Della Fine di Ful

Le colline umbre odoravano di pioggia d’estate mentre le attraversavo lentamente.

Lo spettacolo che avevo davanti agli occhi era solo una parte delle cose che mi gonfiavano il cuore e i pensieri; da lì a poco, a distanza di un paio di anni ci saremmo rivisti.

Non tutti quelli della prima volta, mi era parso di capire, ma in compenso ci sarebbero stati alcuni che erano mancati al week end gotico.

La curiosità per i secondi si mescolava alla gioia di incontrare ancora i primi. Il navigatore mi annunciò che mancavano circa due chilometri e un cinque minuti al bed & breakfast che avevamo prenotato, controllai per l’ennesima volta di non essermi scordato il testo che avevo preparato e che avrei dovuto leggere.

Non ne ero soddisfatto, non perché non mi piacesse, ma avrei voluto fare meglio.

In fondo si trattava di celebrare la fine di un periodo di vita che tanto mi aveva dato, in termini di crescita personale e di calore affettivo.

Da quando Isadora mi aveva proposto di entrare in un gruppo di persone che settimanalmente scrivevano su un tema che cambiava ogni domenica, sentivo di avere migliorato il mio rapporto con la penna e la disciplina che essa richiede.

Ma non solo.

Grazie a lei avevo conosciuto Sappino, Lidia, Viviana, Simona, Daniela e tutti gli altri.

Con alcuni il rapporto era diventato un amicizia, con altri un semplice confronto, altri ancora mi stavano sulle balle, come sempre succede nella vita reale.

 

Ecco, se devo dare a qualcosa la colpa dell’inaridimento delle idee, credo che siano stati proprio i due giorni del Gotico a fare da spartiacque. Come se quella notte tra risate e fantasmi avesse rappresentato un punto talmente alto che per noi la collina raggiunta non avesse più panorami diversi da mostrare. O forse sono io che preferisco pensarla così, piuttosto che assistere impotente allo scorrere delle cose.

 

Gli abbracci, i baci, gli sguardi, il rosh sussurrato all’orecchio da parte del mio Capitano, il sorriso sicuro di Lidia, gli occhi incerti di Daniela, le mani di Stefano, lo sberleffo stonato di Bango, la serietà di Machera, la saggia calma di Claudio, il faccione da selfie di Marco, la pettinatura di Umberto, la scollatura montagnosa di Cecilia, il timido abbassare gli occhi di Laura, la curiosità imperante negli occhi di Ginny, e lo sguardo sardonico di Viviana. Mi mancavano. Le risate, il vino, i discorsi semiseri, le battute ad alta voce, Camillo con Hello Kitty, Simona imbronciata, Anna Maria sempre gentile.

 

E poi si comincia. Si legge, e tocca subito a me. Sono emozionato, ma come sempre mi calo subito nel testo e quando ho finito, ho il respiro corto, e allungo a dismisura in me quei due secondi tra cui finiscono le parole e cominciano gli applausi. Poi Isa, poi Lidia (cazzo che gambe !), poi il legittimo consorte.

Finisce Viviana, e il suo racconto è talmente bello da oscurare gli altri.

Siamo commossi, i lucciconi si sprecano, la cinica Viviana ha partorito talmente tanta dolcezza da farci rimanere senza fiato.

 

La applaudiamo, la abbracciamo, la baciamo.

Lei tira fuori dalla borsa il dolce che aveva preparato per mezzanotte, lo assaggiamo, buono, mandorle e cioccolata.

 

Mandorle amare, direi, e penso al vino che potrebbe accompagnarlo.

La vedo che mi osserva con attenzione, nell’istante stesso in cui lo stomaco mi dà la prima fitta.

 

Mi giro a chiedere un gaviscon a qualcuno, ma Isa è già morta, e Stefano crolla a terra come un sacco, Lidia disperata scivola su di lui, Umberto riesce a fare il buffone anche ora, mentre rantola.

 

Viviana osserva, va ad aprire la porta.

Entra Gary, si baciano.

 

E ridono della fine di Ful.

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