Viaggiatore

Acclarato che il passato abbia deciso di avere colori tono pastello,

e che il futuro abbia instaurato una viratura, grigia, che il seppia è abusato

si stabilisca, qui ed ora, che i presenti si dividano al bivio della metropoli.

Non voglio che la strada sia dritta,

datemi
la curva
la fiamma rossa
ha parole ridenti,
voglio sapere
se brucia o no.

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Chi è di scena

È finto questo sole che non riesce a illuminare,

molto più concrete le nubi che gli fanno da corona di spine:

ghignano nell’angolo attendendo il momento giusto

nel quale riversare il loro feroce contenuto,

perfettamente coscienti del potere di cui dispongono

[alcuni dicono sia di vita o morte, altri di parvenza di sogno]

entrano in scena ascendendo dal golfo mistico.

La rappresentazione prevede diversi atti, dei quali è ignota la durata,

non rimane altro che chinare il capo, e astrarsi nell’incoscienza,

contando i giorni che separano i minuti , quindici alla volta (del cielo).

Passa Tempo.

Mi sono riaddormentato sul divano, una mezz’ora fa, e ho sognato che eravamo al mare; tu venivi dalla tua spiaggia a trovarmi e ridevamo ci abbracciavamo scherzavamo piangevamo e ci baciavamo e camminavamo e ti facevo mille fotografie e mi raccontavi del tuo amore per Vit(torio) e poi c’erano i miei e i tuoi ed eravamo giovani e pure carini e io pure e mentre camminavamo sopra la spiaggia per un sentiero tapì roulant vedevamo passare uno squalo e poi in una casa diroccata a giocare a nascondino E tu tornavi alla tua spiaggia ed io cercavo un costume buono da indossare e ti venivo a trovare e dicevo a mia mamma è la ……. lei diceva è bella e l’Italia somigliava a quella dei miei diciassette anni ed eravamo tanto amici ed è un sogno durato trenta minuti e non so perché ma cazzo se era bello e se ridevi.

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Agosto.

Renato volse lo sguardo verso le nuvole che prepotentemente invadevano il confine tra mare e cielo, se ne sentiva la voglia di esplodere in acqua fredda fino dal tavolino che occupavano sulla terrazza ricavata sulla spiaggia, come se il pranzo che avevano consumato tra risate e pensieri, improvvisamente diventasse un pretesto per tenere il tempo a loro stessi, e il momento di sparecchiare fosse arrivato, ineluttabilmente.
I colori della fine di agosto spesso confondono le idee, a cavallo come sono tra il bisogno di fresco e un rimpianto delle sere in cui la dolcezza del clima invitava ad un ennesimo bicchiere, a inventare nuove parole che allontanassero il momento delle lenzuola sulle quali maledire l’insonnia.

Si guardarono senza dire nulla, le bocche camuffarono l’imbarazzo con un sorriso che aveva significati opposti, rimani, vado, ancora, basta, ricorda, dimentico, bisogno, liberazione.

Elena allungò le dita sul tavolo, in un gesto a metà tra presa e rilascio, poi tremò , le spalle danzanti in un ritmo breve e preciso, e si alzò, levandosi una inesistente briciola dal grembo, mentre i capelli ne nascondevano la bocca, di modo che Renato non potesse decifrare l’attimo che stava per fare ingresso su quella scena da riviera in disarmo.
Lasciata qualche decina d’euro sul piatto del conto, chiusero le porte del tempo, e pur se le mani si erano intrecciate, in una ricerca di fiati condivisi, fu come se una trincea dividesse le loro figure, nessuno sparo, nessuna resa, nessun vincitore era previsto in questo arrivederci, amore, ciao.

Quando giunsero all’auto, ci fu un momento di confusione e le braccia divennero artigli nei quali fissare le loro paure, ma agosto lo prevede, se per qualcuno è addio al sole, per un altro festeggia il benvenuto ai nuovi colori, e in quel preciso istante, tra mani che si trattenevano e labbra che fremevano, le grida dei bimbi che inseguivano un pallone fornirono una colonna sonora alla parola che non si dissero.

