La Macchina del Tempo. Lo spettacolo.

Mi legano i polsi con le cinghie, lo stesso fanno con le caviglie.
Il capo, appoggiato su reggitesta, il collo leggermente tirato all’indietro, in bocca un morso perché non mi si tranci la lingua.
La Prima guardia osserva l’orologio, la Seconda l’amperometro. La terza schiude le tendine, e mi gira, verso il vetro.
Dapprima non distinguo i visi, poi metto a fuoco quello del prete, strano, proprio io. Accanto, il fratello della vittima, la moglie, mio padre, un paio di giornalisti, e gli altri non so chi siano.
Che vadano tutti a fare in culo.
Sogghigno, ho un contegno da mantenere, volevano il mostro, ecco, l’hanno davanti a loro, che si godano lo spettacolo, esattamente come lo immagino da un anno a questa parte.
La lancetta dei minuti segna cinquantanove, quella delle ore le quattro.
Sessanta secondi ancora miei, poi il tempo sarà solo di chi continuerà a contarlo.
Il prete mi benedice da dietro il vetro, io resto immobile, quasi non fossi qui, come fossi già andato. Vedo nei loro sguardi schifo e paura.
Solo il primo mi appartiene, sono già morto dentro, quello che avanza di me fuori non mi riguarda più.
Cinque, zero zero, la mano si abbassa sulla leva, tutte le leggi della fisica si accaniscono contro il mio corpo, sento l’odore della carne, il calore mi sale come un anfa tagliata male, dritto al cervello.

1.
Diciotto mesi fa, esatti, mi trovo nell’angolo buio dove sto vomitando l’anima, la spada buttata in terra, ancora con l’ago sporco di sangue, nulla nello stomaco, piena la testa.
Sapore rancido nella bocca, odore di sporco, che viene da me.
Si avvicina lo sbirro, abbasso lo sguardo, poi alzo le braccia. So già cosa vuole da me. I soldi, la dose, i miei denti da spaccare.
Sorride, come sanno sorridere solo i porci.
Prende il manganello dalla cintola, lo accarezza col palmo della mano sinistra, si avvicina sicuro, alza il braccio.
Come Abramo con Isacco, ma senza la scusa di un dio.
Sono stanco, mi lascio andare sulle ginocchia, aspetto il colpo.
Che non arriva.
Mi sento la schiena bagnata, non capisco, volto la faccia all’insù, precisamente nel punto in cui il suo piscio sta cadendo.
Allungo la mano, trovo la siringa, scatto in piedi e gliela infilo nel collo.
Non me ne sono nemmeno accorto. Alzo lo stantuffo, lo spingo di nuovo in basso, quei pochi secondi necessari a spegnere il suo sguardo stupito.
Voci, dal fondo della strada, un blu che lampeggia.
Mi lascio andare sul suo corpo, immoto.

2.
Domattina, il buio.
Luce che acceca improvvisa la mente, parole di addio mormorate in silenzio, odore di terra fresca che risuona sulla bara.
Un pianto sommesso accompagna il tutto, sono pochi, là fuori, nessuno ama l’assassino, anche se è vittima di un carnefice.
Questo barlume di vita che non mi vuole abbandonare sarà la mia punizione per il sempre che mi attende.

Il Mc Donald alla fine della strada, la musica degli Stones nelle orecchie, la partita mai finita, le unghia sporche, sono le cose che mi porto dietro, quasi un Faraone nella piramide, anch’io ho i miei tesori che custodisco e mi aprono a una nuova esistenza.
Diventerò cibo per i vermi, ma non lascerò andare la coscienza di me.

3.
La mano ferma sulla leva, ora, ad un tratto si allenta, il fremito nel mio corpo s’interrompe, la pozza di piscio ai miei piedi è la connessione tra la vita e la morte. Braccia mi sollevano, mani mi posano sulla barella, vorrei ridere del suono del telefono che ha interrotto l’esecuzione, ma non riesco nemmeno a piegare l’angolo della bocca.

Sono nel bianco, ora, tra lenzuola pulite e creme riparatrici, una carezza gentile ricorda che Caino è pur sempre fratello di Abele, e non si fa fatica a confonderli, a volte.

4.
Io bambino, io adolescente, io mio padre mia madre mio fratello, io sul banco di scuola che ho brutta calligrafia, io e la prima ragazza, io e l’ultimo caffè, io che canto di notte e guido di giorno, io che leggo Esenin, io innamorato io incazzato io rabbioso, io e l’eroina, io e l’angolo della strada.

5.
E’ bastato questo tempo, cinque secondi netti, più veloce di Usain Bolt, ho attraversato i cento metri che mi separavano dal buio profondo, a cavallo di questa macchina fatta a sedia elettrica.
La penombra dei miei ultimi istanti si fonde perfettamente con il tremolio delle luci che tentennano.
Prossimo spettacolo.

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