Al NIght – Giorgio e Arianna

Pioveva che dio la mandava, ininterrottamente, da tutta la notte.
La manica della giacca gli sgocciolava sulle dita tutta l’acqua che aveva preso nel suo vagabondare senza mete, il bavero alzato che faceva finta di proteggere il collo, la camicia bianca attaccata alla pelle, in quel percorso fatto di umidità fino a dentro l’ultima delle sue ossa.
Il mocassino nero sembrava indifferente, ormai, al travaso dei rigagnoli che s’introducevano nei calzini, il colpo di tosse da frequente era diventato eterno.
Tutto chiuso, in quelle strade solitarie, giusto qualche portone dove ripararsi un paio di minuti, il tempo di permettere al freddo di invaderlo completamente, poi di nuovo in cammino, senza meta.

La serata era partita male, Arianna si era incazzata appena era andato a prenderlo, e non gliene aveva fatta passare una. La casa dei Morandi era dall’altra parte della città, dove nessuno dei due era mai stato prima, il navigatore sembrava parlare un’altra lingua, si faceva letteralmente i cazzi suoi, e aveva deciso di farli perdere in un quartiere senza indicazioni toponomastiche o come cazzo si diceva.
Chiaramente il cellulare era scarico, e il numero dei Morandi lo aveva solo lui, Arianna non l’aveva mai memorizzato, ma si era incazzata lo stesso con lui.
Lo aveva fatto scendere a controllare i nomi delle strade, che continuavano a non esserci, gli aveva urlato di bussare ai campanelli, e chiedere informazioni, e lui l’aveva fatto, senza peraltro ottenere risposte, gli aveva urlato di tutto.
Quando gli era uscito quel vaffanculo, era stato solo un sibilo.
Ma lei l’aveva sentito, e la reazione era stata semplice. Si era allungata verso la maniglia della portiera e aveva chiuso.
Sgommando via e lasciandolo lì.
La prima reazione fu di mettere le mani in tasca a controllare se ci fossero le sigarette e l’accendino.
Poche, ma c’erano.
Giorgio si rifugiò sotto il portone, e ne accese una, riflettendo sul da farsi, e in sottofondo dando della stronza ad Arianna.
Mentre osservava la brace consumarsi, tirata dopo tirata, decise di incamminarsi.

Forse sì, forse laggiù c’è una luce che indica un posto aperto, un bar, un albergo, un qualcosadiavolofosse dove poter entrare.
Il passo si fece più veloce, mentre sputava le budella assieme al poco fiato rimasto, più si avvicinava, più vedeva la luce tremare, gli faceva pensare a quelle barzellette da settimana enigmistica sui miraggi di oasi nel deserto.
Invece, era tutto vero, l’insegna verticale rossa e bianca, si accendeva e si spegneva in un ritmo stanco, annacquato anch’egli dal diluvio in atto.
Night Club.
E basta, senza nome, senza disegni o fregi.
E chi c’era mai stato, in un naitcleb…..
Il pensiero gli corse al portafogli, si tastò la giacca, c’era, dentro era sicuro di aver messo un paio di centoni, che Arianna gli rimproverava sempre di uscire da casa come un barbone, e quella sera non aveva voluto farsi rompere le balle. Gli venne da benedirla, mentre si domandava quanto sarebbero potuto bastare duecento euro in un night.
Entrò.
Il Mike Tyson alla porta lo osservò con disprezzo, alla fine della scaletta rossa, e si mosse contro di lui.
Contro, non verso.
Rifletté per un attimo che se si fosse pisciato addosso per la paura, nemmeno se ne sarebbe accorto, nelle condizioni in cui si trovava, poi sfoderò quel sorriso da cane bastonato che gli veniva tanto bene quando Arianna lo tartassava.
Kunta Kinte lo afferrò per il bavero, e mentre il terrore gli gelava le palle, gli levò la giacca bagnata, e gliene mise una di cortesia, con tanto di cravatta a disposizione.
Poi lo fece entrare in uno stanzino, e gli porse un asciugamano, mormorando solo – soldi ne hai, vero ? –
Giorgio rispose di sì, in un rantolo.
Il sorriso aperto della bocca di George Foreman rivelò un incisivo d’argento, mentre con la pala meccanica che aveva al posto della mano, lo spinse verso la musica soffusa.

Una decina di poltroncine, popolate da giovani manager tenuti allegri da giovanissime slave, un palo cui era avviluppata una mora le cui tette narravano storie da mille e una notte, un paio di altre ragazze che, al bancone, occhieggiavano i nuovi entrati.
Cioè lui.
Sorrisi aperti, occhi bistrati, nessun rispetto della legge antifumo, tumbler basso ripieno di liquido dorato in mano.
Fece un passo avanti, andandosi a sedere su uno sgabello a tre gambe, cercando di mostrare indifferenza allo sguardo del maschione a petto nudo e calzoni di cuoio che lo osservava da dietro il bancone.
Un’indifferenza di ben cinque secondi, interrotta dalla richiesta di un whisky, scozzese, senza ghiaccio e acqua.
Big Jim lo osservò quasi disgustato, mentre gli versava uno squallido Glen Grant, informandolo che la prima bevuta era offerta dalla casa, poi gli mostrò le scapole senza dire altro.
Mentre Giorgio pensava a quanto farsi durare quel bicchiere, le due ragazze avevano già preso posto ai suoi lati, una lo guardava divertita, l’altra gli asciugava con l’indice il rivolo d’acqua che scendeva ancora dalla nuca.
Poi gli prese il bicchiere e cominciò a bere.
Si alzarono assieme, Giorgio ormai non capiva più nemmeno dove fosse, e lo presero sotto braccio, facendo le fusa, indirizzandosi verso un separé.
Alla fine, la serata butta bene, pensò.
Proprio nell’istante in cui vide Arianna piegata verso il collo di Roberto Morandi.
E poi più giù.
Si bloccò. La borsa di Arianna era su una sedia a fianco. Si divincolò dalle ragazze, e osservò meglio l’impresa che Arianna stava compiendo tra i calzoni di un Morandi più inebetito di una natura morta.
Prese la borsa e tirò fuori le chiavi dell’auto.
Allungò i duecento alle ragazze, scivolò sotto lo sguardo di Cassius Clay, levandosi giacca e cravatta come uno spogliarellista professionista, si scaraventò fuori alla ricerca della BMW blu notte station wagon full accessoried mega wheels ultra trendy di Arianna, e, trovatala dopo pochi metri, saltò a bordo.

Quando si fermò, la pioggia era ancora battente.
Era a un solo isolato dal terminal degli autobus, aprì la portiera, fece per uscire, poi si ricordò di quanto gli scappasse da pisciare, e irrigò ben bene il sediolino di guida e quello accanto.
Chiuse, buttò le chiavi in un cassonetto dell’umido, e s’indirizzò verso la parte opposta.
Ci mise quasi due ore ad arrivare a casa, fradicio, stanco e puzzolente.
Ma erano anni che non stava così bene.

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