Instanbul

Di chi è questo cuore che batte
più forte delle voci e dell’ansito?
E’ tuo è della città è della notte
o forse è il mio cuore che batte forte?

Dove finisce la notte
dove comincia la città?
Dove finisce la città dove cominci tu?
Dove comincio e finisco io stesso?

 

Nazim Hikmet

Cammino immerso nei vicoli bui della città Levantina e dei miei pensieri.
Suoni e colori diversi da quelli delle metropoli italiane cui sono abituato, un senso di stordimento spesso come una coltre. Poi

i volti, le risate, gli strilli dei bambini, l’andirivieni continuo, la gioia e la paura di vivere, mi aiutano a diradare le nebbie. Sono fermo ai dettagli, ne faccio parte.

Mi sento strano, un’eccitazione sconosciuta mi avvolge, il tè verde bevuto al banchetto sulla strada, i dolci ricoperti di miele, mi arricchiscono il palato.
All’angolo sono attratto da un vicolo dove l’oscurità avanza decisa. Faccio alcuni passi, esito, mi lascio rassicurare dalla nenia che proviene da una finestra appena illuminata.
Come un ladro mi acquatto dietro un portoncino verde smeraldo, i battenti sono intarsiati di figure che mi osservano dai millenni trascorsi. Trattengo il respiro, silenzioso e vibrante come un serpente prima dell’attacco.
Parole che non conosco si fanno strada, mi raccontano gli amori rubati e viaggi alla fine del mondo.
L’odore di menta e kebapci mi entra nelle narici, sembro assaporarne il gusto senza muovere la lingua.
Immagino una famiglia raccolta attorno al tavolo, che sorride mentre mangia e si racconta il giorno, unica estranea la musica di una radio tenuta a volume basso.
Improvvisamente mi chiedo da quanti anni Marta ed io non ceniamo più con la stessa intimità, occupati come siamo a trascurarci e a lasciarci vivere e assalire da un mondo che ci arriva dalle notizie di un telegiornale.

Quanto tempo è passato? Minuti lunghissimi, quasi una trance.

Lascio il vicolo, raggiungo le luci e lei.

Istanbul. Mi ritorna e mi esplode negli occhi.
Un’orgia di colore, calore che m’invade le pupille. I piedi avanzano a passi veloci sembrano seguire il ritmo del traffico.
Ora donne bistrate scherzano con i maschi dalla pelle ambrata, un turbinio di mani parlano accompagnando voci dal timbro squillante, i colori, Dio, i colori dei vestiti, le sete e le ciabatte di pelle, tutto intorno a me dice una sola parola ‘vita ’.

I piedi vanno da soli, si dirigono a casaccio felici di non avere un tragitto assicurato, danzano quasi, separati dal selciato dalla gomma delle mie sneakers.
Il cuore batte forte come fossi in balia di un vento inarrestabile, come se in questo istante preciso queste strade, queste case stessero entrando nelle mie vene. Avverto uno strano senso di euforia, mista al timore di qualcosa di inarrestabile che sta per venirmi incontro, qualcosa che non conosco. Sento il corpo attraversato da un’emozione che non so definire. Un tocco invisibile sulla pelle, la sento vivere.

Un portone porpora, trattenuto da colonne di pietra che lo abbracciano.
Entro.

Quasi un bagliore il guizzo dei suoi occhi, mi confonde.

L’interno del Bagno Turco è attraversato dalla nebbia dei vapori, dal calore, l’umidità scivola sulle pareti, il sudore dei corpi, mi sembra di essere in un girone dantesco.

Tutto si smorza, la luce filtra giallastra, un silenzio rotto solo dallo sciabordio delle tazze che bagnano la pietra, qualche colpo di tosse, per il resto i suoi occhi fiammeggianti, densi e immersi in una calma atavica.

Tratti decisi si sposano alla perfezione con la mia idea di Turchia, gambe toniche che si staccano prepotenti dal bianco dell’asciugamano, appoggiato come una veste imperiale sulle forme.

L’odore forte nell’aria, sesso e menta, spezie e oriente. Ne sono inebriato.

Il mio sguardo precipita nel suo come in una pozza senza fondo, una vertigine quel sorriso enigmatico. Ha un ventre piatto, non scolpito, braccia delineate, mani curate. I denti, perle nel buio di una caverna in cui voglio perdermi.

Più in basso, al centro esatto del mio desiderio, il suo pene pulsante.

Provo ciò che mai avrei potuto immaginare. Non ho più un’identità. Né più remore o inibizioni. Sfido i suoi occhi, gli propongo con insistenza i miei. Cerco nella curva della sua bocca una conferma al mio sentire, un minimo sorriso. Dio, solo un accenno alle mie voglie, a questo cuore che tuona nella gola.

Penso a Marta, rimasta in albergo a riposare, a quanto, solo la notte prima, è stato bello. Le sue forme un incastro naturale con le mie, i varchi riempiti a vicenda. Il suo cuore impazzito sotto le mie mani immote sui seni, il respiro che mi ha cibato nella passione, le mie labbra in riposo sulla pienezza dei suoi capezzoli, i suoi umori in bocca, la schiena intervallata da piccoli meravigliosi nei.

Il sesso è l’unica cosa che abbiamo Marta. Dove sei ora che voglio perdermi nell’abbraccio di questo uomo? Sparisci anche ora? Adesso che mi chiedo cosa sarà di me e come sarà accoglierlo in bocca. Marta, tutta questa eccitazione che provo immaginandomelo nel corpo, a lungo, con dolore estatico.

So chi sono, eppure me ne dimentico immediatamente appena quel guizzo mi attraversa. Marta, ho deciso di conquistare quest’oasi solitaria in cui abbeverarmi. Basta pensare.

Gli sorrido.

Tremo mentre mi sfiora il viso, sento esplodere il cuore quando la sua mano mi prende il cazzo con decisione, deliro di piacere con la bocca piena del suo.
Solo per un attimo resisto alla forza, alla foga con cui mi vuole e mi prende.
Mi scava dentro, ho le mani appoggiate alla parete e gli occhi fissi sul muro. Le labbra a volte quasi lo toccano il muro, altre lo respingono, a seconda dei colpi che mi assesta ritmicamente, cosa sto facendo?
E poi smetto per la seconda volta di pensare, nel piacere che raggiungo, mi abbandono alle sue carezze, ansimante.

Del dopo ricordo l’odore di sandalo sulla pelle, un vago senso sulle dita. Del dopo solo il suo sorriso e il primo istante in cui ci siamo baciati.

Il resto, l’ho dimenticato. Tutto.

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