perché l’assenza di sentimento è la nemesi della considerazione dell’altro.
E quando provi indifferenza verso le persone o le cose, o gli accadimenti, non puoi amare nessuno, e prima di tutti te stesso.

Andrea stette a riflettere sulle ultime parole pronunciate, mentre la pipa ritrovava spazio tra i denti, un movimento leggero del polso ricordava alla canna da pesca quale fosse il suo mestiere, e gli occhi del vecchio parevano osservare un punto lontano in cui i colori si erano fatti improvvisamente più intensi.

Perché il nonno aveva voluto fargli quel discorso?

Andrea seduto sulla cima del monte, ripensava a quel giorno di venti anni prima, alla figura del nonno, che da piccolo aveva pensato eterna, e che il lago si era preso una notte d’inverno.

L’aquila volteggiava su di lui, la borraccia d’acqua non era mai stata così gustosa, l’aria mai così bella e pura da respirare.
Si commosse, pensando a quanto stesse accadendo nel silenzio attorno a lui.
Pensò alle giornate frenetiche in ufficio, alle corse in auto per rispettare gli impegni, alle chiacchiere vuote di ogni ora, alla noia mortale delle domeniche invernali, alla sua casa perfettamente pulita, al plasma trentadue pollici dal quale figure senza senso dettavano le regole del comune sentire, alla carta straccia nel suo cestino, alle urla della moglie, alla propria inutilità.

Il cerchio si compiva in quell’istante, tutto sarebbe girato di nuovo come in una pallina lanciata sulla roulette, 26, rouge, pair, vincita.

La discesa si annunciava felice.

cerchi-nellacqua

Anna annaspa nei se… – Anna dei Miracoli.

Se la mattina non dovessi alzarmi per andare a lavorare, resterei di più con mia figlia, si potrebbe giocare nel letto, la vedrei aprire lentamente gli occhietti, osserverei estasiata il suo ritorno al giorno, ne ascolterei la prima parola, sarebbe quella di sempre, Mamma.
Se non dovessi correre a preparare la colazione, lavarmi, vestirmi, truccarmi, prendere l’auto, correre nel traffico, bruciare i semafori gialli, evitare pedoni, scendere, raccogliere il cellulare da terra, fermarmi al bar a comprare una bottiglia d’acqua, salutare di sottecchi il ragioniere che tutte le mattine al mio passaggio controlla prima l’orologio poi le mie gambe, o viceversa, sedermi, accendere il pc, e starci con gli occhi incollati allo schermo per otto ore otto.

Se non dovessi tornare a casa di corsa, fare la spesa pensando a cosa cucinare la sera, controllando i prezzi uno per uno, aprire la buca delle lettere sperando di non trovarci le bollette, o la rata aumentata del condominio, salire le scale stancamente che quel maledetto ascensore non funziona mai, prendere mia figlia dalla vicina, abbracciarla mentre metto su la pentola, stendere i panni, svuotare la lavastoviglie, farmi una doccia veloce, infilarmi una cosa da casa, mangiare mentre a lei si chiudono già gli occhi.

Se .

Se tu non te ne fossi andato una sera d’inverno, in un letto d’ospedale, mentre tua figlia bussava già contro le pareti della mia pancia, se almeno una volta tu fossi riuscito a sfiorarle la guancia paffuta, se i vostri occhi si fossero incontrati anche un solo istante, se tu avessi potuto vederle muovere i primi passi, se la prima parola pronunciata fosse stata Babbo.

Se.

Se i giorni non diventassero notti così in fretta, se le notti non finissero sempre troppo presto, se questa stanchezza prima o poi se ne andasse, se per incanto un giorno mi svegliassi in un altro paese , se non mi svegliasse ogni mattina questa paura del domani.

Se.

