Le cose

Le cose mi sfuggono di mano.
E’ iniziato tutto un anno fa, parlavo con Gianni, ero abbastanza incazzato per come andava il lavoro, solite discussioni sulle strategie commerciali, soliti punti di vista che non s’incontravano. Feci il gesto che ripetevo almeno una volta il giorno, presi una sigaretta dal pacchetto, e la portai alla bocca, la appoggiai tra le labbra e acchiappai l’accendino dalla scrivania.
Mi cadde per terra, mi chinai a raccoglierlo, lo portai davanti alla sigaretta e lo accesi. Quando mi accorsi che non entrava fumo nei polmoni, osservai la brace. Che non c’era, mentre l’accendino era sempre per terra. Risi, dandomi del coglione, rise anche Gianni, dandomi del coglione. Fu lui ad accendermi la sigaretta. Uscito dal lavoro, mi diressi all’auto, parcheggiata come il solito nel cortile interno dell’azienda, tirai fuori le chiavi di tasca, e mi caddero per terra.
Rimasi un attimo immobile, mi concentrai, m’inginocchiai, le raccolsi. Le osservai bene, mentre cliccavo per aprire le portiere. Tutto a posto. Rassicurate le mie capacità prensili, mi sedetti al posto di guida, misi in moto. I sessanta chilometri che mi separano da casa li trascorsi come il solito al telefono, in viva voce, mi riservo sempre le chiamate più importanti in quel lasso di tempo in cui gli occhi scrutano la strada, il e la mente assorbe le informazioni necessarie a chiudere la summa del giorno.
Ma quella sera dovevo andare a cena da un cliente, uscii a Viareggio e mi diressi verso Lombrici, pregustando la bottiglia di Brunello che avrei fatto assaggiare a Marco, e il piatto di ravioli che l’avrebbe accompagnata. Posteggiai come al solito sotto la costa della collina, assicurandomi che ci fosse lo spazio necessario per il transito di altre auto, scesi e presi la giacca.
La bastarda non volle saperne di muoversi dal sedile posteriore.
Tentai ancora, e ancora. Il sangue mi si gelò nelle vene, che cazzo mi stava succedendo. Mi rimisi al posto di guida, cercai di fermare l’ansia che mi assaliva, decisi di telefonare all’interno del locale, allungai la mano verso il cellulare, e lui si spostò. Giuro, lo vidi allontanarsi dalle dita tese, e quando il braccio tentò di nuovo, lo fece ancora.

Mi trovarono ancora seduto di fronte al volante, un’ora dopo, una coppia che stava entrando si accorse che ero immobile, terrorizzato al solo pensiero di compiere un singolo movimento.

In ospedale mi fecero una valanga di esami, chiamarono fior di psicologi e psichiatri, parlai con mille e uno dottori. Tutto a posto, mi dicevano, è solo la sua immaginazione. Ma qualsiasi cosa tentassi di prendere, scivolava via. Mi riportarono a casa, senza esprimere una diagnosi, arresi alla mia incapacità. Avevo chi m’imboccava, chi mi puliva, chi mi vestiva, chi mi lavava, non avevo più me stesso. Potevo solo camminare, sedermi, sdraiarmi, potevo fare solo cose che non prevedessero l’uso di oggetti. Potevo ristagnare nel mio incubo d’insufficienza senza una luce che m’indicasse dove cazzo finisse quel tunnel. Fino a che le cose mi cominciarono a parlare. Quante siamo, mi dissero? Non capisco, risposi.
– Cosa non capisci, idiota, quante sono le cose che ti circondano ? ~.
– Non so, tante, immagino –
– Tante, tante quante –
Provai a guardarmi in giro, non riuscii a contarle. Cataste di libri, due cellulari, tre televisori, due pc, un tablet. E riviste, e penne e matite e occhiali e orologi e …. E basta, mi fermai.
– Troppe –
– Esatto, troppe. Che te ne fai?
– Mi servono, o meglio, mi servivano, fino a quando non avete cominciato a fuggire ~.
– Ti servono. Ne sei sicuro ? –
– Beh, sì, mi piaceva leggere, e telefonare e scrivere, e guardare il pc. –
– Il cielo è una cosa ? il sole è una cosa? Le persone sono cose ? –
– Beh, no, e allora?-
– Facciamo così: da ora puoi prendere solo carta e penna. E scrivere. Il resto ti continuerà a sfuggire. Va beh, ti concediamo anche le posate e i piatti. In cambio vogliamo che alzi lo sguardo, che osservi. Che tu capisca –

Le cose mi sfuggono di mano. Ma il resto è tornato dentro di me.

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