Camere d’aria *

Procedo a tentoni, sfioro il viso di Marianna, le gambe di Marta.

Gli occhi si abituano al buio mentre misuro a spanne le distanze che ci contengono, proiettandoci verso l’ordine delle cose.

Nel naso, l’odore acre della gomma vulcanizzata, mi rimanda a chilometri percorsi senza meta, forse con l’unico scopo di arrivare qui, ora, sempre. L’angoscia che mi opprime lo stomaco viene da lontano, m’investe come l’uomo nero, come quando da bambino mia madre insisteva perché spegnessi la luce, prima di dormire, ed io restavo ore intere a scandagliare il nero per scovare una scintilla.

Marianna cade, Marta la solleva, sento l’affanno del loro respiro, allungo le mani a graffiare la parete.

Nulla accade.

Ci teniamo l’un l’altro catena umana contro l’assenza di spazio, nello stesso spazio che ci contiene.

Piccolo, breve, improvviso, un bagliore, dura un micron, ma l’abbiamo percepito, più che vederlo. Le dita cercano, incidono, aprono varchi, lame di luce ci investono, per poi ritirarsi, alla chiusura del varco. E, qui, sotto i nostri piedi, frammenti rispondono e riflettono, e ci sentiamo bambini.

 

Ho sepolto il mio tesoro all’interno di questa Rocca che porta il nome di una vipera, che si avveleni chiunque lo cerchi, che muoiano di paura coloro che sfidano la maledizione della notte pur di cavar rubini e zaffiri dal ventre della terra.

Che nel nome di santa Sinforosa, martire e madre, trucidata dal Romano, vi si rivoltino contro gli spiriti dei sette figli suoi, che ebbero la stessa sorte.

Io, discendente di Saracino, imbastardito dal Normanno seme, ho ucciso Angioini e difeso il re mio Manfredi, ho depredato cadaveri di Franchi, e raccolto i loro beni destinati a femmine che mai avrebbero rivisto.

Ora mi fermo in questo cuore di pietra, squadrato come un’idea di Dio, come Dio lontano dagli occhi, e nascosto a chi non crede. Custodirò il mio bene, terrò salvo l’onore e il ricordo.

Fin quando qualcuno aprirà la breccia.

 

 

Camere d’aria, 240, Marco Marianna Marta, frammenti di specchi, luci che penetrano, visi che sbucano, ora appare ora scompare, ora siamo noi dentro, ora tutti voi fuori, nessuna porta solo un dettaglio di vita che sfonda la scatola chiusa dal nero della notte.

E il tesoro, che vi fu lasciato, ora, per tutte le favole che vorrete raccontare.
camerecamere.jpg 2

*Testo pensato per l’installazione ” camere d’aria” degli scultori Marta Aucone , Marco Ciuffetta e Marianna Zenga.
Direzione Artistica Professoressa Claudia Farina.

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