Gesta.

Ho imparato a tagliare il melone

nella maniera ordinata

in cui lo facevi tu

(fa parte del quadro di cui ho serbato

i colori pastello).

Dispongo con cura le fette

in un contenitore che mi inghiotte

con la sua narrazione muta.image.jpg

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Istruzioni per l’uso

Si scelga se sottostare al composto, assoluto silenzio, dell’arma di distruzione di massa,

o immergersi nel fragore abbagliante di una granata, giusto per affinare il modo di evocare gli dei,

imbastendo un Olimpo nel quale la mela venga consegnata secondo canoni differenti da una bellezza feroce,

e attenersi scrupolosamente al bignami di vite sdrucite, ma con stile, sia chiaro.

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Si faccia giorno, se così deve essere.

Ora che l’equazione si è definita in un quaderno differente  ( del resto mai ho saputo risolvere l’operazione x+y/2, se non per la fortuna del principiante) mi scopro a frazionare il tempo, incidente di percorso compreso.

Vi sia chiaro, sessanta non sono i secondi, ma il battito di un cuore a riposo, o, più raramente dell’atleta sotto sforzo, ma che campione deve essere per superare di scatto le montagne, oppure affrontarle col piglio del passista basco.

Nel cercare il fondo del sole, inserisco mare e ricordi, deprivo il prossimo futuro della storia del ragazzo senza radici, senza luoghi costanti, senza dialetti nel sangue.

Domani, domani, domani.

Il dopo non è affar mio, lasciatemi la via di fuga ridente, e tornate al bicchiere, alla salute, compagni miei, alla prossima curva su questa strada che non conosco ancora.

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Le ventiquattro ore.

È vero, fisso sempre lo stesso sole, ogni mattina

come la stessa luna quando le luci vanno a dormire,

confesso, ne rimango incantato, mi catturano

in una dimensione  talmente dolce da farmi dimenticare

quanto di selvaggio sia in me.

Brucia, talvolta, la stella del giorno, ma è nulla, infinitamente

nulla rispetto al calore di ogni istante.

La Luna si sdoppia, in qualche momento, e se pur bianca

non mi riesce mai algida.

Osservo, catturo con scatti che stanno tra il felino e la carezza

e non ascolto quel fruscio indistinto che mi insinua la fuga

per il semplice motivo che Sole e Luna

incoronano il mondo, come dovrebbe, come è.092BF960-08DD-45F0-9624-84215E9C8AAD

Cambio

È un modo preciso, quello con cui si presenta Dicembre:

la neve bassa sui colli, un biancore accecante,

cumuli di nubi che sembrano avvisarti di un incerto presente,

e stracci di azzurro in fondo alla strada, più ti avvicini meno ti avvolgono, come

promesse di un nitore a venire, rigide regole con le quali la vita si difende

dalle follie della mente.

Posso, di grazia, attendere nel mio angolo preferito?

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Autostrada

Ha un assurda esortazione di puntualità

questa mezzeria intervallata come secondi

scanditi dal orologio lunare.

Destra stasi, sinistra sorpasso:

il nastro nero si srotola di fronte alle mie mani

che giocano sul volante, ai miei occhi

schermati Zeiss, per afferrare il barlume di luce,

al mio cuore, in attesa del passato.

Respiro catrami di differenti provenienza

necessaria medicina del pensiero,

e conto, cartelli verdi, luci rosse, fari abbaglianti,

le mie perdite di velocità, il divenire della sera,

ed infine mi fermo ad assaporare il nero delle stelle.E6ADD0C4-3CE8-48E5-9BFD-53E030E4A134

Autoritratto

Preferisco il dio del marciapiede a quello esclamato da rintocchi di campane, intendimi bene, il tremore delle labbra commosse dalla visione della mano immobile sporca, fredda, che non chiede, né si pone, ma rimane solamente semiaperta, nella attesa di un miracolo composto da pane e pane.

Ho ricamato le mie sette vite nel insegnamento di Genet, abusato della notte senza indulto fatta dalla sostanza stessa del sogno psichedelico, respirato il freddo di una mattina a Stintino, ascoltato lingue come fossero canzoni, osservato visi di donne i cui occhi frugavano nel buio, e detto, parlato, esclamato, urlato, contrapposto, ragioni di cui non ricordo il motivo, io, incoerente scimmia evoluta nel opponibilità del pollice, la mia coda mutata in paglia, la mia paura di uno specchio in cui non voglio riflettermi, impossibile da attraversare, e sputato sentenze, e consigliato rimedi mal conosciuti, per sentire queste ossa, questa carne , questo senso.

