Vitellozzi.

Mi sveglio presto in queste mattine. La caffettiera la preparo la sera prima, e, sfamato le bestie, mangio un paio di cose, di solito una fiesta, frutta, un paio di biscotti, che la mattina dice che bisogna nutrirsi, ma poi a mezzogiorno non è che salto sempre, ed insomma, la sera uno si deve pur rilassare e cenare per bene, una birra, qualcosa di freddo, ma se non c’è nulla in frigo due spaghi si fanno alla svelta, mentre guardo qualche cuoco sfigato sulla 8.

Perché racconti ste cose, qualcuno potrebbe dire.

Giusto. 

Sennonché stamattina mi trovo su Instagram l’avviso:

MARIKA VITELLOZZI HA INIZIATO A SEGUIRTI !

Frugo nella memoria fortemente corrosa dagli anni e dalle cinque della mattina, e cerco di ricordare se ho una conoscenza con questo nome.

Una che si chiama MARIKA con la K e VITELLOZZI di cognome me la dovrei ricordare, ma di Ceprano o della Ciociaria, da dove suppongo venga un accostamento del genere, conosco solo un tale che voleva portarmi nel suo bar alle 11 di sera e farmi sballare di brutto, nessuna donna.

Mi accorgo del pensiero un po’ razzista in fatto di genealogie ed eleganza stilistica anagrafica, e ripenso alle mie generalità, che manco il figliolo di Giovanardi e Ratzinger se le merita, mi metto in buon ordine mentale da uomo progressista e di sinistra qual sono, e apro la pagina Instagram per capire chi sia la signorina in questione.
Appena leggo le parole ITALIAN INFLUENCER, FASHION BLOGGER, FUTURE TRENDER, ed altre stronzate del genere ritorno immediatamente al mood cavernicolo e bestemmiando il mio caffè decido di esplorare meglio.

Seguita da 260000 persone, ne segue 462, ed io che sono tra quei fortunati già la sputo mentalmente. C’è un sito, vado a vedere chi cazzo sia.

Viene fuori una di vent’anni, che appena ti colleghi manda una mail in automatico dicendomi strasuperwow felice che tu sia andato a conoscerla, porella manco sa che epiteti mi stanno riportando alla mente i miei anni nelle case del popolo toscane e nei circoli arci liguri.

A parte lo stile burino che Manfredi quando lo interpretava era un aristocratico alla corte del Re Sole, come lei mi ci vestivo a vent’anni, quindi tra i ’70 e gli ’80, che Dio solo sa quanto abbiano devastato i nostri guardaroba, a parte quello dicevo, entro in archivio, e mi trovo consigli che vanno dalla fetta biscottata a quale tipo di pastiglia blu scegliere, dalla gabbia per canarini fino alle scarpe di tendenza, in pratica lo scintile umano disponibile su Donna Moderna, Cosmopolitan e Cronaca Vera messi assieme.

Ora io so sue cose: la prima logicamente che parlando della VITELLOZZI le faccio pubblicità e quindi alimento il perverso meccanismo voyeuristico di ognuno di noi ( ma del resto una che si chiama come il Monni in ” Non ci resta che piangere ” va capita )

La seconda che magari questa fa i soldi e si è inventata una cosa per sfangarla, e la mia è tutta invidia.

Ma capirete bene che alle 5 della mattina uno è giustificato se urla improperi al tablet davanti a ITALIANFASHIONBLOGGERTRENDER di sto paio di coglioni.
Per cui vi ho raccontato le mie abitudini mattutine, e se volete lasciare un 5 euri vi do l’indirizzo di casa, che almeno mi pago le multe di sto mese.

Grazie.

Domani, il domani.

È un giramondo sinusoidale 

questo nascondarello, questo tenersi tra le dita come il gioco della bandiera, 

si rincorre e si fugge, si nasconde lo sguardo sotto un fazzoletto

bianco esattamente inciso in quelle nuvole.

Il soffio non si fa vento, piuttosto mormorio, 

il riso ha necessità di coltivazione selvatica, 

se pur  curata.

Passano ore e giorni eterni, inutili al dirsi tempo,

passano inascoltate eruzioni delle pagine,

tracce in cui si ritrova un mondo in trasformazione.

Passa tutto, ma non passa il segnale di arresto, 

seppur stanchi di corse e corsie non preferenziali

lanciamo avanti gli occhi,

e li facciamo sentieri sui quali 

scansiamo l’abitudine.

