Esegesi del gesto della salita

No, lui non danza sulla roccia.
Lui si arrampica con fatica e costanza, posso ascoltare i suoi sbuffi, il vibrare dei tendini e dei muscoli, lo scricchiolo delle dita mentre artigliano gli spuntoni, il fruscio della presa che lo innalza ancora un po’, di un altro po’.

Non c’è la grazia del ballerino in questo, né il volteggiare sconsideratamente sicuro dell’acrobata, piuttosto lo spasimo desiderante dell’ascesa verso la Torre di Babele, infinitamente alta e fortunatamente irraggiungibile: l’uomo che si specchia nella verticale ha un moto di reazione paragonabile a quello di Prometeo, ed è incurante degli dei che gli stanno divorando il fegato.
La sua schiavitù è nella stessa sua ambizione, scalare, oltrepassare il limite che sta tra la polvere e il cielo, perfettamente conscio che dopo ci sarà un altro cielo, ancora più lontano, e dovrà salire ancora un po’, un altro po’.
L’eroismo solitario di se stesso, nulla da vendere alla piazza, la misura del respiro che si fa ogni centimetro più doloroso, il capogiro dell’altezza sbeffeggiato dalla voglia di parete, la morsa stretta dei denti mentre la mente ripassa il gesto da compiere, gli occhi, quelli sì, liberi dal quotidiano massacro delle ore imposte, tutto lì, null’altro che arrivare più su, ancora un po’, un altro po’.

Un concerto di uccellini spezza la quiete immota di questa palestra di roccia.
Ascoltali bene ascolta che dicono:
Ancora un po’, un altro po’.

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