Aprile.

Siamo vittime della stessa sostanza,
quel veleno che ci inocularono dagli occhi
e che pervase le nostre lingue aride.
Oscillando tra veglie e fughe
ci chiediamo, e tu, come stai,
quasi fossimo sotto una lampada Osram,
mentre la luce che ci coglie a sprazzi
ha lo stesso colore di una parrucca gialla.
Irrompe il fiume e straripa nella
immaginazione al contrario,
quella che cerca di ricostruire il viaggio
dai quartieri Spagnoli fino ad Isola.
Aprile verrà, ripeti, sarà primo vero.

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Bang Bang

In questa atmosfera di
legittima difesa
si spara senza tregua
col sorriso sulle labbra
un po’ a casaccio, se vogliamo,
colpendo dritto al cuore.
Tura il naso o tira fuori le palle
è il consiglio prediletto,
come se bastasse rispondere
o praticare l’indifferenza.

Confesso,
sono malandrino senza aurea,
me lo insegnò la strada,
e per anni lo ho dimenticato.
Grazie per l’opportunità di riparare
al bene che ho versato,
mi curerò di tramutarlo in un
fuoco al petto.

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Senza colori

 

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Vorrei strappare con i denti quei fili
che narrano di una mancanza All In,
destinato all’oblio da tempi inutili,
gesta inutili,
parole inutili.

Vorrei essere quel mare d’agosto che non ha confini,
liberare le gambe da questa pozzanghera,
scappare nel porto di Monopoli,
dove le lingue si intrecciavano e le ombre erano
a ridosso della mia mano.

Vorrei un sonno così agitato da non poter dormire,
strappare questo fegato che divora bile,
vorrei essere capace di saltare su un treno,
vorrei non essere me stesso, da sempre.

Vorrei tornare a quella notte
e implorare il dio minore che mi fu assegnato
di avere ali, e becco, e rostri.

Mani senza forze, occhi che inciampano,
ecco che rimane di colui che
un giorno scalò Minerva, sicuro di una rossa
stagione a venire.

Mi siedo sull’argine,
non ho altro da fare,
non ho altro da guardare.

Te lo ho promesso, ritroverò la fatica,
senza colori.

Tenere la notte

Non si dorme perché è un buon libro;
o forse è fame.
Magari, si magari il giorno che non si arrende alla notte, o piuttosto c’è (probabilmente)
l’ultimo camino dell’anno da accendere.
Pensieri, figure, sapori, parole,
ricordi e rimorsi, speranze e sparizioni,pruriti e pudori, minuziosi minuti scovati e sconfortanti,
e, sopra tutto questo,
la crudeltà della ragione.Al fuoco 🔥!

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La nausea

Si resta nella luce bianca dell’inverno che freme di primavera, lenta e sorda delle prossime tornate di milanesi che faranno a gara a pisciare sulle sabbie, come gatti che affermano la proprietà del territorio, mentre il fruscio delle banconote acceca gli stanziali, ingordi di stagioni che ricorderanno tra Mina e Agnelli, maglioni di cachemire che scivolano sulla battigia.

Al suono di un twist, appare la spider, rossa, di grazia.

Il destino delle genti evade dai nomi delle frazioni, Poveromo via! Vittoria Apuana ingresso del paradiso, e poi chiasso, di più, mentre la mia nausea si spegne solo con una birra, e ancora, e poi.

Andiamo, figli delle cave, il disagio ci attende, vestiamocene, che Lenny Bruce racconterà di nuovi schiavi di cui abusare.6C583150-7EF9-433F-9998-4241490D7E26.jpeg

Limbo

WhatsApp Image 2018-11-14 at 20.09.40Bisogna superare le paure di essere ridicolo per ammettere le fragilità, probabilmente, ma non me ne frega nulla, sapete, ci sono abituato.
Le maschere indossate non rimangono dentro, ti aiutano solo a sopportare gli sguardi.
E le assenze degli stessi.

