Scivolare tra gli anni

Il giorno prima della fine dell’estate accade improvvisamente,
mentre il bambino sulla bicicletta sfoggia sulla schiena una canna di bambù, o meglio d’India, e la sfila dalla maglietta, guardando quasi imbarazzato, seppur sfrontatamente, chi passando lo osserva.

Non c’è resa al temporale che borbotta il suo arrivo, scavallando le Apuane, diretto verso il mare che lo attende mimetizzando il colore, camaleonte asserragliato sulla costa,
pronto alla difesa con onde irridenti.

Il bambino deve scegliere,
o forse sono i miei occhi che lo chiedono,
è un fucile, una lancia o una protesi, quel pezzo di legno fine,
che sfida le ore dirette alla fine delle luci di agosto?

Sarai moschettiere o pescatore,
forse difensore di trincee di giochi,
magari cercherai dentro di te un Hemingway che canta di Marlin inafferrabili,
correrai come Felice e il suo naso triste,
o cavalcherai Bucefalo
irrompendo tra olivi e dei dal piglio solenne?

Non mi è dato di sapere,
della saga osservo il passaggio, non posso cucirla sulla mia
dì così tanto tempo fa,
da farmi persino dubitare dei miei dieci anni,
della mia pistola e del cappello di cartone nero,
io Ranger della via Regina Bianca, solo sul balcone ad affrenare le ore che mi impartivano esilii.

Estate collosa che scivola tra le dita, sapore di anguria e profumo di pioggia nuova, pizzicore del mare e rughe accanto alle palpebre, e poi, domani, a scuola.

Signor Maestro, non ho avuto tempo di fare i compiti.

Annunci

Il mese numero sette

È uno stile di vita scorretto

ciò che posso offrire di me stesso,

orari senza lancette e piegature che non sono curve,

bensì viaggi nelle crepe del tempo

o direzioni senza meta,

quadri astratti immaginati da un seguace di Bacon,

e in più il silenzio delle forze

quando per sollevare un sipario si ricorre alle menti.

Trovai un gettone telefonico nell’istante

in cui abolirono le cabine,

salii su un rimorchio che era rimasto sul binario troncato,

inventai note perché fu stracciato il pentagramma

e cucii parole di senso incompiuto,

come ora che sosto in quella che il navigatore definisce

strada senza nome.

Ed è qui che sgrano il mio nome,

strappato a vecchie beghine superstiziose

e proclamo il mio stato libero

al sole di una serata di luglio, crudele e tenace.

Morsi accecanti

imageHanno già chinato il capo

senza il conforto della primavera

e la leggerezza richiesta, i girasoli.

Rinuncia obbligata, sopportata.

Imposta. Arresa. Chiusa. Muta.

Il clamore della estate si riversa

nella bocca che incide le braccia,

in un fegato abbandonato e abusato.

In un pacchetto accartocciato.

Guarda, figlio deriso, tutto questo

è tuo.

 

Ieri sera

C’è il buio della notte di prima estate,
i lampeggianti della polizia a caccia del peccato;
ci sono i catarifrangenti dei senegalesi in bici, il luccichio dei loro occhi spalancati.
C’è il rumore di onde maldestre, arricciate poco prima degli scogli, e, dalla parte opposta del viale,
due ragazze in vendita,
una alta, una meno,
per il resto uguali, entrambe ricamate nella loro missione dal clacson urlato da una golf nera lucente.
C’è la gola arida di desiderio e stanchezza, confusa di bollicine a 48 mesi, lieviti e fermentazione, vetri svuotati, leggere oscillazioni del corpo nel cammino.

Poi c’è una musica che ti esplode
esattamente tra lo sterno e il bacino, impietosa e gentile.

Si pensa a scollature della mente, si sceglie il bosco, si attraversa l’ennesimo incrocio, e si va.
Senza confini, si va.

 