Liguria

Le fronde degli ulivi 

giocano col vento di sale

sotto, sopra, blu accarezzato dal bianco,

le mani delle donne appendono 

lenzuola umide alle finestre,

voci di uomini sporcate dal vino e dagli anni 

cantilenano delle glorie passate:

io sono piccolo rispetto a ciò che mi entra nelle pupille.

Alla fine

Alla fine avrò pronunciato miliardi di parole

non per questo sarò stato oratore

scritto milioni di frasi

senza essere diventato romanziere

storpiato miriadi di canzoni

senza che la musica mi fosse mai appartenuta

scattato costellazioni di fotografie

e mai diventerò obiettivo

raccolto sotto le suole oceani di passi

ma la meta si è perennemente allontanata

osservato cieli in abbondanza

toccandoli solo da lontano

raccolto frutti del peccato

scampando le umiliazioni del servilismo

sfiorato il senso delle notti

cedendo al fascino delle mattine
Resterà questo, ma io lo avrò fatto.

#Aurelia

Mi si stringe al senno ogni singola stazione
di servizio
di questa lunga arteria che scorta
Il mare
mi appartiene il gusto di tutti
i caffè
la puzza dei cessi indicati col fastidio
del necessario
le tariffe sbiadite che promettono
marce sulla schiena del tempo
la curiosità soccombe
all’ottimizzazione della
strada

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17,57

Diciassette e cinquantasette recita l’orologio,
quindi il Tempo si è fermato senza neanche avere il buongusto di suonare la campana del ring in cui i colpi proibiti non vanno per il sottile.
Osservo il livello del liquido nella bottiglia, non spero più che l’acqua si trasformi in vino, tantomeno che mi possa dissetare.
Ho masticato foglie di menta, inciampato in aghi di pino così grossi che ne avrei potuto costruire recinti, incamerato minuti e sprecato settimane, bevuto parole dimenticate in fretta, mi sono intossicato di latte scevro di scremature.
E tutto ciò non mi ha reso più uomo di quando emisi il primo vagito, piuttosto lampante come la retromarcia non eviti le curve senza paracarro.
Faccio le somme, algebricamente precise, tra iperboli e sinusoidi la X non ha portato a soluzioni accettate dai docenti annoiati, ma fu vita, in ogni modo, è vita nonostante, sarà vita, a prescindere.
Fino a che, almeno, Tempo non emetterà un brontolio troppo sordo.

 

Poster

Non ho fame.
Mi agito, cammino, guardo in giro, mi sento attratto da quel cartellone pubblicitario che promette viaggi da sogno e pancia piena, scivolando sul parquet lucidato della nave a suon di valzer, e focalizzo che non so ballare.
O forse sì, il fatto è che non ho mai voluto provare, e nessuna ha mai desiderato intrecciare note e passi con me. Quindi, come si dice, di necessità, virtù.
Accendo una Chesterfield blu, e mi siedo sul muretto, quel cazzo di cartellone mi ha incantato, osservo i particolari: la grafica, sembra divertita persino lei; i colori dello sfondo, azzurro, blu, bianco, verde, manca solo la faccia di Berlusconi.


Le foto, una grande che pare uscire dal tabellone, le altre due, messe un po’ sghembe, che le fanno da coro, e paradossalmente sono loro, anzi, una di loro, che m’incatenano lo sguardo.
Vieni, vieni in Tunisia, un mare di velluto, gliel’ha ha scritta Baglioni, forse.
In quella che m’immobilizza c’è una donna, capo coperto, velo sulla bocca e il mare smeraldo negli occhi, che mi fissa, e non sorride, non ne ha bisogno, voglio dire uno si scaraventerebbe nel deserto a cercarla pure se sotto il vestito avesse il corpo di Alien, anche se si scoprisse che è il sultano del califfato nero, o il califfo del sultanato dei mangia teste, che cazzo ti frega, fai un giro nella giostra di quelle pupille, e via, il dopo ha un non dopo.
La sigaretta si è spenta, da quando hanno fatto la carta antincendio o tiri come un ossesso oppure hai quattro accendini carichi per poterti fumare un pacchetto, la osservo mentre rivive di fiamma, aspiro, e mi do altri due punti di saldatura alla foto, che dovesse arrivare qualcuno a staccarmi da lì.
Ecco, ci mancava la musica araba dalla Punto blu e ruggine che passa, e ora servitemi il cous cous che mi cambio il nome in Amir e m’infilo un caffetano.
Piove, figurati se uno può star tranquillo, resisto alle gocce fredde e mi chiudo il piumino, qua il diluvio, nello spazio di Farah (l’ho chiamata così, nemmeno so se è un nome tunisino o la tipa di Reza Pahlavi ci ha messo il brevetto) il sole accecante e profumo di datteri. Che sento per davvero, mica per dire, ne ho il sapore in bocca, sputo il nocciolo nella mano e lo guardo senza nemmeno troppo stupore.