Mi trovo a piangere spesso, nell’ultimo periodo, ma non per accadimenti dolorosi, a quelli reagisco in altri modi, o mi rifugio in un angolo senza finestre, nel vizio dell’ozio, nella stasi del nulla.
Piango se vedo i ragazzi esplodere in atti di bellezza, che siano voci che ricamano musica, o mani che carezzano i visi , o ancora e soprattutto se acchiappano il futuro, e la gioia che mi donano queste cose si scioglie nel pensiero che non ho più quegli anni, le improbabili equazioni di ore che si svolgono per cercarne altre.

Mi sono arreso ai giorni, gli anni, le stanche ritualità delle ripetizioni, unico uscio le pagine di libri, per il resto pareti bianche.

Se ne parlo, qualcuno crede che sia un urlo, un lamento, una richiesta di aiuto, una mano sulla spalla; no, non ne chiedo e ne voglio, lasciare andare me stesso, è quello che chiedo, lasciarmi andare senza idee e programmi, responsabilità e debiti di cure, anche quando non riesco a farlo.

Io ho visto me stesso più di quanto lo abbiate fatto voi tutti, e so di avere vissuto, camminato, amato, osservato, inseguendo vita, cammini, amori e immagini.

Cado nel passato, mi distruggo con le comparazioni, mi ferisco cercando di tornare a chi e a cosa.

Chiedo tregua, silenzio.

E se la nebbia si diradasse, allora vedremo.
Per ora non ho luci da accendere.

Percorsi

Fu immaginando una ricorrenza

priva di data di approdo

che il passato incise le arterie

scacciando battiti di presente

e allenando il futuro ad una corsa

affamata di sogni.

Come in un visionario dipinto

nel quale i pastelli confondono

i colori e le figure,

ecco il domani, ecco le strade piene

di curve e tornanti, salite ripide

discese vorticose,

a spiegare la vita senza badare

a cuori nel limbo.

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Forte dei Marmi

E’ un urlo muto la Versilia d’autunno

nei mercoledì piovosi, equidistanti perfettamente

dalle carovane fintamente allegre della domenica

e dalla speranza del sabato a venire,

quando gli apprendisti lasciano il camice

per indossare la maschera dell’allegria,

girando, bevendo, ansimando

appresso alle regine del cubo.

Si attende la nuova vertigine

tra vecchi immaturi appoggiati ai cofani di macchine smaltate

e voraci predatori di tempo, acquattati nei loro occhiali a specchio.

Presto ricomincerà la ruota, nel frattempo

si muore di solitudine.

 

Compagni

Ho osservato

(col privilegio del sale negli occhi)

i vostri/miei mesi

composti dai malanni

sbucati da tempi urlati in faccia al mondo,

laddove l’arma della tenerezza

combattè il potere.

Rimangono sorrisi incuranti

dei capelli radi,

ansiosi ancora del bisogno di futuro.

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Di oro e di silenzio.

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Fra tutte, rimaneva sola, in piedi,

trafitta all’altezza del cuore, secco come il colore d’autunno

eppure, resisteva, in qualche maniera contorta e ostinata.

Non per essere speciale, né per difetto di forma, almeno esteriore,

probabile che non potesse rinunciare a quel vezzo

che rimandava a tempi più versi, fioriture e improvvisi sbocciare

di linfa.

Fra tutto, attendeva il vento sordo al suo stare,

quel turbinio che l’avrebbe spazzata,

eppure

ancora non decideva di piegarsi .

Immagino che avrà gli occhi aperti,

un sorriso, un tentativo di parola,

quella che passa tra i fili di un prato

senza più fiori.

La luce del giorno indesiderato.

Adesso le parentesi si chiudono

in un tempo circolare che si contamina di fiaba e follia,

al riparo di una precaria stagione, calda e ricca di ghiaccioli

che irridono ad una inadeguata visione di se stessi.

Grammatica e algebra richiedono precisione, rime di undici sillabe

troppo difficili da ricordare, da imparare, da progettare.

Meglio fingere scioltezza, preservando una uscita di scena

da attore consumato, nel fisico e nella fantasia.

