Sulla Strada ( Vabbeh, manie di grandezza)

20110810_031

E poi scendo di nuovo.

Raccatto lo zaino dal bagagliaio, un saluto e un ringraziamento, e mentre osservo l’auto allontanarsi, tiro già fuori il dito, alla ricerca del prossimo passaggio, e sono già le sette di sera, qui, in mezzo alla Toscana.

So già che non arriverò a Firenze stasera, e mi frugo le tasche per vedere quanto mi sia rimasto.

Arrivo a malapena a cinquemila lire, un panino, una birra, al massimo.

L’isola del Giglio si è rivelata una sola, tra il mal di denti e Caterina, e la notte passata sul molo non aveva nulla di poetico, alla Baglioni, per intendersi.

La maglietta fine, c’era, certo, l’aria da bambina pure, ma le ha subito perse entrambe appena abbiamo conosciuto Dieter, e quindi sorrisi e scherzi, loro, muso lungo e palle piene, io.

Simpatico, però, il tedesco, ci ha fatto scoprire l’unico angolo in cui gli sbirri non ti vengono a cercare e prenderti a calci, poi ha tirato fuori un chilum formato clarinetto che veniva dall’India, l’erba che veniva dal Vesuvio, una mezza boccia di whisky che veniva dal supermercato, senza passare dalla cassa.

Non ho fatto in tempo a cominciare a sorridere di nuovo, che sono crollato sul sacco a pelo, non ho fatto in tempo poi a dormire un quarto d’ora che l’erba, il whisky e Caterina erano scomparsi col crucco.

E tutto il resto della notte a maledirmi e maledirli.

Primo traghetto, la mattina, fuori dalle balle, verso Porto Santo Stefano, posto sulla poppa, giusto dove ho potuto scrutare quelle di Caterina, di poppe, che saltavano su e giù dall’acqua, ritmate ben bene da Dieter.

Li ho salutati da lontano, mandandoli affanculo nello stesso istante, risalendo alla quarta generazione di entrambi, esercizio sempre difficile da fare con un bel finto sorriso stampato in faccia.

Primo passaggio, una jeep di milanesi, che mi stanno tanto sui coglioni, ma che mi hanno caricato al volo, lei fighetta bionda con la camicetta di Cacharel, che fa tanto Holly Hobby, lui, fintofreakverostronzo di quelli che si godono la vita con i soldi di papi, però, mi hanno fatto salire subito, e in fondo magari sono io che sono prevenuto, andiamo a Siena, perfetto io a Firenze, figa che culo che hai, eh? lei sorride, lui di sottecchi la scruta,non capisco bene perché, almeno fino a quando, strascicando ben bene le e, la tipa mi fa, ma fumo ne hai,carissimo?

Forse è per quello che si sono ricordati improvvisamente che dovevano tornare indietro a prendere il Fabri, e che quindi non mi potevano portare più a Siena.

Io veramente un po’ di Libano giallo ce l’ho ancora, ma figurati se glielo mollo a due paninari delle mie balle.

Vabbè, tira fuori il dito, siamo sull’Aurelia, a Orbetello, dove la strada si stringe, buon posto per fermarsi, dato che ci sono i sessanta all’ora, e la pula t’inchioda se vai veloce.

Appunto, la pula, che chiaramente ferma la pantera verde, e già col sorriso del gatto che sta per mordere il topo, mi guarda dal finestrino, dicendomi, compagno, tira fuori i documenti.

Tanto ce li ho già pronti, quelle due tre volte al giorno che me li chiedono, mostro più carte d’identità di quanto beva caffè, e che hai nello zaino, e dove hai il fumo, ah, ma qui vediamo che hai precedenti penali per sit in e manifestazione non autorizzata, e dimmi un po’, i volantini delle brigate rosse dove li tieni, e le armi, e le bombe e la puttana di tu mà, penso io.