– Andiamo ? – Ci devono passare parecchi italiani per la Tunisia, perché la domanda è in perfetto accento dantesco, roba da far schiattare di rabbia Salvini, ma insomma non è questo il punto, piuttosto che Farah ha allungato un braccio che finisce con la mano più bella del mondo e m’invita a contaminarla con la mia.
Secondo voi mi faccio pregare?
La stringo come si farebbe con una pietra preziosa fatta di panna montata e faccio un passo avanti: uno solo, basta e avanza per sentire la sabbia sotto le scarpe e la sauna dentro il piumino.
Me lo strappo letteralmente di dosso, che mai succedesse che perdo tempo, mi faccio guidare sotto una palma mentre Farah intona a labbra chiuse quella che sembra una preghiera pur sorridendo in fondo al lago verde dei suoi occhi.
– Siediti – Mi sa che devo dirle di aggiungere almeno un’altra parola, quando mi parla, poi ricordo che io ancora non ho fiatato e sussurro grazie.
Cioè, l’intenzione era quella, ma le vocali e le consonanti si divertono a organizzarsi a modo loro, e ne viene fuori – dio come sei bella ti amo voglio restare sempre qui con te a costo di dar da mangiare ai cammelli tutto il giorno –
– Prego – è la sua risposta. Non ci capisco una beata mazza, ora ne ho la comprensione esatta.
Ero per i fatti miei che me la fumavo e non avevo fame sotto la pioggia e un attimo dopo mangio datteri e mi sudano le orecchie. Sì, ma sarà meglio che non chiedo, magari si accorge che non sono io che aspettava ma un io che non c’entra un cazzo con me, mentre sicuramente io non ci dipietrescamente azzeco nulla con lei.
A mangiare dolci e frutta, a ballare, tenendola stretta solo con i pensieri, a ridere e parlare con il cammello, a fumarmi un pezzo di libanese con il sorriso da ebete.
Passa così, il resto della giornata, fino al momento in cui m’indica una tenda che ospiterebbe l’esercito di Giulio Cesare e di Napoleone tutti assieme, un mare di cuscini che profumano di Henné e Kajal, un tappeto comodo quanto una nuvola.
E ci cado sopra, mi ci spalmo come una crepe in padella, le sorrido, mi sorride, abbassa il velo, mi lascia osservare le sue labbra, si gira e se ne va.

La mattina dopo non mi svegliai, ero morto ma non di sonno.
Ero morto davvero, la notte prima, mentre leggevo un libro e fumavo una Chesterfield Blu.
Ricordo che avevo pensato, nell’ultima espressione dei miei neuroni, che Poster, la canzone di Baglioni, era davvero bella.

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Contest: I racconti della Mezzanotte – II Edizione – “Poster” di Rosario Campanile

PUNIZIONI. I CINQUE PASSI

Quel pomeriggio di novembre il campo era più arido e sabbioso del solito, dell’erba verde nemmeno una traccia.

L’acquazzone che si era scatenato quarantotto ore prima aveva provocato delle pozzanghere mutate in fango secco dal freddo che ne era seguito, e a nulla erano valsi gli interventi di Beppino per cercare di pareggiare alla meglio il terreno.

Del resto non si poteva pretendere che dove si allenavano gli allievi fosse curato come dove giocava la prima squadra, i soldi erano pochi, e lo sponsor minacciava di ritirare anche quelli necessari al lavaggio delle magliette e al noleggio del torpedone.

Penultimi in classifica, a tre punti dalla terzultima e cinque dalla salvezza, le speranze di recuperare posizioni erano al lumicino, mancando solo poche giornate al termine del campionato.

Il che non sarebbe stato il finimondo, se proprio quell’anno anche la prima squadra non avesse fatto anch’essa un girone di ritorno disastroso che l’aveva già consegnata alla serie inferiore, e per una società che aveva fatto del vivaio il suo punto d’orgoglio, la performance degli allievi era stata una mazzata clamorosa.

Beppino si accese una sigaretta, si sedette sulla panchina vuota.Ci sarebbe voluta ancora un’ora buona prima che arrivassero i ragazzi, delle due squadre, gli arbitri e il pubblico.