Di giorni perduti a rincorrere il vento

ha narrato chi tra due mari ha ricamato fiori,

a noi

resta solo il compito di fermarsi, spegnere l’udito,

privilegio di colui che smette di guardare,

di afferrare odori, di bruciare papille e immagini

che non si ripresenteranno se non

nella cruda consapevolezza dei ricordi.

Parentesi destra, e tutto si compie come nel mattino

che scaccia i soffi della notte, del riposo.

Della costruzione di castelli, di carta, sia chiaro.

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Susanna

Passando con la moto, ho guardato bene, senza trovare quello che la memoria mi suggeriva, container e tank al posto di un Baretto, un juke box, dei tavolini.

Eppure non era ieri che tremando detti il mio primo bacio?

Lei era di Firenze, la mia stessa età, cioè quella in cui le ragazze sono sempre molto più grandi, e quella distanza tra noi c’era tutta, io al quarto liceo ero così pieno di paure e inibizioni, di finte sicurezze, ma non sapevo nemmeno da che parte iniziare.
Susanna era stata in Francia dal ragazzo, e da qualche giorno era passata dai suoi, in vacanza a Bocca di Magra.
Nemmeno ricordo come, ma facemmo amicizia, e durante quei pochi giorni andammo al mare assieme, camminate sulla spiaggia, una sequenza di parole e di risate; l’idea che mi sfiorava lo stomaco, la sua sfacciata gioia.
I miei amici ridevano, si erano accorti della cosa, e mi sfottevano, non sapevo fare un passo avanti, arrivarono a dirle di saltarmi addosso, Susanna un pò rideva un pò si incazzava, non aveva bisogno della loro spinta, disse, non c’era nulla che non andasse.

Prendemmo il pattino, remai per lei, che mi guardava maliziosa, sorridendo alla mia timida erezione nell’osservarla mentre si levava il pezzo di sopra del bikini,  poi, chiusi gli occhi, sdraiata a prendere il sole, mentre con una mano mi sfiorava una gamba.

La volevo baciare, con tutto il mio desiderio, ma quella porta non ero capace di attraversarla, che figura avrei fatto se si fosse opposta alle mie labbra, in fondo dopodomani va via, mi raccontavo per trovare una scusa a me stesso, in fondo ha un ragazzo, e si fida di me.

Tornati a riva divenne silenziosa, mi salutò e tornò al suo lido, io rimasi sul bagnasciuga ad aspettare che venisse sera, senza il coraggio di sopportare le battute, le prese per il culo, nessuna altra parola.

La ritrovai al parcheggio, mentre stavo per prendere la mia misera 98 Gilera, in tempi di Vespa Primavera, immaginando di correre a perdifiato sullo stradone.
La guardai, guardai le sue labbra che mi ordinavano, stasera, al bar, alle 9, capito?

Si voltò, mentre stavo ancora annuendo, senza dire una parola, e se ne andò.

Misi i jeans chiari, larghi, quella sera dei primi anni 70, una maglietta, le scarpe da tennis, Superga blu, e corsi verso casa, verso le ora che sarebbero arrivate, verso quel juke box.

Arrivò con qualche minuto di ritardo, quelli bastanti a farmi impazzire di paura, poi di gioia, mi prese per mano, stringendola, mi portò verso il Baretto, e mi chiese cento lire per mettere un disco.
Ascoltammo prima Suzy 4, poi Baglioni, poi ci fu spazio solo per scappare verso il buio e baciarsi, senza freno, senza pensare, senza guardarmi da fuori, sentendo solo la sua mano che mi carezzava sopra i pantaloni, mentre la mia si affondava nella sua fica, scoprendo che era bagnata, e divorando i suoi ansimi.

Non lo so, quanto durò, non molto, doveva tornare dai suoi, e non ci fu altro che quel toccarsi e baciarsi con frenesia, e poi, il giorno dopo, quello dei saluti, mano nella mano,
baci senza fine, carezze e sorrisi, e quello stare in un attimo preciso, dove lei non sarebbe mai andata via, con l’assurda sensazione che non ci saremmo più visti.