Se tutto questo cambiasse, non sarei più Anna dei Miracoli, forse non assaporerei questo tramonto che ora rosseggia sulla mia finestra, probabilmente non mi piacerebbe leggere le parole rubate al cielo dai poeti, sicuramente non riderei allo sbocciare dei fiori, non avrei orecchie per le cicale estive o per i passeri infreddoliti, le mie narici non s’impregnerebbero dell’odore delle pagine ingiallite di un libro trovato all’usato, le mie mani non si soffermerebbero attente sui dettagli di foto in bianco e nero.
Non sarei più io.
E tutta questa fatica quotidiana sarebbe sprecata in una ricchezza destinata a svanire.

Mancanze- Quello che non mi manca.

Continuo a pensarci senza tregua.
Cioè, cerco di evadere con la mente, faccio mille tentativi per distrarre il corso delle parole che mi attraversano il cervello, immagino nuove situazioni, ripercorro quelle andate, mi avvito in idee che non avranno futuro.
Credo di avercela fatta, e invece l’esplosione di te m’invade i neuroni. Non c’è nulla da fare, non ho altra scelta che affrontare la cosa.
Dunque, eravamo al bar, io ho ordinato un calice di vino bianco secco, freddo, me l’hanno portato ghiacciato, ma andava bene lo stesso. Tu un Mojito, alle cinque di pomeriggio.
Avrei dovuto capire come sarebbe andata, da quel particolare. Seduti al bancone, non al tavolino.
Le tue gambe venivano fuori da una gonna che ti andava a metà coscia, le ginocchia continuavano a sfiorare ogni lato del mio corpo rivolto verso di te. Le osservavo attraverso il calice, mentre centellinavo il vino, nelle orecchie la tua risata allegra.
Avevi dei decolleté che lasciavano intravedere l’attacco delle dita, una spaccatura che faceva indovinare la pienezza dei seni. La bocca prometteva meraviglie, dette, sussurrate e praticate.
Le mani, dio le mani, sfioravano leggere le mie, come polvere di ali di farfalla. Secondo giro, vino secco ghiacciato per entrambi, il tuo sorriso narrava della tua soddisfazione per quel gusto, il mio nascondeva l’imbarazzo per l’erezione che si era manifestata.
Mangiammo solo noccioline e bruschette, prima di trovare la porta di casa tua.
Le lenzuola odoravano di te, vi arrivammo lasciando tracce per il pavimento, camicia sul divano, mutandine in aria.
Ricordo come se lo vivessi ora la sensazione della tua pelle nella mia bocca, delle tue mani che mi avvinghiavano la nuca, di quando sono entrato in te senza bisogno di farsi strada.
Gli ansimi e i respiri corti, i sorrisi e gli occhi voltati al cielo, le mie ginocchia doloranti contro la coperta, la beata spossatezza del dopo.

Ora sono distante da te.
I miei occhi osservano panorami strani, fatti di luci accese su di me, di persiane abbassate, di tubi che entrano ed escono dal mio corpo. Le mani che mi toccano hanno la proprietà dei gesti decisi, le voci sono secche e asciutte, come se io non ci fossi.
E per loro, forse io non ci sono.
Almeno, loro vedono solo il mio fisico immobile, abbandonato su questo letto bianco in questa stanza bianca, dalle luci bianche
Credono che io non li senta, mi credono assente.
Credono che quella vena scoppiata nel mio cervello mi abbia levato, oltre la facoltà di muovermi, anche quella di pensare, di vedere sotto la fissità delle mie pupille.
Credono che non abbia più sensazioni, sentimenti, credono che io sia diventato come quelle foglie di menta nel tuo Mojito.
Stolti, sciocchi, matti.
Non sanno quanta vita ho dentro, non sentono il pulsare impazzito delle mie sinapsi , non vede il fremere dei miei ricordi.
Non vedono te.

Non mi manca il potermi muovere, camminare, parlare, ridere e piangere. Non mi manca il fluire del sangue verso il mio sesso, il calore che brucia il ventre nel desiderio, né mi manca il senso del tatto sulle tue sopracciglia.
Non mi manca nulla, perché tu sei qui, in me.
E non te ne vai mai.

Statistiche

Un urlo contro.

