PUNIZIONI. I CINQUE PASSI

Quel pomeriggio di novembre il campo era più arido e sabbioso del solito, dell’erba verde nemmeno una traccia.

L’acquazzone che si era scatenato quarantotto ore prima aveva provocato delle pozzanghere mutate in fango secco dal freddo che ne era seguito, e a nulla erano valsi gli interventi di Beppino per cercare di pareggiare alla meglio il terreno.

Del resto non si poteva pretendere che dove si allenavano gli allievi fosse curato come dove giocava la prima squadra, i soldi erano pochi, e lo sponsor minacciava di ritirare anche quelli necessari al lavaggio delle magliette e al noleggio del torpedone.

Penultimi in classifica, a tre punti dalla terzultima e cinque dalla salvezza, le speranze di recuperare posizioni erano al lumicino, mancando solo poche giornate al termine del campionato.

Il che non sarebbe stato il finimondo, se proprio quell’anno anche la prima squadra non avesse fatto anch’essa un girone di ritorno disastroso che l’aveva già consegnata alla serie inferiore, e per una società che aveva fatto del vivaio il suo punto d’orgoglio, la performance degli allievi era stata una mazzata clamorosa.

Beppino si accese una sigaretta, si sedette sulla panchina vuota.Ci sarebbe voluta ancora un’ora buona prima che arrivassero i ragazzi, delle due squadre, gli arbitri e il pubblico.

Di solito quello era il momento che amava di più, l’attesa dei visi che fremevano di indossare la muta di gioco, con ancora la pastasciutta ingoiata in tutta fretta al ritorno della scuola, in quei sabati che cominciavano ad avere una vita solare breve, in cui i primi peli sulle gambe si rizzavano a solcare la pelle d’oca, in cui il pallone ancora pulito cominciava a girare impazzito sotto i colpi acerbi di piedi morbidi.

Pregustava il chiasso che veniva dagli spalti, il vocio che sfuggiva dagli spogliatoi, l’attimo dell’appello in cui si chiamava il cognome e il ragazzo si girava a far vedere il numero sulla maglia, l’aria severamente sorridente degli arbitri, il nervosismo fremente dei portieri che si misuravano l’altezza con sguardi sfuggenti.

Ma quello che amava di più era vederli palleggiare liberi, facendo finta di scartare avversari immaginari, prima di essere ripresi burberamente dall’allenatore.

Ecco, quello era l’attimo che lo faceva scivolare indietro di quarant’anni, quando ancora il ginocchio destro funzionava, a quell’attimo prima del calcione che glielo aveva ridotto a un impasto di cartilagini e muscoli doloranti, mentre prendeva la mira con l’interno del collo piede.

Strano, del dolore si era dimenticato in fretta, almeno di quello fisico.

Le notti che fu ricoverato in ospedale, sognava di continuo di arrivare a colpire la palla, sognava il tuffo d’angelo del numero uno che allungava le dita della mano di ritorno a cercare di togliere lo spazio tra la sfera e la traversa, a nascondere quel fazzoletto di rete che si sarebbe gonfiata solo una frazione di secondo dopo.

Sognava se stesso, fermo e sorridente, col dito alzato in aria, sentiva il respiro affannoso della corsa dei suoi compagni che correvano ad abbracciarlo, e, girandosi appena, la gioia di sua madre che lo applaudiva.

Un sogno, appunto, che si era avverato molte altre volte, prima. Beppino era il numero 10, quello di Corso, il numero della foglia morta, quando il pallone era tele diretto in una salita veloce e in una altrettanto repentina discesa che lasciava inerme il portiere, e mandava in visibilio il pubblico.

La sera si fermava ore e ore a provare le punizioni, ignorando sia il freddo sia il caldo, sia le urla del padre sia il lamento dell’addetto alla chiusura del campo, confortato dallo sguardo severo di Mister Bogliani, che aveva trasformato, lui, nato mediano, in un elegante trequartista.

Il campionato 1970/71 era nato sotto una buona stella, le prime quattro partite erano state vinte in scioltezza, la quinta pareggiata con lo squadrone del Canaletto, a casa loro, poi altre tre vittorie e un pareggio, a chiudere imbattuti il girone d’andata.

