Autoritratto

Preferisco il dio del marciapiede a quello esclamato da rintocchi di campane, intendimi bene, il tremore delle labbra commosse dalla visione della mano immobile sporca, fredda, che non chiede, né si pone, ma rimane solamente semiaperta, nella attesa di un miracolo composto da pane e pane.

Ho ricamato le mie sette vite nel insegnamento di Genet, abusato della notte senza indulto fatta dalla sostanza stessa del sogno psichedelico, respirato il freddo di una mattina a Stintino, ascoltato lingue come fossero canzoni, osservato visi di donne i cui occhi frugavano nel buio, e detto, parlato, esclamato, urlato, contrapposto, ragioni di cui non ricordo il motivo, io, incoerente scimmia evoluta nel opponibilità del pollice, la mia coda mutata in paglia, la mia paura di uno specchio in cui non voglio riflettermi, impossibile da attraversare, e sputato sentenze, e consigliato rimedi mal conosciuti, per sentire queste ossa, questa carne , questo senso.

Se dovessi, potessi, estrarrei il mio cuore dal petto, io so che mi guarderebbe attonito senza riconoscermi, e chiederei a quello che volevo divenire, cosa ne faccio di te, oggi che gli anni si sono talmente accumulati nel fegato, cosa sarà di me le prossime ore, se volessi finalmente cedere il controllo di ciò di cui non dispongo.

Sogna, mi dissero, e lo feci, dio se sognai forte, se sorrisi alla visione di un me stesso sicuro di sé, privo della paura di non essere visto dal mondo, io, senza sangue blu da proporre, io, ancora in piedi quando tutto giace, io che mi lascio a bui così oscuri che  desidero la tenebra per rischiararmi, e vorrei essere meno, o più, o altro, o qualche, o quello e questo, ma torno a me, mi trovo, e voglio levare quel cartello che mi dichiara: strada senza uscita, ragazzo.

Io che ancora sogno capelli e forze che non ho in dotazione, e salti e danze di cui non sono capace, io che mi dico è tutto qui, senza punto di domanda.

Fuoco, fumo, cenere, mi accompagno sul asfalto, vendetta della solitudine sulla libertà, alzo lo sguardo, ti vedo cielo, vi vedo lune, ti rido in faccia sole, terra, aspetta,  non è ancora il tuo turno di mettermi in catena, io sono il mille e non più mille, io tendo la mano.

Dio del marciapiede, cammino al tuo fianco, ancora, ancora un po’  un altro po’.

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