Incauti Accomodamenti

Voglio, il serpeggiare deciso
di un verme sulla mela d’oro,
che marcisca in un sacchetto
Paride e il suo giudizio,

il frutto delle chiacchiere
bene dei salotti;
che cadano gli dèi
dalle poltrone,

dalle serate glamour in cui
sfoggiano un ruolo,
che si stacchi come una stella il figlio
del politico dai troppi favori,

e che bruci facendo la gavetta,
che cresca,
ad uno ad uno, tutti i calli nelle mani
stringendo chiavi inglesi e bulloni,

che si sporchi e incanti
guardando l’oro colato dalla siviera,
dimenticando la chimica e le sue sostanze
almeno per un giorno,

che si scontri con la precarietà della vita
e faccia quadro tra bollette e salario,
che vada al mercato
per risparmiare pochi euro sulla verdura

e fugga dalla sua gabbia dorata
riparandosi nella bellezza delle voci popolari,
nella malia del richiamo della fruttivendola,
simile ad un riff, che ci lasci per sempre gli…

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Mancanze.

Siamo al momento in cui le parole non bastano più, l’attimo nel quale gli occhi cercano come panorama immutabile quelli dell’altro.
In cui la fame del tatto prende lo stomaco più di quella della mancanza di cibo, in cui il corpo ti fa quasi male dal bisogno del contatto, siamo in quel preciso istante, da cui non si torna indietro.
Il respiro si fa corto, mentre ti guardo.

Ma non posso toccarti, sei vicina e lontana nello stesso istante.
Qui, davanti a me.
Dall’altra parte del vetro.
Il sorvegliante mi sta alle spalle, tu di fronte.
Mi attacco all’interfono come fosse l’appiglio che mi separa dal burrone, tutte le mie membra gridano nella disperazione di non poterti sfiorare.
Osservo il mio fiato farsi nebbia contro il divisorio, il tuo disegnare la disperazione di me.
Il tempo è finito, una volta, due, tre mi chiama il secondino, non ho più il coraggio di vederti piangere, e rientro nel corridoio a capo basso.
Il clangore delle porte alle mie spalle mi racconta di metri che ci separano che diventano barriere, di secondi trascorsi che si mutano di nuovo in anni di attesa.

Non sono stato un buon cristiano, ho meritato gli otto anni per rapina, così ha detto, più o meno, giudice.
Io so che non ascoltavo , guardavo te, mentre le manette scivolavano definitivamente sui miei polsi, so che non capivo se a farmi male fosse di più il tuo sguardo o quel pensiero del tempo che sarebbe diventato eterno, ma stretto in una cella.

La branda è la mia casa per molte ore del giorno, il mio cielo la schiena di quello che sta sopra di me, la musica che ascolto sono le parole di tre lingue differenti, che dettano la nostra provenienza.
L’oblio a cui mi dedico viene interrotto dalla fissità degli orari : sveglia, colazione, ora d’aria, pranzo, cella, cena , cella, notte senza riposo, cella.
Non ho mai dormito tanto, prima, ho letto tanto. Ora dormo senza chiudere gli occhi, non riesco a leggere.
Il dottore dice che lo faccio apposta per farmi passare da matto, per ottenere i benefici. Lo guardo senza dire nulla.
Sul muro accanto alla mia branda non segno i giorni che mi mancano dal rilascio, ma quelli che mi separano dal prossimo colloquio con te.
Ogni volta arrivi e mi giuri il tuo amore, ogni volta sento nascere un sorriso che non arriva alla bocca, ogni volta che vai via penso che non tornerai.
Ricordo l’attimo in cui mi presero, in cui le mani degli sbirri mi schiacciarono col capo a terra, ed ero ancora spavaldo, ancora urlavo al mondo, la cocaina era in circolo nel mio cervello, ancora mi regalava sicurezza chimica.
No, a me non sarebbe successo, mi dicevo, non mi avrebbero piegato.
Non mi avrebbero trasformato in agnello, da lupo della periferia qual ero. Loro non ci sono riusciti, di loro non m’importa nulla.
E’ stata la visione di te che mi ha annichilito. Solo allora capii quanto tu fossi in me, quanto tu fossi parte di me.
Fu allora che smisi di parlare, che accorciai le parole, a farle divenire semplici sì o difficili no.
Le avrei riservate solo per te, per i tuoi momenti.