Tradimenti necessari- Beppe

La Mauser luccicava, nera e pericolosa come uno scorpione, nelle mani del Buratti.
Pareva facesse pendant con il baffo sottile che sovrastava il ghigno feroce e canzonatorio del capo manipolo fascista, che lo stava osservando stravaccato con i piedi sulla scrivania.
Beppe era legato alla sedia, la camicia strappata, e gli occhi gonfi dalle botte dei suoi torturatori.
Le unghie dei pollici giacevano sul pavimento, strappati dalle tenaglie, il sangue colava dalle dita, e si mescolava con quello dei tagli che le lame gli avevano provocato sul torace.
– Menconi, non hai capito che se non parli ti ammazziamo ? –
Beppe non aveva né la forza, né il coraggio di rispondere, nemmeno con un cenno della testa.
Cercava di estraniarsi dal dolore, dalla puzza di piscio che proveniva dai suoi calzoni, dalle risate servili dei tre camerati che sottolineavano le parole di Buratti.
Pensava alla Vilma, che a quest’ora doveva per forza aver saputo della sua cattura, pensava alla paura che aveva di non ritornare a veder mattina, di non respirare più l’aria fresca delle cinque, alla sensazione di libertà che gli dava la bicicletta mentre correva verso il fondo del paese la sera dopo il lavoro.
Pensava ai suoi compagni sulla collina del Masèro, a Salvatore che lo aveva convinto a unirsi a loro, all’azione di qualche giorno prima, quando avevano ucciso due tedeschi che tornavano al comando di Sarzana.
Alla frenesia, all’eccitazione, all’amaro in bocca che gli aveva dato mettere il dito sul grilletto e sparare, vedere il sidecar lasciato a se stesso, virare verso il bordo della strada, con i corpi inerti e spezzati a fare da contorno.
Andava fatto, si era fatto, e la reazione dei nazisti era stata feroce, case bruciate, uomini arrestati e portati in caserma, donne picchiate e violentate.
Si mormorava dell’arrivo di un battaglione destinato ai rastrellamenti, la paura in paese era diventata spessa come il piombo.
Lui si era nascosto dove Salvatore gli aveva ordinato, una notte e un giorno nella cascina del Furia, solo dopo trentasei ore ne era venuto fuori.
Ma appena arrivato al paese, non aveva nemmeno fatto in tempo a capire, solo una botta sulla testa.
E quando si era svegliato, era già legato sulla sedia.

Il Mazzoleni gli si avvicinò, con la tenaglia in mano.
Dio, ancora le unghie, no, non ce la faccio, pensò Beppe, dio, no.
– Menconi, facciamo così. La tua puttana non vede l’ora che qualcuno la vada a consolare.
Ora Mazzoleni ti strappa i coglioni, glieli porta, e poi la consola lui, che ne pensi ? -.
Il fiotto di diarrea scese improvviso, il terrore ormai era padrone del suo corpo, un corpo che non gli rispondeva più. Mormorare, no, vi prego, fu l’impresa più difficile di tutta la sua vita.
Sentì ancora le risate attorno a sè, il capo chino a inghiottire lacrime.

Parlò.
Parlò ancora. E poi ancora.
Poi lo buttarono fuori, in mezzo alla strada, come un sacco di spazzatura.

Non capiva se fosse la vergogna o il dolore, a impedirgli di rimettersi in piedi.
Un cane randagio venne a leccargli la faccia, Beppe si strinse a sé, in preda al panico.
-Mandatelo a casa, che si sappia così che è stato lui a tradire i suoi amici banditi.- era stato l’ultimo dileggio.
Cominciò a trascinarsi verso il fondo del paese, poi si tirò su, iniziò a camminare, poi a correre.
La Vilma era fuori dalla porta, piena di lividi, la gonna strappata. Ma viva.

Il paese viveva nell’attesa del rastrellamento, gli uomini erano scappati in montagna, le donne avevano portato i bambini dal prete, solo i vecchi si tenevano seduti in casa, lo sguardo fisso verso i ricordi, la testa fiera nel presidio.
Erano trascorsi tre giorni.
Il Buratti e i suoi camerati avevano radunato il manipolo intero, ed erano saliti in collina, il Masèro viveva di presenze nascoste.
Ma nessuno aveva sentito nulla, né erano ancora tornati.
Beppe non ce la faceva più.
Il rimorso gli triturava lo stomaco, le ferite della carne erano quasi un palliativo contro di quelle dell’anima.
Lasciò la Vilma nel letto, e inforcò la bicicletta.

Alla curva del Cucco la buttò per terra e cominciò la salita, verso il nascondiglio dei suoi compagni.
Si vedevano le tracce del passaggio dei fascisti, s’intuivano le loro facce bavose del sangue, si respirava l’odio.
Lui masticava l’odore del piscio che non l’aveva abbandonato.
Nulla, non c’era null’altro.
Non una traccia di sangue, non un proiettile conficcato in un albero.

Salvatore era seduto sul masso bianco, una cicca spenta nella mano, l’altra appoggiata sulla roccia a tener qualcosa.
Beppe si fermò, indeciso tra la gioia e la vergogna.
Osservò la mano del partigiano alzarsi, la Mauser stretta tra le dita.
Salvatore sorrise, e disse:
– Scusa, Beppe, ma eri l’unico che poteva cedere, l’unico di noi che aveva qualcosa per non morire.
L’unico che poteva crollare, e farceli arrivare qua, dove li aspettavamo.-
Beppe stentò a capire, poi, seguendo lo sguardo di Salvatore vide il gruppo dei fascisti ammassato sul crinale, finiti a colpi di coltello.

