Paola

mira-nedyalkova

Mi chiamo Paola e ho Quattro rose.
Mi chiamo Paola, le rose mi hanno.

La Prima è quella della sera, mi accarezza la guancia, mi bacia sugli occhi, e mi racconta di quando era solo un seme, e seme pure io, e pare tenermi il capo, confondermi il sonno, cantarmi di nuvole.
E la Seconda si presenta baldanzosa, nel bel mezzo della mattinata, vieni via, mi dice, fuggi con me, e ride, e accenna a colline, urla di onde, sussurra di piedi stanchi e braccia forti, e miglia e miglia avanti c’è ancora il mondo da annusare.

Tre, quella del desiderio, scivolare in un quadro che non finirà mai di mutare cornice, la rosa parla latino e greco, bestemmia in tedesco, balla in inglese, il francese, quello, lo tiene per fare all’amore, baffi e nasi spioventi, profumo di Pastis, tacchi che battono, gambe allacciate, seni umidi e bocche ardenti.

La rosa che ha le spine è la Quarta, mi attendeva in un parcheggio, mi frusta il ventre, batte col ramo impazzito sopra il mio cuore assordato. La Quarta trova scuse e permessi, inventa tiranni, padroni e Dei, rimprovera la libertà, non ti consente di scegliere.
Alla fine la Quarta usa il fuoco, e le spine mi bruciano dentro.

Mi chiamo Paola, avevo Quattro rose.
Mi chiamavo Paola, le Quattro rose mi hanno per sempre.

Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Mira Nedyalkova

 

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