Se la risposta fosse ’42’ quale sarebbe la domanda sulla vita l’universo e tutto quanto?”

Il 3 di gennaio fu una data importante in quell’anno.

Fondamentalmente la più importante della sua vita, giacché vedeva la luce, nasceva, veniva al mondo, o come più vi piace dire.

I suoi genitori la aspettavano ormai da qualche anno senza più sperarci, dato che provavano ad avere un erede dal giorno in cui si erano sposati, ben otto anni prima.

Il padre era medico della mutua, la madre insegnava alle elementari, e il suo cruccio era di non potere vedere tra le facce sorridenti dei piccoletti cui spiegava come far di conto e che significato avessero quelle piccole macchiette d’inchiostro, che magicamente unite, creavano animali, persone, case e il resto del mondo.

Perciò, quando nel giugno di quell’anno, le nausee furono associate a un ritardo del ciclo, fu con tremore che lei si presentò alla visita ginecologica.

La stessa sera decisero che sarebbe stata femmina, e incuranti delle superstizioni, fecero una lista di oggetti, vestiti e nomi, tutti rigorosamente rosa.

Rosa nacque alle 18,25.

Nello stesso giorno i Beatles registrarono Me Mine, scritta da Harrison, e annunciarono lo scioglimento del gruppo.

Sarebbe cambiato qualcosa, se non fosse nata Rosa?

Di certo sappiamo che il padre di Rosa era stato collezionista dei dischi dei Fab Four, a dispetto di quello che si potrebbe pensare di un medico generico. Non fatevi ingannare dal suo paltò, né dalla scriminatura precisa che divide i suoi capelli corti, perché, esaminando bene le fotografie che lo ritraggono mentre accende una Stop, vi accorgerete che scrutando nel nero dei suoi occhi, appare ancora adesso una luce strana, come un riflesso in cui vi potete specchiare: la luce dell’inquietudine.

Né farete l’errore di classificare la madre di Rosa come donna accondiscendente. Anzi.

Nell’asilo comunale la guardavano con sospetto, per le sue bislacche teorie sullo stato di eguaglianza dei bambini, che fossero figli d’impiegati, di avvocati, di operai, o di nessuno.

Comunista, le bisbigliavano alle spalle, e lei, che comunista non era, ne rideva.

Che cosa ha che vedere tutto ciò con il quartetto di Liverpool?

Non abbiate fretta, cercate di tornare indietro al 1963, quando le prime note arrivate in penisola, venivano paragonate a un peppinodicapri qualsiasi.

Capirete da soli come un uomo avvolto dall’inquietudine, e una donna pregna di giustizia sociale, potessero essere disgustati da tutto ciò.

Negli anni del fidanzamento, seduti sotto il lampione che illuminava il portone della casa della nostra maestra, invece di sussurrarsi parole dolci, più di una sera i due complici di cuore pensavano e ragionavano su come riparare alle orrende critiche.

Scartati i capelli a caschetto di lui, per un’evidente mancanza del physique du role, e la minigonna per lei, pena l’infarto della nonna ottuagenaria, si risolsero a scrivere una lettera.

I buoni studi e l’ansia di sapere li avevano portati a frequentare la lingua inglese molto di più della media dei loro coetanei.

La missiva fu imbustata in un giorno del 1966.

Cosa contenesse, non è dato di sapere, ma a chi fosse rivolta, sì.

Il baronetto Paul Mc Cartney la aprì prima di mettersi in auto, e chi lo vide aprire la portiera giurò che ne fosse assai turbato, al punto di sgommare veloce, fuori dal vialetto della villa.

L’incidente che ne seguì, secondo alcuni fu mortale, secondo altri fu solo una diceria.

Fatto sta che se osserviamo la famosa foto di Abbey Road noteremo che la sigaretta che Paul tiene nella mano destra è una Stop.

Nella mano destra, badate bene, nonostante fosse mancino, e le Stop le fumassero solo in Italia.

L’altra cosa che riuscirete a notare, scrutando a fondo invece le foto dell’archivista, è che il sorriso sornione si era addolcito.

Cosa voglio trarre da tutto ciò?

Beh, facciamo un salto al 3 gennaio 2012.

Rosa compie quarantadue anni, sua figlia Allegra le porta la torta, zampettando sicura nelle sue ballerine quindicenni.

La maestra osserva la scena, sorridente. Si volta verso il marito, ancora oggi dotato di una luce inquieta.

Si osservano, direi con amore.

Squilla il telefono nella stanza accanto, lui sospira, la guarda ancora una volta, si alza e va a rispondere.

Dall’altra parte, nessuna parola, risuona solo una musica, un vecchio indimenticabile pezzo, che recita “ ACROSS THE UNIVERSE “.

Lui ascolta tutta la canzone, poi delicatamente appoggia la cornetta sul ricevitore, torna di là.

Per la prima volta lo sentiamo parlare, lei lo ascolta.

“ Quando Carlo ed io scambiammo le nostre vite, non avrei detto che sarebbe finita così.Tu eri innamorata di un uomo virtuale, lui dell’Inghilterra.Quando ti vidi la prima volta al Cavern, eri quasi una ragazzina, ma non ti riuscivo a levare dai miei occhi, dalla mia testa.

Il giorno che mi spediste quella lettera, con dentro la foto di Carlo, sentii che sarebbe stata l’ultima occasione.

Lui è diventato Sir, al posto mio, soldi, fama, e tutto il resto, io ho te, Rosa e Allegra.

Ma quella canzone,sarei mai riuscito a scriverla ?“.

E lei,risponde.

“ La risposta è qui, sotto i tuoi occhi.Questo è l’universo che io e te abbiamo creato “.

28 maggio 2012

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2 pensieri riguardo “Se la risposta fosse ’42’ quale sarebbe la domanda sulla vita l’universo e tutto quanto?”

  1. Bellissimo racconto ros. Poi mi viene la tenerezza di me che alle medie, come se non fossi già isolata a sufficienza, invece che urlare davanti ai videoclip dei take that, ascoltavo roba strana, roba vecchia, e soprattutto i Beatles. Leggevo le loro biografie, avevo i loro dischi e videocassette, diventavo più sola. Poi aggiungo che i me mine mi piace molto, e nel giro di due giorni è la terza volta che mi capita a occhi/orecchie. Grazie 🙂

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