Il programma non è sottotitolato

Corro attraverso strade buie pensando solo ad accorciare i tempi che mi separano da quella porta.

Gli occhi si sono abituati all’oscurità, spezzata solo a tratti da qualche luce che filtra attraverso persiane socchiuse, prodighe di rumori ordinari, di frigoriferi accesi e televisioni ronzanti.

L’incubo in cui sono caduto non mi consente di rifiatare, né di urlare in cerca di aiuto, è una questione tra me e l’altro me che non vorrei più rivedere, non ci sono domande di riserva ed è vietato pensare.

Solo correre e agire.

Salire i gradini a due alla volta, mentre le gambe mi maledicono e il fegato mi rinfaccia tutto quello che è stato costretto a sopportare in questi miei anni dispersi al vento.

 

Una disperazione velenosa si fa strada nelle vene, ho paura di ciò che troverò di là dal pannello di legno che mi aspetta silenzioso, la maniglia sembra bruciare più delle mie viscere allo stremo.

 

Lei è ferma appoggiata alla credenza, le braccia conserte all’altezza del seno parlano quanto le fiamme nei suoi occhi, quanto le sue labbra serrate.

Tutte le parole che avevo serbato per quest’attimo s’inceppano, trovano un ostacolo insuperabile piazzato esattamente tra la lingua e i denti; non c’è nemmeno bisogno che escano, in fondo, è già tutto qui, in questa stanza decorata con stampe di ottimo gusto, nel terzo grado non voluto ma efficiente del lampadario, nella musica inarrestabile che va in loop con costanza escheriana.

Mi siedo sul divano, in punta al divano, pronto ad alzare le chiappe al primo urlo.

 

Che non arriva.

Le sue spalle ora girate contro di me mi escludono definitivamente dalla sua vita, lo capisco al volo.

Vado in camera, prendo una borsa e ci butto dentro le prime cose che mi capitano, dal bagno prendo solo lo spazzolino da denti, dal comodino il libro di Roth.

Sono pronto. Non vorrei sopportare le sue lacrime, ma non riesco a ignorarle. Quello che fa male è l’incurvarsi delle sue spalle, nei singhiozzi che parlano del nostro fallimento.

Le sfioro i capelli, lei sembra ritrarsi, prima di appoggiare la nuca sul dorso della mia mano. Si gira, mi schiaffeggia, forte, e in mezzo al mio stupore mi stringe a se.

Poi mi manda via. Resto ancora un attimo fermo, mille cose mi girano in testa, nemmeno una si ferma.

 

Come descrivere la confusione che mi devasta la mente; un giro sull’otto volante dopo aver fatto un pranzo di Pasqua, scendere a trenta metri di profondità senza bombole, buttarsi da un’auto in corsa, mentre le curve si affacciano sul crepaccio.

O tutto questo insieme, più probabilmente.

 

E’ un attimo.

Sullo schermo del pc appare un profilo orientale, un’immagine calda, senza parole. Entrambi ci fissiamo su quel viso, senza ascoltarne le parole.

Sappiamo per filo e per segno cosa dice il tipo.

Sappiamo quante cose iniziarono da quel film, sappiamo che non possiamo metterlo come sigla di chiusura. Sappiamo che non servono altre parole da decifrare.

Le mani si stringono ancora.
Cattura

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