Comete

Guarda per terra, non tenere la testa tra le nuvole.
Che sennò inciampi.
Ma la sera che cadevano le comete, pure mamma si mise col naso rivolto all’insù, aspettando quella giusta per esprimere il desiderio.
Io, per quello che mi riguarda, inciampo parecchio.
Ho sempre inciampato, ho sempre picchiato nei sassi, sui gradini, ho preso marciapiedi e pozzanghere.
E con il passare degli anni, mi capita ancora più spesso, forse la coordinazione si sta degradando, forse mi sto rincoglionendo sempre di più.
O forse me lo fanno solo notare con maggior frequenza.
Il fatto è che guardo in alto, che la terra sotto i piedi mi pare solo un inutile esercizio di equilibrio.

Non so che cosa sono, non riesco a definirmi, ma c’è questa parola che mi affascina, comete.
Se la spezzi, diventa una parola “solidale”, come te, se la trasformi una richiesta, come me.
Ma se la pronunci intera ti appare il cielo, e anche nella mente rimani col naso all’insù.
Ne osservo il brillare folle, il passaggio velocissimo, talmente breve che l’occhio deve rincorrerne la traiettoria.
Ne ammiri la potenza, invidi la dimensione primordiale della sua provenienza, e, alla fine, ti chiedi, dove sarà finita.
Un attimo, pochi secondi, per te, un tempo infinito per lei.
E la consapevolezza che si sta perdendo, che quel bagliore è lo spettacolo finale della diva, la sua uscita di scena trionfale.
Un’intera eternità consumata negli occhi .
Comete.

Come me.

Mi sento spesso così, mi sento così da molti anni.
Le mie radici sono state tagliate presto, non hanno mai preso possesso della terra , non sono mai scese troppo a fondo.
Da bambino, in Sicilia ero quello del nord, poi, al nord, il terrone.
Nei miei vagabondaggi assumevo le temperature dei luoghi, le fattezze delle persone che avvicinavo, l’accento bastardo del forestiero ospite.
Ho avuto amori e amici, ho conosciuto donne uomini e vecchi, ho mangiato con loro, fumato, bestemmiato urlato lavorato riso pianto cantato recitato fatto l’amore dormito mi sono drogato ho fatto mattina con loro.
Arrivavo, andavo e tornavo, braccia aperte e sorrisi, scazzi e litigi, progetti e grandi fallimenti, successi e abbandoni.
E si ricominciava, in un altro luogo, con altre persone.
Rimanevo abbagliato dalla loro luce possente, loro dalla mia.
Oggi, ancora è così, ho paura di fermarmi, ho paura che il tempo che passa mi trovi, e forse fuggire in nuovi posti sia la mia lampada di Diogene.
Ma quando non ci sei, nessuno sente la tua mancanza, questo te lo devi mettere in testa, vecchio bastardo.
Quando non ci sei, le persone macinano la fatica quotidiana, il loro mestiere di vivere, nel quale tu sei una comparsa, di lusso a volte, un cameo.
Non si accorgono che manchi, o meglio, se ne accorgono quando torni.
Ti devi abituare al fatto che passerai serate solo con te stesso e le tue sigarette, i tuoi pensieri, le tue prossime mancanze.
Alle cene da solo, ai panini per strada, alla musica risuonata nelle orecchie.

Alle ore lente che promettono solitudine, ai libri letti per sentirti vivo.

Ai chilometri fatti per sfregio, alle strade di campagna, al sorriso falso delle bariste che ti offrono un gratta e vinci.
Questo sentirsi inadeguato che mi porto dietro da quando ero bambino, questa voglia di più, questa consapevolezza delle rughe che faccio finta di non avere.
Ho sempre avuto a noia le strade dritte.
In un libro di Rumiz, ho capito perché : in quelle vedi perfettamente dove stai andando, solo dietro le curve puoi sperare nella sorpresa, nel mistero.
Le comete scendono dritte, io voglio le curve.

Perché qualcuno per cui non brucio in un istante c’è.

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2 pensieri riguardo “Comete

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