Ora mancano pochi minuti al vederti. Il secondo martedì di ogni mese, la mia cella si apre, il superiore mi chiama e mi annuncia una visita, e so che sei tu. Mi avvio per il corridoio, le porte che si chiudono alle mie spalle sono come un cronometro che parte, che insieme agli altri detenuti, e detta la mia corsa. Entro nella saletta assieme agli altri detenuti, e siedo in attesa, dalla parte sbagliata del vetro.

Quando al posto tuo entra tua madre, lì per lì non capisco.
Quando inizia a parlare mi dice che non verrai più, e tutto il resto sulla vita sprecata e sul nuovo uomo che c’è nella tua, e sul fatto che comunque tu mi voglia bene e che tu voglia che io mi redima, e poi, e poi, e poi.
Mi alzo e torno in cella, questa volta le porte che si chiudono dietro di me hanno un sapore di buio pesto.

Ora la schiena sopra di me ha un colore differente, quello del cielo che non vedo da tempo.
Stranamente non mi manchi più, quest’attesa mensile ha partorito il vuoto totale. Ora capisco che quello che mi manca sono io.

Una chicca della mia amica Isadora

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Miracoli
All’inizio Armandina Dominici era sembrata una concorrente come tanti: magari un po’ più brava, o un po’ più fortunata, ma niente di eccezionale. Dopo la prima puntata vinta, era tornata la settimana seguente e aveva vinto di nuovo. Poteva capitare, si era ancora nella norma. La terza settimana, quell’occhialuta trentacinquenne nubile, di professione impiegata del catasto a cui nessuno del team degli autori del programma aveva fatto particolarmente caso, aveva vinto un’altra volta. Sembrava avere la stoffa della campionessa, sotto quei tailleur – due; uno leva, uno metti – che parevano usciti da un armadio anni ’60. Per la quarta puntata, gli autori le avevano fatto trovare abiti nuovi e l’avevano affidata alla decana delle truccatrici, che aveva fatto del suo meglio per far risaltare lo sguardo un po’ perso dietro le pesanti lenti da miope.
A qualcosa era servito, visto che per scegliere la risposta tra le sei possibili che apparivano sullo schermo, Armandina si toglieva gli occhiali. La telecamera ne approfittava per azzardare dei primi piani del suo volto concentrato sul suo monitor personale che, in teoria, non doveva essere in grado di vedere, senza lenti.
Settimana dopo settimana, Armandina vinceva e diventava un personaggio a cui le riviste che seguivano le gesta dei brevemente famosi iniziavano a chiedere interviste. Noiosissime, per altro, perché la sua vita non aveva proprio niente di interessante: viveva con la madre, lavorava al catasto, non era fidanzata, e il suo unico hobby era il Bingo, gioco a cui perdeva regolarmente. Da dove prendesse tutte le nozioni che ogni settimana le facevano vincere fior di montepremi, era un mistero.
Ciò che nessuno immaginava è che Armandina non sapesse un accidente delle cose che le domandavano. Aveva vinto la prima puntata quasi per caso, rispondendo un po’ a casaccio. E alla seconda puntata, arrivata a una domanda particolarmente astrusa riguardo agli ideatori di una teoria sul sistema solare, Armandina si era tolta gli occhiali in un gesto di sconfitta. Stava per dare la solita risposta a caso, quando lo sguardo, completamente sfuocato dalla miopia, le era caduto sul monitor. Come sempre quando scrutava il mondo circostante senza i fidi fondi di bicchiere, non credeva ai suoi occhi, ma stavolta ci credeva anche meno perché dal monitor una delle sei risposte sembrava galleggiare e farlesi incontro, come in un film 3D. Il tempo stava per scadere, il presentatore sollecitava una risposta, e lei aveva dato quella che riusciva a leggere così chiaramente sospesa nell’aria. Era quella giusta. Alla domanda successiva, più per curiosità che per altro, aveva ripetuto l’esperimento e si era tolta gli occhiali: nuovamente una delle sei risposte le si era proposta come in uno stereogramma. Di nuovo giusta. Ed era con questo segretissimo sistema, di cui non aveva parlato nemmeno a sua madre, che aveva vinto, e continuava a vincere, tutti quei soldi.