Più tardi, le fantasie di come avrebbe potuto cancellare quel giorno, si ruppero in un pianto muto, e Renato schiacciò l’acceleratore, spostando spazi che non si sarebbero riempiti di lei, mentre le gocce presero a investire il parabrezza.

Elena, in un vagone popolato esclusivamente dai suoi incubi, aprì un libro, restando in una frase che non riusciva a decifrare.

Agosto, d’improvviso si sente, e non ti lascia in pace.

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Da un Sudamerica cittadino

Nella recinzione dei tempi,

scanditi da un orologio sempre meno ricco di minuti,

si cerca di trasferire una parte di cuore

o, di quel che ne rimane necessariamente,

scevro dalle imprese quotidiane e da gesta notturne.

Dimmi della meccanica che consentiva sogni

e progetti accantonati in riva ad un lago,

approva, con un leggero chinare della chioma,

il ricordo della bambola di Cornell, di una misura

in un angolo pieno di luce, mentre,

il campo d’oro danzava dalla finestra.

Tenderemo le dita, tra un irreale pensiero e un banale percorso,

affinché le lancette non divengano spade

incaricate di ferirci, e, le ore si fermino, placide.

Gesta.

Ho imparato a tagliare il melone

nella maniera ordinata

in cui lo facevi tu

(fa parte del quadro di cui ho serbato

i colori pastello).

Dispongo con cura le fette

in un contenitore che mi inghiotte

con la sua narrazione muta.image.jpg

Istruzioni per l’uso

Si scelga se sottostare al composto, assoluto silenzio, dell’arma di distruzione di massa,

o immergersi nel fragore abbagliante di una granata, giusto per affinare il modo di evocare gli dei,

imbastendo un Olimpo nel quale la mela venga consegnata secondo canoni differenti da una bellezza feroce,

e attenersi scrupolosamente al bignami di vite sdrucite, ma con stile, sia chiaro.

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Si faccia giorno, se così deve essere.

Ora che l’equazione si è definita in un quaderno differente  ( del resto mai ho saputo risolvere l’operazione x+y/2, se non per la fortuna del principiante) mi scopro a frazionare il tempo, incidente di percorso compreso.

Vi sia chiaro, sessanta non sono i secondi, ma il battito di un cuore a riposo, o, più raramente dell’atleta sotto sforzo, ma che campione deve essere per superare di scatto le montagne, oppure affrontarle col piglio del passista basco.

Nel cercare il fondo del sole, inserisco mare e ricordi, deprivo il prossimo futuro della storia del ragazzo senza radici, senza luoghi costanti, senza dialetti nel sangue.

Domani, domani, domani.

Il dopo non è affar mio, lasciatemi la via di fuga ridente, e tornate al bicchiere, alla salute, compagni miei, alla prossima curva su questa strada che non conosco ancora.

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Le ventiquattro ore.

È vero, fisso sempre lo stesso sole, ogni mattina

come la stessa luna quando le luci vanno a dormire,

confesso, ne rimango incantato, mi catturano

in una dimensione  talmente dolce da farmi dimenticare

quanto di selvaggio sia in me.

Brucia, talvolta, la stella del giorno, ma è nulla, infinitamente

nulla rispetto al calore di ogni istante.

La Luna si sdoppia, in qualche momento, e se pur bianca

non mi riesce mai algida.

Osservo, catturo con scatti che stanno tra il felino e la carezza

e non ascolto quel fruscio indistinto che mi insinua la fuga

per il semplice motivo che Sole e Luna

incoronano il mondo, come dovrebbe, come è.092BF960-08DD-45F0-9624-84215E9C8AAD

Cambio

È un modo preciso, quello con cui si presenta Dicembre:

la neve bassa sui colli, un biancore accecante,

cumuli di nubi che sembrano avvisarti di un incerto presente,

e stracci di azzurro in fondo alla strada, più ti avvicini meno ti avvolgono, come

promesse di un nitore a venire, rigide regole con le quali la vita si difende

dalle follie della mente.

Posso, di grazia, attendere nel mio angolo preferito?

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Autostrada

Ha un assurda esortazione di puntualità

questa mezzeria intervallata come secondi

scanditi dal orologio lunare.