Di solito quello era il momento che amava di più, l’attesa dei visi che fremevano di indossare la muta di gioco, con ancora la pastasciutta ingoiata in tutta fretta al ritorno della scuola, in quei sabati che cominciavano ad avere una vita solare breve, in cui i primi peli sulle gambe si rizzavano a solcare la pelle d’oca, in cui il pallone ancora pulito cominciava a girare impazzito sotto i colpi acerbi di piedi morbidi.

Pregustava il chiasso che veniva dagli spalti, il vocio che sfuggiva dagli spogliatoi, l’attimo dell’appello in cui si chiamava il cognome e il ragazzo si girava a far vedere il numero sulla maglia, l’aria severamente sorridente degli arbitri, il nervosismo fremente dei portieri che si misuravano l’altezza con sguardi sfuggenti.

Ma quello che amava di più era vederli palleggiare liberi, facendo finta di scartare avversari immaginari, prima di essere ripresi burberamente dall’allenatore.

Ecco, quello era l’attimo che lo faceva scivolare indietro di quarant’anni, quando ancora il ginocchio destro funzionava, a quell’attimo prima del calcione che glielo aveva ridotto a un impasto di cartilagini e muscoli doloranti, mentre prendeva la mira con l’interno del collo piede.

Strano, del dolore si era dimenticato in fretta, almeno di quello fisico.

Le notti che fu ricoverato in ospedale, sognava di continuo di arrivare a colpire la palla, sognava il tuffo d’angelo del numero uno che allungava le dita della mano di ritorno a cercare di togliere lo spazio tra la sfera e la traversa, a nascondere quel fazzoletto di rete che si sarebbe gonfiata solo una frazione di secondo dopo.

Sognava se stesso, fermo e sorridente, col dito alzato in aria, sentiva il respiro affannoso della corsa dei suoi compagni che correvano ad abbracciarlo, e, girandosi appena, la gioia di sua madre che lo applaudiva.

Un sogno, appunto, che si era avverato molte altre volte, prima. Beppino era il numero 10, quello di Corso, il numero della foglia morta, quando il pallone era tele diretto in una salita veloce e in una altrettanto repentina discesa che lasciava inerme il portiere, e mandava in visibilio il pubblico.

La sera si fermava ore e ore a provare le punizioni, ignorando sia il freddo sia il caldo, sia le urla del padre sia il lamento dell’addetto alla chiusura del campo, confortato dallo sguardo severo di Mister Bogliani, che aveva trasformato, lui, nato mediano, in un elegante trequartista.

Il campionato 1970/71 era nato sotto una buona stella, le prime quattro partite erano state vinte in scioltezza, la quinta pareggiata con lo squadrone del Canaletto, a casa loro, poi altre tre vittorie e un pareggio, a chiudere imbattuti il girone d’andata.

Beppino aveva segnato sei delle quattordici reti della sua squadra, secondo solo a Ton-Ton, come era chiamato quello scugnizzetto nero e veloce che veniva dal sud. E che da ala destra ubriacava di dribbling gli avversari, e persino se stesso, a volte. Lui era il vero idolo dei tifosi, la sua corsa infaticabile, i suoi scarti, le sue veroniche provocavano il giubilo della curva. Ma Beppino era il capitano, e le punizioni spettavano a lui. Quando sistemava la palla sulla zolla, facendola roteare un paio di volte su se stessa, prima di trovare il millimetro giusto, già ne vedeva la traiettoria, già era un minuto avanti nel futuro. Già sapeva se l’avrebbe messa dentro, o no.

Ogni volta era il cuore a fermarsi di colpo, il respiro a trattenersi da solo. Cinque passi indietro, si posizionava alla battuta. Osservava la barriera piazzarsi, il portiere con una mano appoggiata al palo, l’altra a indicare ai compagni dove sistemarsi, ne sentiva l’urlo incazzoso nel dirigerli. Lui, nella testa, aspettava solo il fischio dell’arbitro.Eccolo.

1)      Parte il piede destro, si allunga a tirarsi dietro il sinistro, lo sguardo rivolto verso il basso.

2)      Il sinistro si appoggia con forza a cercare velocità, il collo comincia a richiedere una luce differente.

3)      Ancora il destro carica forte, lo sguardo abbandona la visione del pallone.

4)      Il sinistro cerca un appoggio sicuro, consapevole che la forza scaturirà da lì, gli occhi guardano per un attimo la barriera.

5)      Destro, collo interno del piede, forte, gli occhi si chiudono.