Come a chiunque si ritrovi pubblicamente ricco, il successo le aveva portato alcuni ammiratori. Uno in particolare le stava a cuore, un marcantonio di nome Giovanni che aveva preso a corteggiarla garbatamente per lettera, cosa in effetti del tutto appropriata, visto che faceva il postino.
Armandina si era presa una cotta colossale per la foto che le aveva mandato e per le belle cose che le scriveva, ma si sentiva terribilmente inadeguata e, diciamocelo, decisamente bruttina, con quei binocoli della marina sul naso. Giovanni le diceva che aveva occhi bellissimi e che avrebbe tanto voluto conoscerla per poterli ammirare di persona. E lei si sentiva morire, perché se in un tête à tête si fosse tolta gli occhiali per fargli ammirare i suoi occhi, non avrebbe mai potuto vedere la sua espressione incantata o quand’anche fosse, innamorata, per la repentina mancanza di diottrie.
Fu così che decise di farsi operare. I soldi li aveva, la tecnica era ormai abbastanza sicura e i tempi di convalescenza brevissimi.
Scrisse a Giovanni di venire a prenderla agli studi della televisione alla fine
della puntata successiva: si sarebbero potuti conoscere e cenare insieme. Lui rispose entusiasta che sarebbe stato fuori ad attenderla.
L’intervento andò benissimo e Armandina si presentò in trasmissione per la prima volta senza occhiali, sorridente. Già alla prima domanda capì che qualcosa non andava: vedeva benissimo tutto il monitor, senza sfocature di sorta, ma anche senza effetti 3D di qualsivoglia tipo. Provò a socchiudere gli occhi, a fissare solo un punto del monitor, ad attenuare quella implacabile perfetta vista da falco, ma non ci fu nulla da fare. Sbagliò una risposta dopo l’altra e perse clamorosamente il titolo di campionessa.
Uscendo dagli studi televisivi, cercava di consolarsi con l’idea che Giovanni la stava aspettando e che anche se non era più campionessa, aveva lo stesso degli occhi che gli piacevano tanto. Il portiere della televisione, sempre lo stesso a quell’ora, le si avvicinò per dirle che gli dispiaceva che avesse perso e per salutarla.
“A proposito, è passato un signore poco fa. Ha lasciato questa per lei.” le
disse porgendole una busta con sopra scritto ‘per Armandina’. Riconobbe subito la calligrafia.
“Mia cara Armandina, mi dispiace molto deluderti, ma non me la sono sentita di aspettarti. Vedi, ti ho mentito, quello della foto che ti avevo mandato non ero io, ma mio cugino Ernesto, che fa il rugbista. Sei troppo bella per me. Lo eri già prima, ma quando stasera ti ho visto in tv dal bar qui all’angolo, ho capito che non posso sperare che una donna bella, intelligente e colta come te possa innamorarsi di un mediocre postino, bugiardo e neanche troppo prestante. Prendo il treno delle 22:00 e torno a casa mia. Spero che potrai perdonarmi. Tuo Giovanni.”
Nella busta c’era anche la foto di un tipo magrolino, con un largo sorriso e degli occhiali molto spessi. Armandina guardò l’orologio e, sollevato lo sguardo, ringraziò la sua vista perfetta che le permetteva di individuare con precisione un taxi libero, poco lontano. “Alla stazione, per favore. Se arriva prima delle 21:45, le pago la corsa doppia.”