Destra stasi, sinistra sorpasso:

il nastro nero si srotola di fronte alle mie mani

che giocano sul volante, ai miei occhi

schermati Zeiss, per afferrare il barlume di luce,

al mio cuore, in attesa del passato.

Respiro catrami di differenti provenienza

necessaria medicina del pensiero,

e conto, cartelli verdi, luci rosse, fari abbaglianti,

le mie perdite di velocità, il divenire della sera,

ed infine mi fermo ad assaporare il nero delle stelle.E6ADD0C4-3CE8-48E5-9BFD-53E030E4A134

Autoritratto

Preferisco il dio del marciapiede a quello esclamato da rintocchi di campane, intendimi bene, il tremore delle labbra commosse dalla visione della mano immobile sporca, fredda, che non chiede, né si pone, ma rimane solamente semiaperta, nella attesa di un miracolo composto da pane e pane.

Ho ricamato le mie sette vite nel insegnamento di Genet, abusato della notte senza indulto fatta dalla sostanza stessa del sogno psichedelico, respirato il freddo di una mattina a Stintino, ascoltato lingue come fossero canzoni, osservato visi di donne i cui occhi frugavano nel buio, e detto, parlato, esclamato, urlato, contrapposto, ragioni di cui non ricordo il motivo, io, incoerente scimmia evoluta nel opponibilità del pollice, la mia coda mutata in paglia, la mia paura di uno specchio in cui non voglio riflettermi, impossibile da attraversare, e sputato sentenze, e consigliato rimedi mal conosciuti, per sentire queste ossa, questa carne , questo senso.

Se dovessi, potessi, estrarrei il mio cuore dal petto, io so che mi guarderebbe attonito senza riconoscermi, e chiederei a quello che volevo divenire, cosa ne faccio di te, oggi che gli anni si sono talmente accumulati nel fegato, cosa sarà di me le prossime ore, se volessi finalmente cedere il controllo di ciò di cui non dispongo.

Sogna, mi dissero, e lo feci, dio se sognai forte, se sorrisi alla visione di un me stesso sicuro di sé, privo della paura di non essere visto dal mondo, io, senza sangue blu da proporre, io, ancora in piedi quando tutto giace, io che mi lascio a bui così oscuri che  desidero la tenebra per rischiararmi, e vorrei essere meno, o più, o altro, o qualche, o quello e questo, ma torno a me, mi trovo, e voglio levare quel cartello che mi dichiara: strada senza uscita, ragazzo.

Io che ancora sogno capelli e forze che non ho in dotazione, e salti e danze di cui non sono capace, io che mi dico è tutto qui, senza punto di domanda.

Fuoco, fumo, cenere, mi accompagno sul asfalto, vendetta della solitudine sulla libertà, alzo lo sguardo, ti vedo cielo, vi vedo lune, ti rido in faccia sole, terra, aspetta,  non è ancora il tuo turno di mettermi in catena, io sono il mille e non più mille, io tendo la mano.

Dio del marciapiede, cammino al tuo fianco, ancora, ancora un po’  un altro po’.

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metro/poli

Keep on right

dice la voce metallica che chiude lo spazio temporale

di un viaggio modulato dal microfono

e le immagini di piedi affrettati e

odori di ruggine e

pensieri rumorosi e

impermeabili cuori e

soldi fretta preoccupazione e

ferraglia che si scatena come tuono e

chiuse le porte attaccati ad uno sguardo perduto di una solita mattina

fine.

Il pugile.

Il jab era prevedibile, ma non aveva avuto la forza di scansarsi per tempo.

Da qualche minuto le gambe non rispondevano all’ordine di saltellare, la danza si era trasformata in un trascinarsi, sicuramente il sangue che offuscava l’occhio destro non aiutava a  riprendere il filo della situazione, il naso era gonfio, le mani solo dolore, il costato gli urlava ad ogni colpo ricevuto.

Lo vide partire, lo accettò sul suo mento come una giornata di pioggia, ne sentì il fragore sulle mandibola, ebbe la netta e liberatoria sensazione di poter scivolare a tappeto per rifugiarsi tra le braccia di 10 secondi contati dall’arbitro.

