Dunque 

Non è che ci sia poi tanto da dire.

Sono scivolato sulla spalla di Massi, prima, in terra, dopo. Ho vomitato, poi mi hanno portato all’ospedale. Silvia è venuta con me, mi ha fatto da balia nell’interregno che sta tra i dieci minuti prima in cui scherzavo col caffè in mano, e tutto il resto.

Che poi si è rivelato tanta roba. 

Insomma ho fatto le mie otto ore abbondanti di corsia, sdraiato su una lettiga, e scorrazzato da un corridoio all’altro, con nel mezzo attese condite da sonno, freddo , sete e fame, prima di arrivare alla stanza 11del ps di Cisanello.

Mi dicono sia normale così. Che questo ago rimanga qui, su questo braccio, che io mi appigli a lui.

La stanza è grigia, come dev’esserlo, una stanza pensata per i bambini però, almeno a vedere i vetri delle finestre, dove campeggiano uno scoiattolo e una scoiattola. 

Stanza didattica, penso, tra un esame e un altro, e prove e ecg e test e domande fatte da venti persone diverse, domande tutte uguali e risposte di cui non sei più sicuro nemmeno tu, che ti pare che se sbagli ti mettono con i matti.

Ci sono tempi lunghi qui, o almeno diversi dai tuoi, da quelli che pieghi al tuo potere, che dirotti, che prendi in giro con le ore di sonno rubate al sonno. 

Qui dormi, e osservi, e ascolti anche il silenzio che non scorre mai. Fissi il muro, e scruti quello che non conosci.

Ti sforzi di indovinare che sia, come si chiamino quegli aggeggi, poi capisci che va bene così, non hai esami da  superare.

Anzi qui ti puoi concedere l ‘arte del non sapere, la sensazione fanciullesca e forse anziana dell’abbandono; la fiducia, casomai, verrà poi.

E allora affronti il primo pasto, hai sempre sentito parlare del cibo dell’ospedale ma non lo hai mai assaggiato.

Ed è tutto vero, fa schifo ma pare che ti faccia bene, il semolino insipido, il purea insipido, il contorno qual sia insipido,la frutta insipida. Ma che se fossero saporiti, tutto i tutti, non funzionerebbe.Diagnosi e contro diagnosi, esci oggi, no, meglio domani, ah, la notte, dormo, oggi fai questo e esci, oddio, meglio fare anche questo ma oggi non si può, domani, ah, dormo meno, oggi, esame e via, ma hai mangiato cazzo, e chi mi ha detto di non mangiare ? Ah, io te lo dicevo, via, torna alle due, no, alle due vado, torna all’una, ok,torno, brucia ? No. Fermo. Si. Fermo. Si. Non devi alzarti, come, non vado ? No.

La diagnosi parla dell’arteria vertebrale chiusa, va stappata, via in neurologia, fermo a letto, ma devo pisciare, no! cagare, no! Fermo. 

E le mani abituate ti spogliano puliscono lavano e tu pensi alla tua virilità ridotta a un verme e il culo da pulire. E stranamente ridi con loro, ti abitui alla loro abitudine, e il tempo e lo spazio, come dice sis Stefania, hanno un valore diverso.

Ora resto qui, qualche giorno.

Non spaventatevi, e non fregatevene. 

Ci tocca.

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18 pensieri riguardo “Dunque 

      1. Mi sa che mi stò preparando ad un racconto simile al tuo,non è sicuramente un caso che l’abbia letto in effetti….per il resto ombra e luce un po meno arrabbiata di sempre occhi spalancati sul mondo ed inciampo nei sogni…sempre io.Ti abbraccio….l’abbraccio è una terapia.😘

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