Cerchi nell’acqua

Erano seduti già da almeno un’ora sulla riva dello stagno, che il nonno si ostinava a chiamare lago.
In verità Andrea lo considerava poco più di una pozza d’acqua, a spanne misurava giusto una trentina di metri per lato, a formare una polla i cui contorni erano disturbati dai cespugli che in parte lo rendevano inagibile alla pesca.
Però l’acqua era pulita, limpida, a volte, con la luce giusta diventava uno specchio nel quale le colline antistanti trovavano una seconda vita, bidimensionale.
Il nonno fumava la pipa, in silenzio, Andrea osservava il volo radente e disordinato degli insetti, ogni tanto si vedeva l’ombra beffarda di un pesce che si avvicinava lento alle lenze, e sembrava osservarle beffardamente, prima di saettare via, con l’aria di ridere dei tentativi di cattura.
Non era mai abbondante la pesca, nel lago, al contrario delle parole dei racconti del nonno, quando era in vena.
Non sicuramente quel pomeriggio, fatto di silenzi e attesa.

L’ombra della poiana coprì i raggi del sole, Andrea col naso all’insù ne seguiva le evoluzioni, ammirava la grazia e la potenza del rapace, immaginava come dovesse essere scrutare dall’alto le creature che scorrazzavano nel bosco, in procinto di essere afferrate per diventare cibo da destinare alla covata: l’atto di violenza trasformato in amore.

E’ un cerchio, quello che compie, disse all’improvviso il nonno, la figura perfetta prima della picchiata.
Il segno della vita che afferra la morte per farla diventare vita di nuovo.
Andrea colse l’amarezza stanca di quelle frasi, ma non ebbe il coraggio di chiederne il motivo.

Il vecchio si levò la pipa dai denti.
Vedi, Andrea, il cerchio, sembra una figura divina, non inizia e non finisce, avvolge e circonda, protegge e isola.
Se lanci un sasso nello stagno, se ne formano a decine, in un moto continuo che va oltre la nostra vista.
Ma se la pietra è pesante, si alza schiuma e l’immagine viene distorta, la forza diventa selvaggia e incontrollata, non sai dove si propagherà l’onda.

Andrea si azzardò a chiedere se questo era brutto.
Non necessariamente, rispose l’altro, la bellezza esiste se ne conosciamo i limiti, se il contrario si tocca con il definito.
Ammiri i cerchi nell’acqua perché sai che è difficile farli venire perfetti, la goccia che cade solitaria dal cielo ci piace di più del temporale che si scatena, ma sono una l’effetto e la madre dell’altro.
E’ così sempre, in tutto: il silenzio esiste solo lontano dal chiasso, che lo nobilita e ne trae linfa, il buio ha bisogno del chiarore del giorno per farsi vivo, il bambino dell’uomo che lo mette al mondo per diventare uomo a sua volta.
La morte della vita, per far sì che la seconda venga rispettata, nell’attesa e nel timore della prima.
L’amore dell’indifferenza.

Non dell’odio, nonno?
No, Andrea, dell’indifferenza, perché l’assenza di sentimento è la nemesi della considerazione dell’altro.
E quando provi indifferenza verso le persone o le cose, o gli accadimenti, non puoi amare nessuno, e prima di tutti te stesso.

Andrea stette a riflettere sulle ultime parole pronunciate, mentre la pipa ritrovava spazio tra i denti, un movimento leggero del polso ricordava alla canna da pesca quale fosse il suo mestiere, e gli occhi del vecchio parevano osservare un punto lontano in cui i colori si erano fatti improvvisamente più intensi.

Perché il nonno aveva voluto fargli quel discorso?

Andrea seduto sulla cima del monte, ripensava a quel giorno di venti anni prima, alla figura del nonno, che da piccolo aveva pensato eterna, e che il lago si era preso una notte d’inverno.

L’aquila volteggiava su di lui, la borraccia d’acqua non era mai stata così gustosa, l’aria mai così bella e pura da respirare.
Si commosse, pensando a quanto stesse accadendo nel silenzio attorno a lui.
Pensò alle giornate frenetiche in ufficio, alle corse in auto per rispettare gli impegni, alle chiacchiere vuote di ogni ora, alla noia mortale delle domeniche invernali, alla sua casa perfettamente pulita, al plasma trentadue pollici dal quale figure senza senso dettavano le regole del comune sentire, alla carta straccia nel suo cestino, alle urla della moglie, alla propria inutilità.

Il cerchio si compiva in quell’istante, tutto sarebbe girato di nuovo come in una pallina lanciata sulla roulette, 26, rouge, pair, vincita.

La discesa si annunciava felice.

cerchi-nellacqua

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