Tutto il resto non è più in suo potere, ora la palla vola, gli sguardi di tutti si aggrappano a quell’istante preciso, non si sente volare una mosca, in barriera qualcuno salta, altri si proteggono le balle, uno chiude anch’egli gli occhi, il portiere vola.

E poi il dito alzato, il ritorno al centrocampo.

Quando incrociò lo sguardo di Vangeli, il libero della squadra avversaria, gli si gelò il sangue, ne lesse l’odio all’interno delle pupille; né lo fece star meglio sentire il sibilo delle sue parole.

“ Te la farò pagare “

Battuto il calcio di ripresa, gli avversari si scagliarono all’attacco, aggredendoli in ogni spazio.

La difesa operò con ordine, e resistette, cercando di liberare l’area, anche con palloni scagliati in ogni angolo delle tribune.

Ma quando Ton Ton prese palla al limite della loro area, e cominciò a correre sulla linea laterale, vanamente inseguito dal terzino  avversario, capì che era il momento giusto per il raddoppio, seguì con lo sguardo il compagno che fuggiva come un furetto, ne colse lo sguardo che lo cercava, e si piombò ai diciotto metri cercando di capire se il cross sarebbe arrivato puntuale sulla sua testa. Ton Ton fece un ultimo scarto, si accentrò e mise la palla a mezza altezza. Beppino capì che sarebbe stata perfetta per un’esecuzione al volo, di interno collo piede, e calciò.

I tacchetti di Vangeli arrivarono prima. Il ginocchio cedette, lui si accasciò

Sentì solo le urla del pubblico, e vide gli occhi dell’avversario  feroci  mentre gli annunciava la fine dei giochi.

Ma di tutto questo non era rimasta una traccia tragica in lui, solo amarezza.

Erano arrivati i ragazzi, li accolse come il solito, dandogli  una pacca sulle spalle, e un sorriso. A uno solo a uno, riservò una parola.“ Pronto ? “

Lo spilungone rispose di sì.

Quando al ventesimo del secondo tempo il numero dieci si avvicinò alla sfera, posizionandola con attenzione sulla zolla, facendola roteare un paio di volte su se stessa, fece cinque passi indietro, e lo cercò con  lo sguardo, Beppino chiuse gli occhi.

Sapeva già dove sarebbe finito quel tiro.

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Dello scorrere degli anni e di altre disavventure

Dello scorrere degli anni e di altre disavventure

Uno poi si crede che le cose accadano d’improvviso, cioè che ti svegli una mattina, sei diventato vecchio, fai fatica nei movimenti e la pesantezza della respirazione al risveglio si è accentuata, che lo specchio lo metti improvvisamente male a fuoco, voglio dire, per riuscire a osservare quella macchia sotto gli occhi picchi il naso sul vetro, e meno male che non puoi vedere sulla spazzola che ti sono caduti altri capelli, perché quelli è da mò che ti hanno salutato, dio ce ne scampi dall’abbassare lo sguardo per controllare se l’arnese predisposto alla minzione mattutina funziona, ti tocca piegarti in avanti per trovarlo, la doccia è troppo calda, sticazzi è troppo fredda, il caffè per quanto tu rimanga almeno un minuto e mezzo buono a studiarne il borbottio, inevitabilmente esce dal becco, e tu con la spugnetta, pensando di levarlo subito, onde non ritrovare il catrame sui fornelli la sera, riesci a procurarti un’ustione sul dorso della mano, mentre bestemmi in maniera animalesca la chiazza che diventa una pozzanghera.
Ecco, questo solo per iniziare.
Allora, pensi, vabbé, mi siedo con calma e mi bevo il caffè leggendo chi ha la testa più grossa su fb, sfogliando virtualmente la Repubblica, controllando la posta….ah, quel quarto d’ora che precede la prima sigaretta è davvero impagabile!

Quindi, dopo aver pulito le gocce che sono ormai pendant col pavimento, nonostante il tuo sguardo fisso sia sulla mano che regge la tazzina mentre fai le scale, ma non riesci a concentrarti sull’utensile di porcellana, bensì su quella maledetta bastarda che pare abbia deciso di ballare il twist autonomamente dal resto del corpo, che in ogni altro suo punto la implora di stare fermo.

Ecco: la sedia.