Se dovessi, potessi, estrarrei il mio cuore dal petto, io so che mi guarderebbe attonito senza riconoscermi, e chiederei a quello che volevo divenire, cosa ne faccio di te, oggi che gli anni si sono talmente accumulati nel fegato, cosa sarà di me le prossime ore, se volessi finalmente cedere il controllo di ciò di cui non dispongo.

Sogna, mi dissero, e lo feci, dio se sognai forte, se sorrisi alla visione di un me stesso sicuro di sé, privo della paura di non essere visto dal mondo, io, senza sangue blu da proporre, io, ancora in piedi quando tutto giace, io che mi lascio a bui così oscuri che  desidero la tenebra per rischiararmi, e vorrei essere meno, o più, o altro, o qualche, o quello e questo, ma torno a me, mi trovo, e voglio levare quel cartello che mi dichiara: strada senza uscita, ragazzo.

Io che ancora sogno capelli e forze che non ho in dotazione, e salti e danze di cui non sono capace, io che mi dico è tutto qui, senza punto di domanda.

Fuoco, fumo, cenere, mi accompagno sul asfalto, vendetta della solitudine sulla libertà, alzo lo sguardo, ti vedo cielo, vi vedo lune, ti rido in faccia sole, terra, aspetta,  non è ancora il tuo turno di mettermi in catena, io sono il mille e non più mille, io tendo la mano.

Dio del marciapiede, cammino al tuo fianco, ancora, ancora un po’  un altro po’.

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metro/poli

Keep on right

dice la voce metallica che chiude lo spazio temporale

di un viaggio modulato dal microfono

e le immagini di piedi affrettati e

odori di ruggine e

pensieri rumorosi e

impermeabili cuori e

soldi fretta preoccupazione e

ferraglia che si scatena come tuono e

chiuse le porte attaccati ad uno sguardo perduto di una solita mattina

fine.

Il pugile.

Il jab era prevedibile, ma non aveva avuto la forza di scansarsi per tempo.

Da qualche minuto le gambe non rispondevano all’ordine di saltellare, la danza si era trasformata in un trascinarsi, sicuramente il sangue che offuscava l’occhio destro non aiutava a  riprendere il filo della situazione, il naso era gonfio, le mani solo dolore, il costato gli urlava ad ogni colpo ricevuto.

Lo vide partire, lo accettò sul suo mento come una giornata di pioggia, ne sentì il fragore sulle mandibola, ebbe la netta e liberatoria sensazione di poter scivolare a tappeto per rifugiarsi tra le braccia di 10 secondi contati dall’arbitro.

Mentre cadeva lo vide, sorriso beffardo e sguardo cupo.

Odio negli occhi, rabbia nel cuore.

1/

Dio quanto è morbida questa terra, questo pavimento quadrato unico rifugio dal turbinio di colpi inferti e ricevuti, unico muro senza mattoni dove si può restare immobili senza temere le urla e gli insulti del pubblico, le sue mani che sembra ti scavino  dentro, il suono assordante di tutti gli istanti in cui ho corso per chiedere fiato ai miei polmoni svuotati, al mio fegato incapace di filtrare le tossine.

2/

Tu aspettavi che arrivassi per regalarmi il sorriso di chi ha pazienza e buon odore, ti guardavo scendere le scale, aprire il portone e dedicare ancora una parola ai colleghi, poi mi cercavi con gli occhi leggermente socchiusi, il dono che la natura ti ha fatto per renderti più bella ancora, io ridevo dentro di me, nascosto da un albero, aspettando che ti cogliesse la prima irritazione della mancanza di precisione, qui, ora, sempre, con me.

3/

Conta maledetto, sei arrivato alla mia curva senza sbocco, ridi tra il boato di chi attende la resa e la delusione che fa di me uno straccio, la mano si muove a pregare più tempo, le gambe implorano tregua, la lingua carezza i denti, io dalla mia trincea di polvere, ti spio, a metà tra orgoglio sconfitta.

4/

Mi toccavi il volto gonfio ed arrivavi a quell’angolo di cuore che non sapevo di avere, ti guardavo mentre guidavo, tu fissavi la strada, poi ti impadronivi della mia mano per farne il necessario seguito della tua, io restavo nel mezzo di un tempo sempre troppo veloce, perennemente tiranno, ha sempre vinto lui, per quanto corrressimo immobili nel silenzio che componeva la musica perfetta delle ore.