E fu così, non seppi più nulla di lei, in un tempo nel quale esistevano solo le lettere e i telefoni a gettoni, non ci sentimmo mai più.

Sono sicuro che non si ricorderà più di quel ragazzo rosso, di quelle canzoni e di quei giorni.

Ma come in un film, li ho visti scorrere, dalla moto, in un giorno di settembre, tra un canneto e un deposito di gas, che, son sicuro, mi chiamavano ad un me stesso lontano.

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Fiore sfrontato

Sono alti e svettanti i girasoli,

persino nel loro inchino al Re che va al riposo

e contemporaneamente porgono il benvenuto

a Signora Luna (che possano vederne due non è dato di sapere).

Fragorosamente interrompono la compostezza

verde delle vigne,

ocra delle erbe riarse di luglio,

con una risata gialla ed un ammiccamento marrone,

siamo pronti alla esistenza così breve, sembrano dire,

per cui sghignazziamo alle ore.

Ne trae conforto il cuore,

improvvisamente messo di fronte

ad una bellezza che si ripeterà tra dodici mesi,

senza appello, senza scuse, senza clamore.

 

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Holy Children

 

Venti anni, e ti risuona nelle orecchie, accordi inconfondibili, attorno a te i capelli si allungano e il fremito del mondo si insinua nelle ossa, anche se sei in mezzo ad una strada sconosciuta hai la sensazione che quel percorso è tuo, dovevi esserci per forza, ora, nell’istante esatto nel quale la musica ti attraversa.

There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun

Venti anni, e hai in pugno la ribellione, mani che conoscono aste di legno e fazzoletti da usare per mascherare i connotati, brucia la voglia di parlare più forte, il desiderio di ottenere la tua parte di cielo, necessità e bisogni si mescolano con voglie e sorrisi, mio il pezzo di terra, nostra la pianta che assicura risa, vostre le facce buie e ringhiose, le mani disegnano segni di pace, le dita di vittoria, i pugni, chiusi, in alto, in tutto il mondo.

Well, I got one foot on the platform
The other foot on the train

Venti anche io, alla fine del muro, seduto tra cartacce e plastica, l’irreale nelle vene, la pace del limbo, e tutto scorre senza dolore, senza pensieri, sogni che avvelenano il cuore, attimi che rubano spazio alle ore, ripetizioni di spartiti scritti con unghia sporche, amaro masticabile, urla senza decibel, carne che si spenge, cuore rubato.
Oh mother tell your children
Not to do what I have done
Spend your lives in sin and misery
In the House of the Rising Sun

Venti e venti e venti, scirocco pazzo di sensi sfuggiti, e alle spalle il meglio della meglio gioventù, viaggi mai fatti, parole perdute, sogni divenuti quotidianità, il mondo su una barca che sfida le maree e l’odio, dove sei, siamo, fino a quando.

La musica è la stessa, però, la casa del sole nascente riecheggia, mai vuota sempre soffice da scoprire.
Well, there is a house in New Orleans
They call the Rising Sun
And it’s been the ruin of many a poor boy
And God I know I’m one

 

Viaggiatore

Acclarato che il passato abbia deciso di avere colori tono pastello,

e che il futuro abbia instaurato una viratura, grigia, che il seppia è abusato

si stabilisca, qui ed ora, che i presenti si dividano al bivio della metropoli.

Non voglio che la strada sia dritta,

datemi
la curva
la fiamma rossa
ha parole ridenti,
voglio sapere
se brucia o no.

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Chi è di scena

È finto questo sole che non riesce a illuminare,

molto più concrete le nubi che gli fanno da corona di spine:

ghignano nell’angolo attendendo il momento giusto

nel quale riversare il loro feroce contenuto,

perfettamente coscienti del potere di cui dispongono

[alcuni dicono sia di vita o morte, altri di parvenza di sogno]

entrano in scena ascendendo dal golfo mistico.

La rappresentazione prevede diversi atti, dei quali è ignota la durata,

non rimane altro che chinare il capo, e astrarsi nell’incoscienza,

contando i giorni che separano i minuti , quindici alla volta (del cielo).