Ah, finalmente.
Sposti la tazza, accendi il pc.
Non fai in tempo a cliccare sulla connessione che partono gli aggiornamenti che SignoreIddioWindows ha ritenuto che siano vitali per te, proprio e solo per te, quella mattina, e quello che accade in quei minuti è un’esperienza extratemporale, rimani inebetito di fronte ai numeri che scorrono, agli avvisi di non spegnere il computer (ma se l’ho appena acceso perché dovrei spegnerlo, testadicazzodiunprogrammatore), fermo, immobile davanti al display che non prende vita, vedi la tua infanzia, il maestro Tuminello che ti picchiava le dita con la bacchetta, il tenente Papalia che ti mette in punizione, il prete che ti caccia dalla chiesa perché giocavi oscenamente col cero della processione e…. START, PASSWORD, ACCENSIONE.

Il caffè si è freddato.
Oddio, meglio così perché se lo bevi caldo subito dopo devi ingurgitare un Omeprazen e se non basta pure un Maloox Reflurapid, ah, a proposito non scordiamoci il Cedro, che per la sciatalgia ci vuole il cortisone, e la cardi aspirina invece più tardi, in serata la lovastatina, un paio di Oki e di Brufen sempre pronti alla bisogna.

Non erano gli astronauti che si sarebbero dovuti cibare di pillole?
Che, siamo su marte e nessuno mi ha avvisato?

Intanto il quarto d’ora se n’è andato quindi tocca andarsi a lavare.
Ora, a voi giovani voglio dire una cosa:
se non siate figli di Gambadilegno o di Bud Spencer, più andate avanti più l’impianto tricologico si sposta a caso sul vostro corpo, tipo sopracciglia ad aliante, nascita di foreste in un punto preciso del braccio, il tutto, logicamente condito da chiazze desertiche sulle guancie inframmezzate da esplosioni di peli di colore ignoto.
Il capitolo lametta da barba + sapone + dopobarba occupa una parte della letteratura mondiale splatter facilmente riassumibile in sangue e conta dei santi.
Già normalmente, poi per chi come me fa la barba a sfera, cioè inizia dall’attaccatura dell’orecchio destro e via senza soluzione di continuità alla nuca facendo il giro della morte stile moto nel cerchio infiammato, per poi tornare in senso contrario contro (ex) pelo, e ammirare compiaciuto che ti sei tagliato solo in tre punti stamattina, sempre per colpa di quella fottutissima bastarda che insiste a balla Twist and Shout.

Qualcuno, poi, è in grado di spiegarmi come mai i pantaloni da un giorno all’altro si restringono, ma solo e inevitabilmente in vita, e le camicie decidono di espellere i bottoni appena te le infili?
Lo vedi che hanno ragione in Africa a essere Animisti! Le cose vivono, e non solo, ti comandano.
Hai poco da pensare, ma ieri sera a parte la pasta i peperoni il vino e mezza pastiera non ho mangiato altro, no, loro ti puniscono, manco fossero i tuoi parroci personali: il purgatorio è qui, signore e signori.

Per fortuna si sale in auto, e si va, che tanto quella anche se invecchia, fa il suo.
Bisogna passare dal tabacchino a scannerizzare la carta d’identità per presentarla all’assicurazione si scende dall’auto, il pacchetto di Chesterfield morbide ti viene incontro teleguidato, ah, n, Veronica, fammi il piacere, mi scannerizzi questo documento? Certo, dammi, lo apre, lo osserva, mi scruta, lo vedi che sta per dire qualcosa, INEVITABILMENTE, sai, attendi…….

Ah, quasi 60…..
eh….

Eh, ma non li dimostri, ….

Ehhhhh

No, davvero, poi sai gli uomini a una certa età, come dire, maturano.

Eh, uhm, eh.
Grazie

Ma vaffanculo tu e non li dimostri, vado a comprare uno scanner.

Paola

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Mi chiamo Paola e ho Quattro rose.
Mi chiamo Paola, le rose mi hanno.

La Prima è quella della sera, mi accarezza la guancia, mi bacia sugli occhi, e mi racconta di quando era solo un seme, e seme pure io, e pare tenermi il capo, confondermi il sonno, cantarmi di nuvole.
E la Seconda si presenta baldanzosa, nel bel mezzo della mattinata, vieni via, mi dice, fuggi con me, e ride, e accenna a colline, urla di onde, sussurra di piedi stanchi e braccia forti, e miglia e miglia avanti c’è ancora il mondo da annusare.

Tre, quella del desiderio, scivolare in un quadro che non finirà mai di mutare cornice, la rosa parla latino e greco, bestemmia in tedesco, balla in inglese, il francese, quello, lo tiene per fare all’amore, baffi e nasi spioventi, profumo di Pastis, tacchi che battono, gambe allacciate, seni umidi e bocche ardenti.