La rabbia gli offuscò il cuore, fece per scagliarsi contro il suo amico.
Poi, si fermò, capendo, quanto il suo tradimento, e l’essere a propria volta tradito, fosse stato necessario.

L’allieva.

Pausa riprendi pausa più piano
v   a  i   p  i  ù   p  i  a  n  o
non temere di annoiare
ricorda il tempo del cuore
seguilo per non inciampare
dona la tua voce al sordo,
presunto tale.

Il balcone del lago prevedeva
il battito del tuo sorriso furbo,
e gli occhi ridenti,
nel rimbalzo dell’apprendimento;
ed io mescolavo orgoglio al tempo
non sottratto all’amore
e consegnato al per sempre.

Vai piano p i ù  p i a n o
la mia unica arma per sconfiggere
la presenza in fondo alla sala
il fine spettacolo che io chiamo
arroganza e tu futuro
che sia, dicono le mie mani,
nello scandire il ritmo.

Ci sono stazioni nelle quali
il binario di scambio si chiama
pensiero,
diramazioni per ricordi
che affronteranno il Sud
tra un sapore perduto
ed un altro impertinente,

e allora vai piano respira
riprendi pausa riprendi
e detta tu ora il giorno
scansando il buio del
t/imore.
V a i p i ù p i a n o
canta meglio del vecchio maestro.

Mai più. https://word-social-forum.com/2019/04/16/giovani-prospettive-omaggio-di-parole-a-nynewe/

56384114_2074885602593901_1865395775161237504_n

Aspetta, non è ancora
il momento, ti voglio
osservare mentre
implori
il dio a cui non credi,
pentito solo di essere
tra le mie mani
assassine,
ma non di averle rese
tali a furia di umiliare il
mio corpo.
Eri raggiante di potere
quando mi facevi male
e mi sputavi negli
occhi,
quando il tuo sperma
era il solo cibo a me
concesso, e l’urina la
solo bevanda,
ridevi di me, ferma
immobile sotto i tuoi
occhi ferini.
Mai più

Berrò il tuo sangue,
invece, mi ciberò del
tuo cuore per vomitarlo
in un cesso,
e domani, già domani,
non sarai mai esistito,
mai più.

Aprile.

Siamo vittime della stessa sostanza,
quel veleno che ci inocularono dagli occhi
e che pervase le nostre lingue aride.
Oscillando tra veglie e fughe
ci chiediamo, e tu, come stai,
quasi fossimo sotto una lampada Osram,
mentre la luce che ci coglie a sprazzi
ha lo stesso colore di una parrucca gialla.
Irrompe il fiume e straripa nella
immaginazione al contrario,
quella che cerca di ricostruire il viaggio
dai quartieri Spagnoli fino ad Isola.
Aprile verrà, ripeti, sarà primo vero.

Bang Bang

In questa atmosfera di
legittima difesa
si spara senza tregua
col sorriso sulle labbra
un po’ a casaccio, se vogliamo,
colpendo dritto al cuore.
Tura il naso o tira fuori le palle
è il consiglio prediletto,
come se bastasse rispondere
o praticare l’indifferenza.

Confesso,
sono malandrino senza aurea,
me lo insegnò la strada,
e per anni lo ho dimenticato.
Grazie per l’opportunità di riparare
al bene che ho versato,
mi curerò di tramutarlo in un
fuoco al petto.

25420C32-862C-4868-8122-622AEBC4161F.jpeg

 

Senza colori

 

IMG_7010

Vorrei strappare con i denti quei fili
che narrano di una mancanza All In,
destinato all’oblio da tempi inutili,
gesta inutili,
parole inutili.

Vorrei essere quel mare d’agosto che non ha confini,
liberare le gambe da questa pozzanghera,
scappare nel porto di Monopoli,
dove le lingue si intrecciavano e le ombre erano
a ridosso della mia mano.

Vorrei un sonno così agitato da non poter dormire,
strappare questo fegato che divora bile,
vorrei essere capace di saltare su un treno,
vorrei non essere me stesso, da sempre.

Vorrei tornare a quella notte
e implorare il dio minore che mi fu assegnato
di avere ali, e becco, e rostri.

Mani senza forze, occhi che inciampano,
ecco che rimane di colui che
un giorno scalò Minerva, sicuro di una rossa
stagione a venire.

