Duemilaquattordici

Posso smettere di contarle, tanto ogni giorno ne trovo una nuova.

O semplicemente che non avevo notato, non volevo farlo, magari.
Le prime dicevano fossero come il sole, il segno del sorriso, la postura degli occhi, la voglia di guardare e non di vedere.

Poi quelle della falsa sapienza, l’aggrottarsi della fronte.
Aggrottarsi, come se si riparassero, si nascondessero, come se aspettassero l’arrivo del lupo cattivo, del mostro, dell’uomo nero.

Sulle guancie, scavate dagli anni e dalla fatica, dritte, verticali, tagli di lama e di luce, fessure abortite, aratro che solca.

Dalla palpebra s’irradiano senza fine, assumono contorni interminabili, sono lì, in attesa del prossimo giorno, gocce a scavare una faccia di finta pietra.

Sopra il naso, in un corrucciato forse, indeciso può darsi, improbabile domanda del futuro.

Accanto alle orecchie, quasi a smarcarsi dalla liscia cartilagine, non abbiamo ancora deciso di prenderti, è la minaccia, ma arriviamo, sta tranquillo.

Solo lo sguardo denuncia la ferma intenzione dell’immaturità.
Lo terrò così, ad arginare le rughe.

bn

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