La rosa che ha le spine è la Quarta, mi attendeva in un parcheggio, mi frusta il ventre, batte col ramo impazzito sopra il mio cuore assordato. La Quarta trova scuse e permessi, inventa tiranni, padroni e Dei, rimprovera la libertà, non ti consente di scegliere.
Alla fine la Quarta usa il fuoco, e le spine mi bruciano dentro.

Mi chiamo Paola, avevo Quattro rose.
Mi chiamavo Paola, le Quattro rose mi hanno per sempre.

Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Mira Nedyalkova

 

Nerone

Poi quando ero piccolo, mi chiamavano Nerone perché mi piaceva dar fuoco alle cose, e infatti allora sono cresciuto, e dato che ho otto anni, ho pensato che sia giusto bruciare la casa dei Saggi.
Mica perché mi stanno antipatici, sai, anzi.
Sono gli unici che mi fanno parlare, mi raccontano storie e manco hanno paura dei miei fiammiferi, al massimo si mettono a ridere.
Ma io lo so come funziona, cioè, se te la prendi con qualcuno che ti fa i dispetti, tipo quello di dieci anni che sta in seconda per la terza volta perché mena le mani e parla male, ecco, se tipo do fuoco alla sua bicicletta, allora c’è sempre chi ti difende e trova una scusa.
Ma così come faccio a farmi ricordare prima che me ne vada?
No, no, se accendo i letti dei saggi, magari ne brucia uno, magari solo i piedi e tutti urlano e scappano e imprecano che non lo fanno mai, e forse mi rincorrono, insomma, vedi che poi, anche ora che sono cresciuto lo diranno “ Rino, eh, quello è cattivo, era cattivo pure da piccolo, e perciò lo chiamavano Nerone”.
E allora ho preso i controvento e pure uno straccio, e sullo straccio ci ho messo il liquore che tiene mio papà e che se lo beve tutte le sere, così pure lui si arrabbia, mica perché incendio i vecchi, ma và, solo per il fatto che gli ho finito il liquore, e ora che è buio scappo dalla finestra bassa, e non mi vede nessuno e manco mi vengono dietro i cani, se lo ricordano che gli ho bruciato la coda, sì, e arrivo alla porta dei saggi, e via un fiammifero, e via, due fiammiferi, e via, tre fiammiferi, e ora lo straccio, e ora il fuoco e ora, via, via, via l’ acqua.

Perché mica volevo essere così.
Solo che quando il fiume ha portato via la mamma, e la piccoletta e mio papà urlava ed io scavavo con le mani e i pompieri con le pale e i cani con le zampe e tutti guardavano la casa che era a pezzi, ma nessuno vedeva i pezzi miei, quando l’acqua è diventata coperta e ha chiuso tutto sotto, e la mia testa è diventata cuscino, e ho appoggiato tutto dentro e il mio cuore forse, che non lo vedo, il mio cuore è diventato di un altro, io volevo essere Nerone che almeno accendeva il fuoco e un pochino ci scaldavamo.

E faccio il cattivo, sai, lo so che faccio il cattivo.
Così mi lasciano in pace, così, almeno così, sono solo.
Io, i fiammiferi, e, se me lo ridanno, il mio cuore.

***people-space-10

 

Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Kylli Sparre

***

Forse oggi è tutto qui
Chissà se basta o basterà in futuro
Ma è necessario mandare il passato in soffitta?
Parlate sinceramente, lune, consideratemi figlio
Di tutte quelle sere sull’altalena, di quei pomeriggi in preda all’attesa
Di quel giorno sul sedile del treno, compresso dentro e fuori dalla paura
Con gli occhi stretti nella ricerca di chi attende.

Forse oggi è tutto qui
Chissà se basterà il futuro a mandare il passato in soffitta.

 

* leggete, ci sono delle perle, ed io sono immeritatamente ospitato, ma orgoglioso di esserlo.

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https://unpostodivacanzasite.wordpress.com/2016/03/21/giornata-mondiale-della-poesia-sulla-scalinata/

I normali

Ieri una mia amica, Kika Plattner, mi ha sollecitato un parere sulla vicenda Vendola e l’adozione del bambino.
La ringrazio, per la stima che mi concede.
Le ho risposto che stavo maturando un parere, scevro dalle mie convinzioni politiche, aggiungo, e dal fatto che ho votato SEL nelle ultime tornate elettorali, da qualche anno a questa parte.