5/

Non voglio, non posso, lasciate che la mia conta divenga eternità, che volete da me, ho donato il mio ieri per riscattare il futuro, cosa pretendete, io non sono campione, non voglio trofei, non chiedo nulla, che la pace e il buio divengano il mio spazio, omnia secula seculorum.

6/

La prima volta fu sonno e canto di allodole, terra ocra e vino rosso, neroli e binari, banchi di libri e carne, misuravo il mio stupore nella tua malinconia, le mie forze nel profondo dei tuoi occhi, corri, ragazzo, corri, non consentire che gli anni ti raggiungano, corri veloce, ti aspetta il combattimento, l’avversario ti farà a fettine,se non corri, ragazzo, corri, fuggi in avanti, tocca la cima Altissima, arriva dove mai avresti immaginato.

7/

Ho alzato un ginocchio, premo la pianta del piede sul tappeto del ring, fisso il mio avversario e sorrido, ha un espressione stupita, che sia fastidio o timore non mi è dato di saperlo, ma la sorpresa che prova vale tutto il mio sforzo, arbitro rallenta, almeno tu non rubarmi tempo, magari tu sii clemente con il mio destino, lascia che questi attimi rimanenti cibino il Cielo da conquistare, lei mi guarda, lei soffre il mio dolore, sia ricompensa questo atto di volontà, sia la porta che rimane aperta, la pozza che offre acqua, non quella che mi inghiotte, spingi giù, piede dannato, forza il corpo, dai midollo alla mia schiena.

8/

Vita ci hai preso, siamo tuoi servi, terra ci hai accolto, prendi i nostri doni, lune ci illuminate, rendici chiaro il cammino, bocche cantate, colli sporgetevi, orecchie apritevi, noi festeggiamo la bellezza di essere puntini, il rigore di non vendere i sogni, la fatica di restare accanto alla sofferenza, il bisogno di vivere a scapito delle scommesse di biscazzieri in palandrana e cocchio di cavalli neri, noi chiediamo a te, Vita, che oggi ieri e domani si fondano assieme.

9/

In piedi, le urla, i gesti di gioia, il momento in cui tutto il dolore provato si trasforma in consapevolezza di essere uomo. Combatti, la fine è ancora da scrivere.

Vie di fuga

Sbrigate le commissioni, evasi i compiti,

si torna al salvifico dovere,

isola attutita nella quale numeri e chilometri annullano i bisogni.

Meglio respirare l’aria del non detto

che assistere al taglio delle strade;

lascia perdere il bruciore,

è un semplice effetto collaterale 

e come tale si cura con il gelo,

quello delle ossa e delle pupille.

Rapid eyes movement 

La strada era di sassi, da un crinale si immetteva direttamente sul balcone in pietra di una bar, da dove potevo osservare la costa del monte di fronte.

Ero con tre ragazze, giovani, mi conoscevano e mi prendevano scherzosamente in giro, per conto mio ascoltavo e piangevo di nascosto, ma se mi interrogavano del motivo, assumevo la faccia di un clown, riso forzato senza espressione.

Improvvisamente il vento ha iniziato a scuotere rami ed alberi, noi accovacciati sul balcone di pietra, io pensavo che se mi fossi messo alla guida questa volta non l’avrei scampata, meglio dormire lì, dovunque fossi, comunque stessi.

È un sogno, lo ho sentito sotto pelle, e non so quanto dolore riesca a cacciare fuori dalla mente.

Ma stamattina le foglie degli olivi mostrano il bianco, forma istintiva di avviso della pioggia imminente, il vento scuote le fronde, gli alberi ballano, le anime pogano come ad un riff dei Talking Heads, psycokiller, dentro lo stomaco.

Smetterò prima o poi di cercare tra le pieghe del domani, assestandomi sul guanciale del quotidiano, sentirò cessare il vento.