Mentre cadeva lo vide, sorriso beffardo e sguardo cupo.

Odio negli occhi, rabbia nel cuore.

1/

Dio quanto è morbida questa terra, questo pavimento quadrato unico rifugio dal turbinio di colpi inferti e ricevuti, unico muro senza mattoni dove si può restare immobili senza temere le urla e gli insulti del pubblico, le sue mani che sembra ti scavino  dentro, il suono assordante di tutti gli istanti in cui ho corso per chiedere fiato ai miei polmoni svuotati, al mio fegato incapace di filtrare le tossine.

2/

Tu aspettavi che arrivassi per regalarmi il sorriso di chi ha pazienza e buon odore, ti guardavo scendere le scale, aprire il portone e dedicare ancora una parola ai colleghi, poi mi cercavi con gli occhi leggermente socchiusi, il dono che la natura ti ha fatto per renderti più bella ancora, io ridevo dentro di me, nascosto da un albero, aspettando che ti cogliesse la prima irritazione della mancanza di precisione, qui, ora, sempre, con me.

3/

Conta maledetto, sei arrivato alla mia curva senza sbocco, ridi tra il boato di chi attende la resa e la delusione che fa di me uno straccio, la mano si muove a pregare più tempo, le gambe implorano tregua, la lingua carezza i denti, io dalla mia trincea di polvere, ti spio, a metà tra orgoglio sconfitta.

4/

Mi toccavi il volto gonfio ed arrivavi a quell’angolo di cuore che non sapevo di avere, ti guardavo mentre guidavo, tu fissavi la strada, poi ti impadronivi della mia mano per farne il necessario seguito della tua, io restavo nel mezzo di un tempo sempre troppo veloce, perennemente tiranno, ha sempre vinto lui, per quanto corrressimo immobili nel silenzio che componeva la musica perfetta delle ore.

5/

Non voglio, non posso, lasciate che la mia conta divenga eternità, che volete da me, ho donato il mio ieri per riscattare il futuro, cosa pretendete, io non sono campione, non voglio trofei, non chiedo nulla, che la pace e il buio divengano il mio spazio, omnia secula seculorum.

6/

La prima volta fu sonno e canto di allodole, terra ocra e vino rosso, neroli e binari, banchi di libri e carne, misuravo il mio stupore nella tua malinconia, le mie forze nel profondo dei tuoi occhi, corri, ragazzo, corri, non consentire che gli anni ti raggiungano, corri veloce, ti aspetta il combattimento, l’avversario ti farà a fettine,se non corri, ragazzo, corri, fuggi in avanti, tocca la cima Altissima, arriva dove mai avresti immaginato.

7/

Ho alzato un ginocchio, premo la pianta del piede sul tappeto del ring, fisso il mio avversario e sorrido, ha un espressione stupita, che sia fastidio o timore non mi è dato di saperlo, ma la sorpresa che prova vale tutto il mio sforzo, arbitro rallenta, almeno tu non rubarmi tempo, magari tu sii clemente con il mio destino, lascia che questi attimi rimanenti cibino il Cielo da conquistare, lei mi guarda, lei soffre il mio dolore, sia ricompensa questo atto di volontà, sia la porta che rimane aperta, la pozza che offre acqua, non quella che mi inghiotte, spingi giù, piede dannato, forza il corpo, dai midollo alla mia schiena.

8/

Vita ci hai preso, siamo tuoi servi, terra ci hai accolto, prendi i nostri doni, lune ci illuminate, rendici chiaro il cammino, bocche cantate, colli sporgetevi, orecchie apritevi, noi festeggiamo la bellezza di essere puntini, il rigore di non vendere i sogni, la fatica di restare accanto alla sofferenza, il bisogno di vivere a scapito delle scommesse di biscazzieri in palandrana e cocchio di cavalli neri, noi chiediamo a te, Vita, che oggi ieri e domani si fondano assieme.

9/

In piedi, le urla, i gesti di gioia, il momento in cui tutto il dolore provato si trasforma in consapevolezza di essere uomo. Combatti, la fine è ancora da scrivere.