La solita mezzora di rottura di balle, per poi lasciarmi andare, che tanto il fumo nelle mutande non me l’hanno trovato, e non puoi fare l’autostop, sì, va bene prendo il treno, e come ci vai alla stazione, e farò l’autostop, ma allora sei stronzo, ma no scherzo signor tenente, vai vai, che non ti riempio di schiaffi perché ho un figlio testa di cazzo come te, vai.

Beh, da qualcuno ha preso, ma questo l’ho solo pensato.

Una 128 blu, sorriso mellifluo, foularino al collo, uffa mi rischio il pederasta o resto qui?

Salgo, nemmeno trenta secondi ho già la mano sulla gamba, trentuno e afferro la portiera, trentatré, mi dice, scusa, ma credevo che, no guarda, per me non c’è problema, ma nonostante non ne acchiappi una mi piacciono le donne, va bene, ti porto fino a roselle, grazie, mi chiamo Alberto Lombricone, io Rosario Musetti, che col cazzo glielo dico Campanile, che minimo parte con la simbologia fallica, e comunque è un bravo cristo, avrà cinquasette anni, vecchio come il cucco, ma si copre la pelata con un parrucchino di quelli che non li noti, nooo, e che in compenso ti fanno apparire dieci anni ancora più vecchio.

Però qui a Roselle non c’è una cippa di minchia, non passa una macchina, sono le sette e mezza, ormai, e a fine agosto questo vuol dire già imbrunire.

Vado verso il bar, entro, ma la tipa carina che sta pulendo il bancone riesce a sembrare la moglie di Mefisto appena metto le mie supergaexbianche sul pavimento appena lavato.

Scusa, scusa un cazzo non lo vedi che ho appena strusciato?

Sì, scusi volevo una schiaccia, o un panino, e un ce ne sono più, che qui si chiude presto, e dove lo trovo un altro bar aperto?

A Firenze, mi dice, e mentre io mi incazzo, lei ride come Gino Bramieri alle sue battute.

Vien via, di dove tu sei?

Carrara, dico, più o meno, mentre solo il suo faccino carino mi trattiene dall’aggiungere brutta troia.

Vieni, via, si va al circolo arci a Istia, veramente io sono a piedi, e si va con la mia.

Una stronza, ma pure una fata, a sto punto.

Logicamente la R4 è rossa, e l’adesivo sul cruscotto è quello del Che, io sorrido, lei mi fa te tu sei compagno, vero? sì, certo ho la tessera di Dp, compagno un cazzo allora, e vu vi siete venduti al Pdup per far la lista, mentre mi sbatte in faccia Lotta Continua.

Una fata stronza, ho deciso.

Al circolo Arci ci sono Gino, Nino e Pino, che è quello più grosso, ed è pure il suo ragazzo.

Figurati se avevo del culo.

Vabbè, mi offrono da bere, poi si fa tardi, io ho fame, fumiamo un po’ del mio Libano, esce della cioccolata, me la ingoio come se fosse la manna, peccato che mi vada nel dente cariato e cominci a urlare come un ossesso.

Loro, stronzi, ridono.

Ridono così tanto che mi metto a ridere pure io.

La notte la passo sul tavolo di ping pong del circolo, la mattina Strega Giuliana mi viene a svegliare col caffè, mi ricarica sulla R4 e mi riporta a Roselle.

Te tu hai bei ricci, mi dice, eh, sì ma se sono come mio padre finisco pelato a trent’anni, rispondo, mentre mi stampa un bacio sul naso, e mi invita a scendere.

Strega, Stronza, ma soprattutto fata, la Giuliana.

Alle nove di mattina di qua passano i camion.

Se non avete mai fatto un pezzo di strada sul camion, non Sapete che vi perdete.

Una vista dall’alto, i campi di grano che si definiscono bene, la vista a perdifiato.

Albano nelle orecchie e la puzza di piedi del camionista nel naso.

Firenze è bellissima, San Lorenzo c’è il mercatino dei libri.

Ho ancora le cinquemila, e decido che, prima di bussare a casa di Pietro mi compro un libro.

Rilke, vecchia edizione del 1926.

E pensare che le poesie nemmeno mi piacciono.

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