Viaggio

Poi ce ne andammo, lasciammo le impronte del vento

sulla peluria delle braccia, tra i capelli,

invisibili testimoni del nostro passaggio, bocche e naso spalancati,

poco in comune con il fiato di un pubblico ghignante,

un’impressione di mani sul muro bianco, cieco

con l’indifferenza di un fiume che seguita nel suo itinerario,

e

e sessanta non furono più sessanta,

semplice addizione di minuti voraci o immoti

ma la storia di due lune senza tempo

che tracciano un moto perpetuo d’altalene

 

 

Anni

Vi rimpiango passi sui sentieri in cui la fatica era appagata, braccia prive di paura del sudore, miei anni di notti esplorate e mattine dipinte solo di alba.

Vi ricordo farmi compagnia nella punizione dei pensieri assordanti, attorno ai miei occhi impotenti e alle grida di affermazione, confuso in folle cantanti e negli abitacoli di utilitarie colme di fumo e parole.

Vi attendo al varco del quadro in cui i colpi di pennello svaniscono, senza  divenire croste, valore senza prezzi e finzioni finali.

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Vitellozzi.

Mi sveglio presto in queste mattine. La caffettiera la preparo la sera prima, e, sfamato le bestie, mangio un paio di cose, di solito una fiesta, frutta, un paio di biscotti, che la mattina dice che bisogna nutrirsi, ma poi a mezzogiorno non è che salto sempre, ed insomma, la sera uno si deve pur rilassare e cenare per bene, una birra, qualcosa di freddo, ma se non c’è nulla in frigo due spaghi si fanno alla svelta, mentre guardo qualche cuoco sfigato sulla 8.

Perché racconti ste cose, qualcuno potrebbe dire.

Giusto. 

Sennonché stamattina mi trovo su Instagram l’avviso:

MARIKA VITELLOZZI HA INIZIATO A SEGUIRTI !

Frugo nella memoria fortemente corrosa dagli anni e dalle cinque della mattina, e cerco di ricordare se ho una conoscenza con questo nome.

Una che si chiama MARIKA con la K e VITELLOZZI di cognome me la dovrei ricordare, ma di Ceprano o della Ciociaria, da dove suppongo venga un accostamento del genere, conosco solo un tale che voleva portarmi nel suo bar alle 11 di sera e farmi sballare di brutto, nessuna donna.

Mi accorgo del pensiero un po’ razzista in fatto di genealogie ed eleganza stilistica anagrafica, e ripenso alle mie generalità, che manco il figliolo di Giovanardi e Ratzinger se le merita, mi metto in buon ordine mentale da uomo progressista e di sinistra qual sono, e apro la pagina Instagram per capire chi sia la signorina in questione.
Appena leggo le parole ITALIAN INFLUENCER, FASHION BLOGGER, FUTURE TRENDER, ed altre stronzate del genere ritorno immediatamente al mood cavernicolo e bestemmiando il mio caffè decido di esplorare meglio.

Seguita da 260000 persone, ne segue 462, ed io che sono tra quei fortunati già la sputo mentalmente. C’è un sito, vado a vedere chi cazzo sia.

Viene fuori una di vent’anni, che appena ti colleghi manda una mail in automatico dicendomi strasuperwow felice che tu sia andato a conoscerla, porella manco sa che epiteti mi stanno riportando alla mente i miei anni nelle case del popolo toscane e nei circoli arci liguri.

A parte lo stile burino che Manfredi quando lo interpretava era un aristocratico alla corte del Re Sole, come lei mi ci vestivo a vent’anni, quindi tra i ’70 e gli ’80, che Dio solo sa quanto abbiano devastato i nostri guardaroba, a parte quello dicevo, entro in archivio, e mi trovo consigli che vanno dalla fetta biscottata a quale tipo di pastiglia blu scegliere, dalla gabbia per canarini fino alle scarpe di tendenza, in pratica lo scintile umano disponibile su Donna Moderna, Cosmopolitan e Cronaca Vera messi assieme.

Ora io so sue cose: la prima logicamente che parlando della VITELLOZZI le faccio pubblicità e quindi alimento il perverso meccanismo voyeuristico di ognuno di noi ( ma del resto una che si chiama come il Monni in ” Non ci resta che piangere ” va capita )

La seconda che magari questa fa i soldi e si è inventata una cosa per sfangarla, e la mia è tutta invidia.

Ma capirete bene che alle 5 della mattina uno è giustificato se urla improperi al tablet davanti a ITALIANFASHIONBLOGGERTRENDER di sto paio di coglioni.
Per cui vi ho raccontato le mie abitudini mattutine, e se volete lasciare un 5 euri vi do l’indirizzo di casa, che almeno mi pago le multe di sto mese.

Grazie.