Cerco di farlo.
Però voglio premettere una cosa.
E’ la mia posizione, non rappresentativa di nulla e nessuno, e lo dico proprio perchè in questi giorni ognuno pare parlare in virtù di una verità assoluta, spesso con la pretesa di spiegare la vita agli altri.
Io fatico già a spiegare la mia a me, figuriamoci quindi.

La prima cosa che ho pensato in assoluto, è che Nichi Vendola non doveva fare questa mossa ora, appena dopo il dibattito, i voltafaccia e le posizioni di comodo espresse in parlamento sulla legge Cirinnà.
Ma mi hanno fatto giustamente notare che una gravidanza dura 9 mesi, quindi al tempo del concepimento nessuno poteva immaginare che cadesse proprio in questi giorni l’adozione.

Dunque, la maggior parte dei commenti che ho letto ed ascoltato, la quasi totalità, direi, sono accusatori, contro la scelta fatta, con varie motivazioni e diversi gradi, molto violenti, di regola, pieni di insulti e disprezzo.

La frase, la locuzione più usata è quella di ” Utero in affitto”, e gli strali, soprattutto da desta, centro e grillini, sono quasi unanimi.

I commentatori sono quasi tutti uomini.

Cioè, soprattutto quelli di destra e centro, gente che urla contro la pratica dell’utero in affitto ( vi dirò dopo cosa ne penso io ) ma non si scandalizza sulla figa in affitto.

Mi spiego meglio.
Un utero che genera qualcosa, fa scandalo, in questo caso, e si parla di mercimonio, pratica violenta, uso della donna, aberrazione della morale e chi più ne ha più ne metta.
Peccato che molti di questi campioni di legalità e morale, poi vadano a giustificare chi paga la donna, chi la usa dietro compenso, chi ha difeso l “utilizzatore finale”, chi propone di riaprire le case chiuse a patto che si tassino le scopate.

Beh, del resto sono quelli del Family day, che vi spettavate.

Però anche Grillo e Di Maio hanno attaccato Vendola,con critiche forti, premurandosi di dire, ( il comico ) che non era un attacco dettato da omofobia.
Mamma non ho rubato io la marmellata, le dita sono sporche da prima.

Credo che i grillini la pensino tutti così?
Assolutamente no.
Credo che chi critica sia per forza in malafede?
Ancora, no.

Ma questi si.

Altra motivazione, lui può permetterselo perchè è ricco, i poveri cristi no.

Verissimo.
Infatti dovevate approvare la legge.

Più che vero, ma io ho alcuni amici che ( e li stimo infinitamente per questo) hanno adottato bambini all’estero.
A parte il tempo, la fatica, gli esami più volte ripetuti, i test e i ricatti, hanno dovuto spendere alcune decine di migliaia di euro, per ottenere i permessi DI LEGGE.
Io non avrei potuto, e non sono nemmeno un così povero Cristo.
Cosa ne penso io?

Io penso esattamente quello che ho sempre pensato: i dirittti, se non vanno a ledere le libertà degli altri, vanno approvati e incoraggiati, e bisogna lottare per averli.
Altrimenti il non aver diritto di qualcuno corrisponde al privilegio di un altro.

Cioè di quello ricco, bianco, cattolico.

Io a malapena sono bianco, per fortuna ho lentiggini dappertutto.

Lo farei ?

Non lo so, per il semplice motivo che ho avuto la fortuna di avere una figlia con semplicità.

Quindi come faccio a mettermi nei panni di chi non può?

No, sapete, perchè c’è una cosa che tutti scordano:
questa roba qui mica è vietata solo agli omosessuali, ma anche a voi, normali, come direste, come dicono.

Oddio, se parlare di normalità nel caso di Salvini e Giovanardi, si può……

Io

Io rovo Io abbandono Io polso Io terra Io sguardo Io albero ramo fiore.

Io nel bosco e dopo io nella fanghiglia, io imperfetta, io anche stanca, io persino in sogno.

Io ti cerco, frugo tra foglie, io ti carezzo, vivo tra frasi, io ti osservo, tengo parole.

Io e le mani nere, e questo carbone che serve alla fiamma, io gioco col cuore in alto, mi volto e trovo foreste.

Io voglio io lascio io canto io cammino io freddo io incanto.

Io inspiro io rendo grazia io mangio patate io soffio calore.

Io ti stringo io ti attendo io ti porto io ti domando.

Io penso io piango io urlo io rimango.

E questa volta ho scostato le foglie, ho guardato oltre il biancospino, e la mia mente sorride, e forse.

Ora io vedo.

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***

Rosario Campanile

Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Natalia Drepina