Mi siedo sull’argine,
non ho altro da fare,
non ho altro da guardare.

Te lo ho promesso, ritroverò la fatica,
senza colori.

Tenere la notte

Non si dorme perché è un buon libro;
o forse è fame.
Magari, si magari il giorno che non si arrende alla notte, o piuttosto c’è (probabilmente)
l’ultimo camino dell’anno da accendere.
Pensieri, figure, sapori, parole,
ricordi e rimorsi, speranze e sparizioni,pruriti e pudori, minuziosi minuti scovati e sconfortanti,
e, sopra tutto questo,
la crudeltà della ragione.Al fuoco 🔥!

2092B5E1-C279-4E62-9187-10B60153DAFB.jpeg

La nausea

Si resta nella luce bianca dell’inverno che freme di primavera, lenta e sorda delle prossime tornate di milanesi che faranno a gara a pisciare sulle sabbie, come gatti che affermano la proprietà del territorio, mentre il fruscio delle banconote acceca gli stanziali, ingordi di stagioni che ricorderanno tra Mina e Agnelli, maglioni di cachemire che scivolano sulla battigia.

Al suono di un twist, appare la spider, rossa, di grazia.

Il destino delle genti evade dai nomi delle frazioni, Poveromo via! Vittoria Apuana ingresso del paradiso, e poi chiasso, di più, mentre la mia nausea si spegne solo con una birra, e ancora, e poi.

Andiamo, figli delle cave, il disagio ci attende, vestiamocene, che Lenny Bruce racconterà di nuovi schiavi di cui abusare.6C583150-7EF9-433F-9998-4241490D7E26.jpeg

Limbo

WhatsApp Image 2018-11-14 at 20.09.40Bisogna superare le paure di essere ridicolo per ammettere le fragilità, probabilmente, ma non me ne frega nulla, sapete, ci sono abituato.
Le maschere indossate non rimangono dentro, ti aiutano solo a sopportare gli sguardi.
E le assenze degli stessi.

Mi trovo a piangere spesso, nell’ultimo periodo, ma non per accadimenti dolorosi, a quelli reagisco in altri modi, o mi rifugio in un angolo senza finestre, nel vizio dell’ozio, nella stasi del nulla.
Piango se vedo i ragazzi esplodere in atti di bellezza, che siano voci che ricamano musica, o mani che carezzano i visi , o ancora e soprattutto se acchiappano il futuro, e la gioia che mi donano queste cose si scioglie nel pensiero che non ho più quegli anni, le improbabili equazioni di ore che si svolgono per cercarne altre.

Mi sono arreso ai giorni, gli anni, le stanche ritualità delle ripetizioni, unico uscio le pagine di libri, per il resto pareti bianche.

Se ne parlo, qualcuno crede che sia un urlo, un lamento, una richiesta di aiuto, una mano sulla spalla; no, non ne chiedo e ne voglio, lasciare andare me stesso, è quello che chiedo, lasciarmi andare senza idee e programmi, responsabilità e debiti di cure, anche quando non riesco a farlo.

Io ho visto me stesso più di quanto lo abbiate fatto voi tutti, e so di avere vissuto, camminato, amato, osservato, inseguendo vita, cammini, amori e immagini.

Cado nel passato, mi distruggo con le comparazioni, mi ferisco cercando di tornare a chi e a cosa.

Chiedo tregua, silenzio.

E se la nebbia si diradasse, allora vedremo.
Per ora non ho luci da accendere.

Percorsi

Fu immaginando una ricorrenza

priva di data di approdo

che il passato incise le arterie

scacciando battiti di presente

e allenando il futuro ad una corsa

affamata di sogni.

Come in un visionario dipinto

nel quale i pastelli confondono

i colori e le figure,

ecco il domani, ecco le strade piene

di curve e tornanti, salite ripide

discese vorticose,

a spiegare la vita senza badare

a cuori nel limbo.

89AC8A49-C42A-4F2B-BF82-77A8112AAE48.jpeg

 

Forte dei Marmi

E’ un urlo muto la Versilia d’autunno

nei mercoledì piovosi, equidistanti perfettamente

dalle carovane fintamente allegre della domenica

e dalla speranza del sabato a venire,

quando gli apprendisti lasciano il camice

per indossare la maschera dell’allegria,

girando, bevendo, ansimando

appresso alle regine del cubo.

Si attende la nuova vertigine

tra vecchi immaturi appoggiati ai cofani di macchine smaltate

e voraci predatori di tempo, acquattati nei loro occhiali a specchio.

Presto ricomincerà la ruota, nel frattempo

si muore di solitudine.