Beppino aveva segnato sei delle quattordici reti della sua squadra, secondo solo a Ton-Ton, come era chiamato quello scugnizzetto nero e veloce che veniva dal sud. E che da ala destra ubriacava di dribbling gli avversari, e persino se stesso, a volte. Lui era il vero idolo dei tifosi, la sua corsa infaticabile, i suoi scarti, le sue veroniche provocavano il giubilo della curva. Ma Beppino era il capitano, e le punizioni spettavano a lui. Quando sistemava la palla sulla zolla, facendola roteare un paio di volte su se stessa, prima di trovare il millimetro giusto, già ne vedeva la traiettoria, già era un minuto avanti nel futuro. Già sapeva se l’avrebbe messa dentro, o no.

Ogni volta era il cuore a fermarsi di colpo, il respiro a trattenersi da solo. Cinque passi indietro, si posizionava alla battuta. Osservava la barriera piazzarsi, il portiere con una mano appoggiata al palo, l’altra a indicare ai compagni dove sistemarsi, ne sentiva l’urlo incazzoso nel dirigerli. Lui, nella testa, aspettava solo il fischio dell’arbitro.Eccolo.

1)      Parte il piede destro, si allunga a tirarsi dietro il sinistro, lo sguardo rivolto verso il basso.

2)      Il sinistro si appoggia con forza a cercare velocità, il collo comincia a richiedere una luce differente.

3)      Ancora il destro carica forte, lo sguardo abbandona la visione del pallone.

4)      Il sinistro cerca un appoggio sicuro, consapevole che la forza scaturirà da lì, gli occhi guardano per un attimo la barriera.

5)      Destro, collo interno del piede, forte, gli occhi si chiudono.

Tutto il resto non è più in suo potere, ora la palla vola, gli sguardi di tutti si aggrappano a quell’istante preciso, non si sente volare una mosca, in barriera qualcuno salta, altri si proteggono le balle, uno chiude anch’egli gli occhi, il portiere vola.

E poi il dito alzato, il ritorno al centrocampo.

Quando incrociò lo sguardo di Vangeli, il libero della squadra avversaria, gli si gelò il sangue, ne lesse l’odio all’interno delle pupille; né lo fece star meglio sentire il sibilo delle sue parole.

“ Te la farò pagare “

Battuto il calcio di ripresa, gli avversari si scagliarono all’attacco, aggredendoli in ogni spazio.

La difesa operò con ordine, e resistette, cercando di liberare l’area, anche con palloni scagliati in ogni angolo delle tribune.

Ma quando Ton Ton prese palla al limite della loro area, e cominciò a correre sulla linea laterale, vanamente inseguito dal terzino  avversario, capì che era il momento giusto per il raddoppio, seguì con lo sguardo il compagno che fuggiva come un furetto, ne colse lo sguardo che lo cercava, e si piombò ai diciotto metri cercando di capire se il cross sarebbe arrivato puntuale sulla sua testa. Ton Ton fece un ultimo scarto, si accentrò e mise la palla a mezza altezza. Beppino capì che sarebbe stata perfetta per un’esecuzione al volo, di interno collo piede, e calciò.

I tacchetti di Vangeli arrivarono prima. Il ginocchio cedette, lui si accasciò

Sentì solo le urla del pubblico, e vide gli occhi dell’avversario  feroci  mentre gli annunciava la fine dei giochi.

Ma di tutto questo non era rimasta una traccia tragica in lui, solo amarezza.

Erano arrivati i ragazzi, li accolse come il solito, dandogli  una pacca sulle spalle, e un sorriso. A uno solo a uno, riservò una parola.“ Pronto ? “

Lo spilungone rispose di sì.

Quando al ventesimo del secondo tempo il numero dieci si avvicinò alla sfera, posizionandola con attenzione sulla zolla, facendola roteare un paio di volte su se stessa, fece cinque passi indietro, e lo cercò con  lo sguardo, Beppino chiuse gli occhi.

Sapeva già dove sarebbe finito quel tiro.

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