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Di Uno dicevano che fosse sfrontato, perché ti guardava fisso negli occhi e non abbassava mai lo sguardo.
Di Due sappiamo che le piaceva ballare, andava a passo di danza pure dentro il casermone.
Tre e Quattro erano inseparabili, la schiena di Tre si era conformata al peso di Quattro, che ogni tanto si pisciava addosso, mentre Tre rideva.
Il cappotto di Cinque lo prese uno di dieci anni più grande di lui, alla fine.
Sei era carina e spettinata, e aveva quell’abitudine di incrociare le gambe per riposarsi contro un muro immaginario.

Sette forse era già donna, si mormora che fosse innamorata di Uno, e che quella gonna sempre mezza aperta, i capelli indomati in un tentativo di riavvio e le guance rosse, confessassero carezze proibite.

Otto correva sempre, e appena fermo salutava, lui non era fatto per la vita da Sinti, lui inseguiva l’esercito.

E Nove fu il primo, del Male antipasto prima della lauta cena.
Per quello non fuggì, quando lo presero era l’unico seduto.
Evaporati in una nuvola, nera.

immagine2

http://wordsocialforum.com/2015/01/23/prospettive-i-fotografi-che-hanno-fatto-la-storia-della-fotografia-omaggio-di-parole-e-mario-giacomelli/

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