Tradimenti necessari- Beppe

La Mauser luccicava, nera e pericolosa come uno scorpione, nelle mani del Buratti.
Pareva facesse pendant con il baffo sottile che sovrastava il ghigno feroce e canzonatorio del capo manipolo fascista, che lo stava osservando stravaccato con i piedi sulla scrivania.
Beppe era legato alla sedia, la camicia strappata, e gli occhi gonfi dalle botte dei suoi torturatori.
Le unghie dei pollici giacevano sul pavimento, strappati dalle tenaglie, il sangue colava dalle dita, e si mescolava con quello dei tagli che le lame gli avevano provocato sul torace.
– Menconi, non hai capito che se non parli ti ammazziamo ? –

Beppe non aveva né la forza, né il coraggio di rispondere, nemmeno con un cenno della testa.
Cercava di estraniarsi dal dolore, dalla puzza di piscio che proveniva dai suoi calzoni, dalle risate servili dei tre camerati che sottolineavano le parole di Buratti. Pensava alla Vilma, che a quest’ora doveva per forza aver saputo della sua cattura, pensava alla paura che aveva di non ritornare a veder mattina, di non respirare più l’aria fresca delle cinque, alla sensazione di libertà che gli dava la bicicletta mentre correva verso il fondo del paese la sera dopo il lavoro.
Pensava ai suoi compagni sulla collina del Masèro, a Salvatore che lo aveva convinto a unirsi a loro, all’azione di qualche giorno prima, quando avevano ucciso due tedeschi che tornavano al comando di Sarzana. Alla frenesia, all’eccitazione, all’amaro in bocca che gli aveva dato mettere il dito sul grilletto e sparare, vedere il sidecar lasciato a se stesso, virare verso il bordo della strada, con i corpi inerti e spezzati a fare da contorno.
Andava fatto, si era fatto, e la reazione dei nazisti era stata feroce, case bruciate, uomini arrestati e portati in caserma, donne picchiate e violentate.
Si mormorava dell’arrivo di un battaglione destinato ai rastrellamenti, la paura in paese era diventata spessa come il piombo.
Lui si era nascosto dove Salvatore gli aveva ordinato, una notte e un giorno nella cascina del Furia, solo dopo trentasei ore ne era venuto fuori. Ma appena arrivato al paese, non aveva nemmeno fatto in tempo a capire, solo una botta sulla testa.
E quando si era svegliato, era già legato sulla sedia.

Il Mazzoleni gli si avvicinò, con la tenaglia in mano. Dio, ancora le unghie, no, non ce la faccio, pensò Beppe, dio, no. – Menconi, facciamo così. La tua puttana non vede l’ora che qualcuno la vada a consolare. Ora Mazzoleni ti strappa i coglioni, glieli porta, e poi la consola lui, che ne pensi ? -.
Il fiotto di diarrea scese improvviso, il terrore ormai era padrone del suo corpo, un corpo che non gli rispondeva più. Mormorare, no, vi prego, fu l’impresa più difficile di tutta la sua vita. Sentì ancora le risate attorno a sè, il capo chino a inghiottire lacrime.

Parlò. Parlò ancora. E poi ancora. Poi lo buttarono fuori, in mezzo alla strada, come un sacco di spazzatura.

Non capiva se fosse la vergogna o il dolore, a impedirgli di rimettersi in piedi. Un cane randagio venne a leccargli la faccia, Beppe si strinse a sé, in preda al panico. -Mandatelo a casa, che si sappia così che è stato lui a tradire i suoi amici banditi.- era stato l’ultimo dileggio.
Cominciò a trascinarsi verso il fondo del paese, poi si tirò su, iniziò a camminare, poi a correre. La Vilma era fuori dalla porta, piena di lividi, la gonna strappata. Ma viva.

Il paese viveva nell’attesa del rastrellamento, gli uomini erano scappati in montagna, le donne avevano portato i bambini dal prete, solo i vecchi si tenevano seduti in casa, lo sguardo fisso verso i ricordi, la testa fiera nel presidio. Erano trascorsi tre giorni. Il Buratti e i suoi camerati avevano radunato il manipolo intero, ed erano saliti in collina, il Masèro viveva di presenze nascoste. Ma nessuno aveva sentito nulla, né erano ancora tornati.

Beppe non ce la faceva più. Il rimorso gli triturava lo stomaco, le ferite della carne erano quasi un palliativo contro di quelle dell’anima. Lasciò la Vilma nel letto, e inforcò la bicicletta.

Alla curva del Cucco la buttò per terra e cominciò la salita, verso il nascondiglio dei suoi compagni. Si vedevano le tracce del passaggio dei fascisti, s’intuivano le loro facce bavose del sangue, si respirava l’odio. Lui masticava l’odore del piscio che non l’aveva abbandonato. Nulla, non c’era null’altro. Non una traccia di sangue, non un proiettile conficcato in un albero.

Salvatore era seduto sul masso bianco, una cicca spenta nella mano, l’altra appoggiata sulla roccia a tener qualcosa. Beppe si fermò, indeciso tra la gioia e la vergogna. Osservò la mano del partigiano alzarsi, la Mauser stretta tra le dita. Salvatore sorrise, e disse: – Scusa, Beppe, ma eri l’unico che poteva cedere, l’unico di noi che aveva qualcosa per non morire. L’unico che poteva crollare, e farceli arrivare qua, dove li aspettavamo.- Beppe stentò a capire, poi, seguendo lo sguardo di Salvatore vide il gruppo dei fascisti ammassato sul crinale, finiti a colpi di coltello.

La rabbia gli offuscò il cuore, fece per scagliarsi contro il suo amico.
Poi, si fermò, capendo, quanto il suo tradimento, e l’essere a propria volta tradito, fosse stato necessario

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